L’impero di Mussolini: forche e torture. Con consenso popolare

Abbiamo visto l’italiano nuovo all’opera. Nei deserti della Libia. Sugli altipiani dell’Etiopia. Lungo i fiumi della Somalia. L’abbiamo visto inseguire dal cielo torme di abissini e irrorarle di iprite. L’abbiamo visto dare il colpo di grazia ai 2000 monaci di Debrà Libanòs. L’abbiamo visto ridurre in fin di vita, a botte, lo schiavo somalo che gli ha mancato di rispetto. Certo non tutti gli italiani che sono stati nelle colonie italiane d’oltremare hanno premuto il grilletto o hanno praticato la tortura e lo schiavismo. Ma avrebbero potuto farlo, tutti, indistintamente, perché il vertice del regime, come abbiamo visto, non proibiva le violenze, anzi le sollecitava, e garantiva l’impunità. Come ricordava Antonio Dordoni, nel raccontare la strage di Addis Abeba, «il solo rischio che si correva era quello di guadagnarsi una medaglia».
Anche chi è uscito indenne, senza colpe, senza rimorsi, dall’avventura africana, è tuttavia vissuto in quel clima di violenze e di illegalità, e non ha saputo rinnegarlo perché tutto concorreva a convincerlo che l’Italia fascista era nel giusto. La prova di questa diffusa, quasi totale connivenza, si trova nell’Archivio fotografico di Addis Abeba, dove sono state raccolte alcune decine di migliaia di immagini rinvenute negli archivi degli uffici giudiziari italiani scampati alle distruzioni della guerra e nelle tasche dei 90.000 soldati italiani fatti prigionieri dagli etiopici dopo il crollo dell’impero fascista. Si tratta di una documentazione fotografica particolarmente atroce, allucinante. Ci sono, anzitutto, a centinaia, le immagini con forche di ogni tipo, rozze o ben finite, con appesi uno o più cadaveri. Spesso i carnefici italiani si fanno fotografare in posa dinanzi alle forche o reggendo per i capelli le teste mozzate dei patrioti etiopici. In alcune foto gli aguzzini innalzano le teste recise su picche. In altre le fanno rotolare fuori da un cesto. In altre, ancora, le espongono in mostra su un telone, quasi fossero oggetti da baratto. Un sorriso incerto, impacciato, è stampato sul volto di questi militari, che la propaganda fascista indica come portatori di civiltà e di benessere. Ma ciò che sorprende di più è il pieno consenso espresso dai volti di chi circonda gli aguzzini. Come se questi macabri spettacoli costituissero un rito quotidiano, naturale, scontato. In realtà, in quel loro crudele e orrendo esibizionismo c’è soprattutto il disprezzo per le popolazioni indigene che essi ritengono socialmente e culturalmente inferiori. Tanta ferocia non può essere archiviata con la troppo comoda giustificazione che anche altre nazioni colonialiste si sono macchiate in Africa e in Asia di analoghi delitti.

Mentre in Etiopia, e poi in Spagna, il regime fascista eseguiva le prove generali per una guerra di ben altre proporzioni, che sembrava ormai inevitabile tra la civiltà fascista e quella democratica, comunista e giudaica, in Italia, anziché dotare il paese delle armi necessarie per realizzare i programmi aggressivi, si accelerava il processo di fascistizzazione delle masse (…).

Ancora persuaso, nonostante le batoste di passo Uarieu, in Etiopia, e di Guadalajara, in Spagna, che soltanto la guerra, una guerra vera, totale, avrebbe compiuto il miracolo di trasformare completamente e definitivamente gli italiani, facendo soprattutto leva sull’istinto omicida che avevano così chiaramente rivelato nel sopprimere libici ed etiopici, e poi i comunisti spagnoli, il 10 giugno 1940 Mussolini entrava in guerra a fianco di Hitler. Due anni prima, con i “provvedimenti per la difesa della razza italiana”, aveva fornito gli strumenti per alimentare l’odio per gli ebrei. Ha osservato Enzo Collotti: «La lotta contro gli ebrei recava l’impronta personale di Mussolini. Il suo inserimento nella polemica contro la borghesia italiana considerata pigra, imbelle e impari ai compiti che il fascismo le prospettava per il futuro, impari soprattutto al suo destino imperiale, doveva servire a galvanizzare un popolo che non aveva ancora preso coscienza della sua dimensione imperiale».

Con le conquiste effettuate nel primo anno di guerra, quando il corso del conflitto mondiale – nonostante gli errori della “guerra parallela” voluta da Mussolini – era ancora incerto, le dimensioni dell’impero italiano erano di tutto rispetto. Oltre che sulle regioni dell’intero Corno d’Africa e sulla Libia, Vittorio Emanuele III regnava sull’Egeo, l’Albania, il Kosovo, il Dibrano, lo Struga, la provincia slovena di Lubiana, la Dalmazia, parte della provincia di Fiume. Ma truppe italiane presidiavano anche il Montenegro, parte della Bosnia e della Croazia, la Grecia, parte della Francia meridionale e la Corsica, alcune zone dell’Unione Sovietica. Alla fine del 1942, quando l’Africa Orientale Italiana era ormai persa, erano dislocati sui vari fronti all’estero oltre 1.200.000 uomini.

Nei soli Balcani, sui quali si appunta maggiormente la nostra attenzione, erano presenti 650.000 soldati, suddivisi in dieci corpi d’armata, mediocremente equipaggiati (…). Ma queste carenze non impensierivano Mussolini. Anche perché a Roma quello dei Balcani era considerato un fronte secondario. Galeazzo Ciano, nel suo Diario, annotava il 29 aprile 1941: «Con Buffarini prepariamo la carta politica per l’occupazione della provincia di Lubiana. E’ ispirata a concetti molto liberali. Varrà ad attirarci simpatie nella Slovenia tedeschizzata nella quale si registrano i più cupi soprusi» (…).

Mentre a Roma si facevano progetti “molto liberali” per la provincia di Lubiana e si esaltava la sua autonomia, in realtà l’annessione procedeva in maniera assai poco serena. Militari e funzionari civili miravano anzitutto a una fascistizzazione accelerata della regione, anche se, in cambio, non offrivano alla popolazione neppure la cittadinanza italiana a pieno titolo, ma soltanto l’ambigua qualifica di “cittadino per annessione”. E quando in Slovenia, come del resto in Dalmazia, in Montenegro, in Croazia, cominciavano ad accendersi i primi fuochi della rivolta, la repressione era immediata e inesorabile. D’altronde molti dei militari e dei funzionari impiegati nei Balcani si erano già fatti le ossa in Libia, in Etiopia, in Spagna. Essi consideravano le popolazioni slave appena un gradino più in su di quelle africane. Uno di essi, il generale Alessandro Pirzio Biroli, era riuscito, in qualità di governatore dell’Amhara, a riscuotere l’ammirazione dello stesso Graziani per aver ordinato l’impiccagione di 20 paesani di Quoratà e la fucilazione di quattro preti (…). Anche se la presenza dell’Italia fascista nei Balcani ha superato di poco i due anni, i crimini commessi dalle truppe di occupazione sono stati sicuramente, per numero e ferocia, superiori a quelli consumati in Libia e in Etiopia. Anche perché, nei Balcani, a fare il lavoro sporco, non c’erano i battaglioni amhara-eritrei e gli eviratori galla della banda di Mohamed Sultan. Nei Balcani, il lavoro sporco, lo hanno fatto interamente gli italiani, seguendo le precise direttive dei più bei nomi del gotha dell’esercito.

Angelo Del Boca, “Italiani, brava gente? “, Neri Pozza (pp. 318, euro 16,00)