L’impero del capitale comunista

Non sarebbe sensato pensare di disfarsi dell’ultimo frutto della riflessione teorica di Antonio Negri (le 500 pagine di Empire, scritte a due mani con il filosofo politico statunitense Michael Hardt e non ancora tradotte in italiano) opponendo alla rappresentazione della realtà che esso offre il quadro – per molti aspetti invero ben diverso – che emerge dall’osservazione degli avvenimenti e dalla semplice esperienza quotidiana. Per quante possano essere le riserve nei confronti della posizione negriana, bisogna riconoscere all’analisi teorica il diritto di muoversi su un altro terreno, più in profondità. Hardt e Negri lo ribadiscono a più riprese: «nostro interesse non è soltanto fornire una descrizione fenomenologica dello stato di cose presente, ma anche riconoscere le possibilità ad esso inerenti»; «in generale, nel corso della nostra esposizione, abbiamo trattato dell’Impero criticando ciò che è e ciò che esiste», ma il nostro è anche un «discorso etico-politico», connesso alla «dinamica delle passioni e degli interessi», cioè al piano della prassi e delle potenzialità immanenti. Per giustificare questa scelta parafrasano, maliziosamente, il buon Cartesio («la capacità di riconoscere il fenomeno» è – come il buon senso – «la cosa al mondo meglio ripartita»), ma avrebbero potuto appellarsi altrettanto bene a Marx, che non si stanca di ricordare come «ogni scienza sarebbe superflua qualora la forma fenomenica delle cose coincidesse immediatamente con la loro essenza».
Dunque occorre modestia e pazienza. Tuttavia, deve pur esserci la possibilità di valutare la attendibilità di una interpretazione delle cose. Il quadro disegnato dalla teoria deve pur combaciare in alcuni punti qualificanti con i risultati dell’esperienza, altrimenti viene meno qualunque criterio di giudizio. Anche Hardt e Negri lo riconoscono, se addirittura scrivono che, per veder confermate le loro ipotesi, «basta osservare l’attuale evoluzione della moltitudine e soffermarsi sulla vitalità della sua attuale manifestazione». Non resta quindi che prendere in esame la rappresentazione della realtà contenuta in Empire e cercare di determinarne, con tutte le cautele del caso, il grado di plausibilità.

Che cos’è l’Impero? È la «nuova formazione storica» sorta dal tramonto della sovranità moderna e dal declino della struttura politica – lo Stato nazionale – in cui la sovranità moderna si è incarnata. È il soggetto politico nel quale convergono «una nuova logica e una nuova struttura del potere», idonee a governare il mercato mondiale e i circuiti mondiali della produzione. In una battuta, l’Impero è «il potere sovrano che governa il mondo». Proprio perché nato sulle ceneri degli Stati nazionali, l’Impero rappresenta il superamento dell’imperialismo, che costituì una «estensione della sovranità degli Stati-nazione europei al di là delle loro frontiere». Dimodoché alla triade Stato nazionale-imperialismo-modernità fa oggi riscontro un più scarno binomio, articolato nel nesso tra Impero e post-modernità.
Notiamo, en passant, che Hardt e Negri parrebbero discostarsi, in queste prime battute, dalla vulgata economicistica che raffigura la «globalizzazione» come un processo di sostituzione del capitale transnazionale all’autorità politica degli Stati, dunque come la costituzione di un dominio immediatamente economico sul mondo. La loro prospettiva sembrerebbe riservare un ruolo decisivo al comando politico e porre l’accento, equilibratamente, sul rapporto tra le logiche materiali della riproduzione e le dinamiche di potere e di regolazione inerenti al governo dei corpi sociali. In questa direzione parrebbe muoversi la dettagliata analisi della costituzione dell’Impero (al «declino del tradizionale sistema costituzionale nazionale» ha corrisposto la costituzionalizzazione del potere «su un piano sovranazionale») e la individuazione di espressioni cruciali dell’ordinamento giuridico imperiale: lo jus ad bellum; la nuova forma assunta dalla guerra (trasformata in guerra civile e in operazione di polizia); l’istituzione di uno stato di eccezione permanente. La politica, dunque, parrebbe riguadagnare il terreno perduto. Ma, come si dirà, nell’ulteriore sviluppo del discorso questa importante intuizione va perduta, per effetto di una prepotente ispirazione riduzionistica.
Definito l’Impero come nuovo ordinamento sovrano mondiale, si tratta di determinarne la struttura e le modalità di funzionamento. Rifacendosi alle analisi di Foucault (del quale riprendono l’idea del passaggio dalla società disciplinare alla società di controllo) e, soprattutto, di Deleuze e Guattari (dove il paradigma della biopolitica si salda al tema della «produzione dell’essere sociale»), Hardt e Negri insistono sul carattere magmatico delle dinamiche di governo poste in essere dall’«autorità imperiale, sulla mobilità e duttilità delle sue tecniche di potere, sulla paradossale coerenza delle sue procedure di controllo sociale. La logica che muove la nuova forma della sovranità è «funzionale più che matematica, rizomatica e ondulatoria piuttosto che induttiva o deduttiva». Tale flessibilità consente alla «macchina imperiale» di funzionare ad un tempo come «struttura sistemica articolata orizzontalmente» e come ordinamento gerarchico, «come un regime di produzione di identità e di differenza, di omogeneizzazione e di eterogeneizzazione», di «deterritorializzazione e di riterritorializzazione».
Qui incontriamo un primo nodo cruciale, che il modello non riesce a sciogliere.

L’enfasi sulla meravigliosa potenza ordinatrice dell’Impero (che per un verso fa a meno di frontiere stabili, per l’altro le rafforza) conduce a sostenere al tempo stesso la sua natura di organismo centralizzato e de-centralizzato, organizzato intorno ad una «autorità centrale» della quale, d’altra parte, è privo: l’Impero non ha un centro, eppure è una «costruzione centralizzata di norme»; è «insieme ovunque e in nessun luogo»; è il «luogo centralizzato della potenza» ma è altresì «una u-topia, cioè un non-luogo» (dunque non sembra più possibile distinguere tra nord e sud del mondo, tra centro e aree periferiche e semi-periferiche: Hardt e Negri prendono distanza da Amin, Wallerstein e Arrighi, salvo curiosamente domandarsi se sia «più importante per l’Impero il centro o la periferia»). A dispetto di contraddizioni troppo patenti per essere casuali, l’interpretazione è – forse – coerente con la tesi della dissoluzione degli Stati-nazione, ma impatta contro l’evidenza di gerarchie internazionali che nessuno può plausibilmente trascurare. Nemmeno Hardt e Negri, che si ritrovano sempre tra i piedi il dilemma della potenza statunitense.
Come conciliare con l’assenza di un centro sovrano la «posizione privilegiata» degli Stati Uniti, il fatto inoppugnabile che essi giochino «il ruolo centrale nel nuovo ordine mondiale»? La risposta è semplice quanto, a prima vista, impeccabile. Gli Stati Uniti non sono uno Stato, bensì, costitutivamente, una potenza imperiale. È la «tendenza imperiale della Costituzione loro propria» a conferire agli Stati Uniti la funzione di guida dell’Impero, di superpotenza egemone (virtualmente monopolista) nell’«uso mondiale della forza». Dimodoché non sono gli Stati Uniti a imporre il proprio dominio sul mondo «globalizzato»: è il mondo che si «globalizza» entrando in un «processo costituente» caratterizzato dall’«estensione dei progetti costituzionali interni» agli Stati Uniti. In questo senso la primazia di questi ultimi discende dalle differenze che distinguono la loro struttura di potere da quella propria degli Stati imperialisti europei.
E le guerre che hanno costellato l’ultimo decennio e nel cui segno si apre la nuova presidenza Bush? E i rinnovati progetti di scudo spaziale? Hardt e Negri: «La guerra del Golfo ha rappresentato [per gli Stati Uniti] la prima occasione in cui esercitare appieno un potere di polizia internazionale». Sbaglierebbe chi ritenesse decisivi interessi strategici (economici e «geopolitici») particolari, così come scambierebbe per essenziali eventi di pura superficie chi – considerando ancora attuali gli ormai obsoleti conflitti inter-imperialistici – drammatizzasse i contrasti sorti, nello smembramento della Jugoslavia, tra la Germania e il resto dell’Europa e tra questa, da un lato, l’Inghilterra e gli Stati Uniti dall’altro. «In realtà la guerra [del Golfo] è stata una operazione di repressione ben poco interessante dal punto di vista degli obiettivi strategici, degli interessi regionali e delle ideologie politiche implicate»; l’unica posta in palio era simbolica: «l’importanza della guerra del Golfo deriva piuttosto dal fatto che presentò gli Stati Uniti come la sola potenza capace di amministrare la giustizia internazionale non in funzione di proprie ragioni nazionali, ma nel nome del diritto mondiale».
Naturalmente è difficile, nel contesto dei processi storici, disporre di certezze e di prove inconfutabili. Ma qui l’impressione è che, per amor di tesi, si arrivi all’assurdo (e che gli autori debbano correre questo rischio si capisce, poiché l’intero castello crollerebbe ove venisse meno l’assunto della definitiva morte dell’imperialismo). Assenza di interessi strategici? Lasciamo la parola a Brzezinski, tutto sommato non l’ultimo degli sprovveduti: «Per gli Stati Uniti, il premio geopolitico più importante è rappresentato dall’Eurasia, il continente più grande del globo», «geopoliticamente» collocato in «posizione assiale», nel quale «è concentrata gran parte della ricchezza del mondo, sia industriale che nel sottosuolo»: stando così le cose, «la capacità degli Stati Uniti di esercitare un’effettiva supremazia mondiale dipenderà dal modo con cui sapranno […] tenere sotto controllo l’ascesa di altre potenze regionali antagoniste» (a cominciare dalla Russia, dalla Cina e dall’India), nonché ridurre i margini di «autonomia politica ed economica delle potenze alleate» (Europa e Giappone). L’idea (sostenuta anche da svariati rapporti riservati, a cominciare da quello che nell’ottobre 1998 preparò la guerra del Kosovo e guardacaso intitolato A National Security Strategy for a New Century) è che la regione caspica, il Mar Nero, il Caucaso, il Medio Oriente e i Balcani costituiscano aree strategiche per il dominio statunitense sul pianeta, e Brzezinski si stupirebbe molto (anche se difficilmente se ne duolerebbe) che proprio nell’estrema sinistra circoli la tesi del «disinteresse» americano per campi energetici e pipelines.

Tuttavia, per quanto rilevanti siano tali questioni, l’essenziale forse non sta qui. Empire si vuole «un manifesto potenziale della rivoluzione post-moderna», ed è quindi giusto concentrarsi soprattutto sulla teoria della rivoluzione che le sue pagine prospettano. Si tratta di seguire Hardt e Negri nella «discesa agli inferi» dei luoghi della produzione, per capire dove, ai loro occhi, il soggetto rivoluzionario si costituisca e come esprima la propria potenzialità trasformatrice, posto che essi non si accodano alla moda di dichiarare «obsoleto» il conflitto di classe e lo sfruttamento del lavoro vivo.
Fondamento dell’analisi è, naturalmente, la revisione negriana della teoria marxiana del valore: la lettura delle recenti trasformazioni dei processi produttivi in termini di «svolta cognitiva». I «processi dominanti di produzione» vedono il primato «del lavoro di comunicazione, cooperazione e relazione»: hanno cioè ridotto la vita sociale a lavoro e trasformato l’attività produttiva in «produzione biopolitica», cioè nella produzione e riproduzione della vita stessa. «Il ruolo centrale nella produzione di plusvalore occupato in precedenza dalla forza-lavoro degli operai di fabbrica è assunto oggi in misura crescente da una forza-lavoro intellettuale, immateriale e fondata sulla comunicazione», il che da un lato conferisce allo sfruttamento del lavoro vivo una «dimensione immediatamente sociale», dall’altro «insedia il lavoro in tutti gli elementi relazionali» che strutturano la trama della società (ragion per cui, mentre diviene strategico il «lavoro affettivo del contatto umano e dell’interazione», il lavoro industriale tende per parte sua a terziarizzarsi e ad assumere la forma di un «servizio»). In una battuta, «è ormai realtà» ciò che nel «frammento sulle macchine» dei Grundrisse Marx «intuiva come prospettiva futura», cioè l’affermazione del general intellect («intelligenza sociale e collettiva, creata dall’accumulazione di conoscenze, tecniche e abilità») quale fondamentale forza produttiva.
Da queste non inedite premesse discendono conseguenze decisive, sia ai fini dell’analisi strutturale dei sistemi sociali, sia sul terreno della individuazione del soggetto «antagonista».

I risultati dell’analisi sul primo terreno possono essere sintetizzati nella teoria della coincidenza universale (o della «fine del rapporto interno-esterno»). Empire trae conclusioni estreme dal presupposto della sussunzione reale della vita al capitale, nòcciolo duro della figura negriana dell’«operaio sociale». Se tutto è lavoro (ma perché mai l’analogia formale tra determinate funzioni produttive e la relazione sociale viene con disinvoltura tradotta nell’identità sostanziale tra lavoro e vita?), nessuna attività (fosse, per dirla con una contraddizione, la più passiva: guardare la televisione o riposare) rimane estranea alla produzione di valore. Come il potere dell’autorità imperiale (in cui, del resto, è inscritto), anche lo sfruttamento è dappertutto e in nessun luogo (costituisce un «non-luogo generale»): «il proletariato produce ovunque, in tutta la sua generalità, nel corso dell’intera giornata». Ne segue la coincidenza di ogni articolazione del processo riproduttivo: anzi, con logica ferrea, la fine di ogni articolazione, la risoluzione immediata del processo in una totalità indistinta.Una dopo l’altra, cadono tutte le distinzioni che scandiscono il modello marxiano, in grado di rappresentare il moderno ma non più idoneo a decifrare la logica della post-modernità.
La produzione coincide con la riproduzione; la produzione sociale con quella economica; la struttura con la sovrastruttura; la «produzione comunicativa» con la costruzione di legittimità; le forze produttive con i rapporti e con gli stessi mezzi di produzione; il capitale variabile con il capitale costante; il lavoro produttivo con il lavoro riproduttivo e con quello improduttivo. E, naturalmente, l’economia con la politica: non è venuta meno soltanto «la nozione di autonomia della politica» (sulla cui astratta plausibilità ci permettiamo, d’altronde, di rimanere scettici), ma – ricollocando la prospettiva negriana nell’alveo dell’economismo – la stessa distinzione tra potere politico e potere economico. La nozione di politica come «sfera di mediazione tra forze sociali in conflitto» non ha più ragion d’essere; l’Impero rappresenta un «mutamento radicale» che finalmente rende possibile «il progetto capitalista di riunire potere economico e potere politico», di «realizzare un ordine propriamente capitalista», nel quale «lo Stato e il capitale coincidono effettivamente».
La realtà imperiale è monistica, abolisce le dualità che innescavano il conflitto moderno. «L’Altro che avrebbe potuto delimitare un Io sovrano moderno si è dissolto nell’indistinzione, e non vi è più un esterno che possa limitare il luogo della sovranità». Ogni confine è superato, estinto, e il suo dileguare ha decretato la morte della dialettica, «scienza del limite». Il potere trionfa in virtù della sua immediata totalità, raggiungendo i più profondi recessi del corpo sociale. L’Impero sorge da «una trasformazione radicale che rivela la relazione immediata tra il potere e le soggettività», e che consente al nuovo sovrano «di dominare gli spazi infiniti del pianeta, di penetrare le profondità del mondo biopolitico e di affrontare una temporalità imprevedibile»: il potere mette all’opera un apparato di controllo «che invade le profondità delle coscienze e dei corpi della popolazione, e che si estende, nello stesso tempo, attraverso l’ineguaglianza delle relazioni sociali».

Si pone qui il secondo interrogativo, più radicale del primo.
Se tutto è «sussunto» al capitale, com’è possibile pensare la rivoluzione? Se non vi è più alcun «punto di vista esterno» al comando imperiale, come si costituisce la soggettività che ne progetta il sovvertimento? Dove si colloca il terreno dei conflitti e quali sentieri segnano il loro sviluppo, posto che la politica si è ridotta al movimento del valore e questo ha risolto in sé la vita nella sua totalità? Ancora una volta, Hardt e Negri rispondono. Ma ancora una volta la risposta sembra esasperare le difficoltà che si propone di risolvere.
La rivoluzione è possibile perché la condizione del proletariato (la «moltitudine», nel lessico di Hardt e Negri) racchiude in sé già tutto quel che serve per il ribaltamento dei rapporti di forza. Anzi: la rivoluzione è già in cammino («la crisi è immanente all’Impero», il cui «declino è già cominciato») perché è, di per se stessa, l’essenza dello sfruttamento, la sua verità. Ciò proprio in virtù di quella sussunzione reale della vita al capitale che a prima vista si direbbe sinonimo di radicale subalternità. Il ruolo centrale assunto dalla comunicazione nel processo di produzione accresce a dismisura il «potere delle soggettività produttrici», capillarmente disseminate nei corpi sociali. Proprio l’avere trasformato l’intera società in una fabbrica ha sottratto al capitale lo scettro del comando, in quanto ha reso impossibile il controllo di processi di riproduzione infinitamente estesi e complessi. A sua volta il lavoro, assimilato alla vita, è finalmente divenuto espressione di autonomia e di indipendenza, manifestazione di «desiderio» e di «potere generativo»: «oggi il lavoro è immediatamente una forza sociale animata dai poteri della conoscenza, dell’affettività, della scienza e del linguaggio»: lungi dal meritare il rifiuto predicato in precedenza, esso «fornisce il potenziale per una sorta di comunismo spontaneo ed elementare».
A questo punto ogni distinzione tra «virtuale» e «reale» e lo stesso accenno alla necessità di una «adeguata coscienza» proletaria sembrano pure concessioni alla cautela (o alla retorica). La moltitudine è per «natura» rivoluzionaria, come attesta la «forza deterritorializzante» con la quale vìola senza posa le frontiere imposte dall’Impero. Il Terzo mondo è «distrutto» (riscattato dalla sua inferiorità) dacché, «sul terreno ontologico della mondializzazione, il più dannato della terra diviene l’essere più potente», «la forza più creativa». Per contro, il potere del capitale si rivela una fragile maschera di subalternità. La conquista del mondo è la sua perdita: in ciò consiste «il paradosso di un potere che, nel momento stesso in cui unifica e ingloba in sé tutti gli elementi della vita sociale, rivela un nuovo, non dominabile contesto di pluralità e di singolarizzazione». Hardt e Negri evocano Deleuze e Guattari, ma fanno tesoro – checché ne dicano – del più classico schema dialettico hegelo-marxiano: il servo è più possente del signore, il proletario del capitalista. Il punto è che non sopportano la lentezza della storia, nella quale probabilmente scorgono l’effetto di una insufficiente volontà rivoluzionaria. La potenza proletaria è un fatto, perché non riconoscerla? E riconoscerla non implica forse rappresentare la realtà secondo la sua essenza: affermare che il potere proletario si è realizzato e che governa finalmente il mondo?
Non è più vero che la vita sia «prodotta nei cicli di riproduzione subordinati alla giornata lavorativa»: al contrario, «è la vita che penetra e domina ogni produzione». A ben vedere, dunque, il comunismo è già realtà (chi sa se se ne avvedono quei «giornalisti antagonisti» che, con imperturbabile voracità, hanno già adottato il lessico dell’«era global-imperiale»?): «l’Impero pretende di essere il signore di questo mondo perché lo può distruggere: che orrore e che illusione! In realtà, noi siamo signori del mondo perché il nostro desiderio e il nostro lavoro lo rigenerano continuamente».

Lo si vorrebbe credere, ma non sembra proprio che le cose stiano in questi termini. Del resto, gli stessi autori di Empire appaiono meno sicuri di quanto non ammettano: perché, altrimenti, darsi tanto affanno per mettere in scena l’incubo del potere totale del capitale mondializzato? O forse la loro è la sicurezza flebile e incrollabile propria della fede. Spira in tutto il libro un’aura di soffusa religiosità. Hardt e Negri mettono le mani avanti a tal proposito. Assicurano che l’immagine di una nuova Pentecoste, le frequenti citazioni da Sant’Agostino e la comparsa, in chiusura, del poverello di Assisi, non richiamano una dimensione trascendente. Ma la figura di una moltitudine libera in vinculis evoca un classico tema cristiano e la stessa prospettiva spinoziana induce a disegnare quadri ambivalenti, nei quali la sostanza del mondo assume di frequente i colori della divinità.
È curioso: un rinnovato connubio di teologia e politica segna anche un altro libro uscito in questi giorni, che un dato di fondo – fatte le debite distinzioni, anche di spessore teorico – accomuna a questo. L’ultima opera di Marco Revelli è tutt’altra cosa, sia ben chiaro: non fosse che per la furia liquidatoria che la informa e che induce l’autore ad analogie astratte, a giudizi sommari, a ricostruzioni a dir poco disinvolte. Mala tempora, dicevano i maggiori: e chi può si adegua. Ma anche su quelle pagine regna un’atmosfera religiosa. La storia vi è tradotta in un dramma manicheo; il potere politico nella violenza della Totalità; la vicenda del mondo moderno in una sequenza di tragedie da cui cercare scampo con un Esodo guidato da figure carismatiche (in luogo del Militante di Hardt e Negri, Revelli invoca l’epifania del Volontario). In entrambi i casi, sullo sfondo, agisce la stessa convinzione: che non vi sia spazio per le mediazioni, che questo sia un tempo di assoluti in cui non ha più senso attardarsi in distinzioni.
Certo che non c’è nulla di nuovo in queste novità, ma il fatto che tornino con forza e tengano la scena interroga quanti silenziosamente se ne dolgono. La regola è semplice e non conosce eccezioni: tra chi tace e chi parla è questo a imporsi e il primo ha torto per definizione. Con buona pace delle sue virtuali e forse anche più solide ragioni.

MICHAEL HARDT – ANTONIO NEGRI, Empire, Harvard University Press, 2000; trad. franc., Exils, Paris 2000, 559 pp., 160 FF