L’IMPERO CON LO SCONTO

Mentre si parla di un partito “riformista”, nel quale le vecchie identità dovrebbero definitivamente dissolversi m un nuovo partito della modernità, la domanda è quale politica internazionale una tale formazione politica avrebbe e se un programma riformista in politica estera sarebbe adeguato a interpretare l’attuale stato del mondo e a suscitare scelte proporzionate.
L’na risposta a questa domanda non si può trarre interpretando le tradizioni che nel nuovo partito verrebbero a concludersi, la comunista, la socialista e la democratico-cristiana, né immaginando una loro reciproca “contaminazione”, perché è appunto sulla loro archiviazione che il progetto del nuovo partito si fonda; e d’altra parte la situazione è del tutto nuova rispetto a quella affrontata da quelle tradizioni. Dunque per capire come sarebbe un programma di politica estera riformista bisogna procedere per deduzioni e per indizi.
Una deduzione si può ricavare da una regola generale del riformismo, che consiste nel considerare valido 0 sostanzialmente accettabile lo stato delle cose esistenti, e operare per migliorarne la soddisfazione e 1’efficienza; oppure, pur avanzando riserve anche gravi sul sistema vigente, considerarlo immodificabile, e cercare di correggerne le più evidenti storture; oppure, pur considerando la distruttività del sistema, cercare di ridurne i danni o rallentare la corsa verso la catastrofe.
Esempio del primo tipo sono le politiche di ammodernamento dei meccanismi economici del capitalismo realizzato e del mercato, come sono nel loro complesso le politiche dell’Unione europea o quelle del Fondo monetario; esempi del secondo tipo sono i tentativi di correggere in senso perequativo gli squilibri sociali più acuti, tentativi spesso più annunciati che effettivi, come per il pio proposito di invertire la tendenza al sempre crescente divario tra ricchi e poveri (giunto sul piano mondiale alla forbice di 1 a 90) e per 1’idea – ben presto rivelatasi fallace – di giungere anche solo a dimezzare per il 2015 il numero delle vittime della fame nel mondo, che sono oggi oltre 800 milioni.
Il riformismo non esclude la b erra
Quanto agli indizi su un possibile programma: la internazionale riformista essi si possono trarre dalle politiche fin qui condotte dagli esponenti del polo riformista, e dalle Esempio del terzo tipo è il cosiddetto diritto umanitario di guerra (Convenzioni e protocolli): assunto è che, data la guerra, accettatane 1’inattuabilità e stabilito che essa comunque deve andare a buon fine , bisogna farla con giudizio; pertanto viene vietato non già di arrecare il male, ma di “causare mali superflui” non già di infliggere sofferenze, ma «sofferenze inutili». non oià di provocare morti e feriti tra la popolazione civile, o danni di carattere civile, o ambedue le cose, ma morti, feriti e danni «che risulterebbero eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto del Primo Protocollo del 1977). Non è da stupirsi se, dopo aver mostrato la loro inattitudine a ridurre gli orrori della guerra moderna, le normative di Ginevra sono state intìne platealmente violate e ufficialmente ricusate da Belgrado all’Afghanistan a Guantanamo alla guerra irachena).
L’ analisi degli Istituti di ricerca e delle riviste cui essi fanno riferimento («ItalianiEuropei” Aspen, Aspenia, «Limes» ecc.).
Dal complesso di questi indicatori risulta che una politica internazionale riformista non esclude la guerra : anzi assume che senza guerra non si dà politica D’Alema al congresso di Rimini); riguardo alle guerre recentemente combattute essa rivendica o giustifica quella serba, 1’Afghanistan, e quanto a quella irachena ne incamera i risultati giudicando ormai superata la controversia sulla sua legittimità e i suoi presupposti. tanto da interpretare la recente Risoluzione del Consiglio si sicurezza delle Nazioni Unite come sanatoria anche rispetto all’invio di forze militari italiane di occupazione del paese invaso.
Nell’illustrare la `Terza Via’ alla Progressive Governance Conference di Londra nel luglio scorso, 1’ex Presidente Clinton aveva già esplicitamente affermato che tale `Terza Via’ dovrebbe porre fine ai contrasti sul conflitto iracheno, capitalizzando la caduta di Saddam e internazionalizzando 1’Iraq».
Probabilmente non si può identitìcare la Terza Via’ clintoniana con il riformismo europeo, ma certo essi abitano su monti vicini. E allora non si può non tenere conto del fatto che la `Terza Via’ è concepita come un `andare oltre la vecchia sinistra e la vecchia destra’, dove però la vecchia sinistra da superare non è il comunismo, nemmeno preso in considerazione, ma, come ha spiegato il primo sostenitore della `Terza Via’, Antony Giddens, «è quella forma di socialdemocrazia che ha tenuto banco per un quarto di secolo dopo la guerra. Trovava le sue radici nella gestione keynesiana della domanda, nell’interventismo del governo, nello Stato assistenziale e nell’egualitarismo». Inteso il neo-liberismo e il fondamentalismo di mercato come `Prima Via’, la `Terza Via’ perseguita dai reduci della l’Occidente; rispetto ai problemi del mondo, 1’essenziale è la capacità di controllo dell’Occidente. Lo schema è: 1’Occidente è il centro; esso entra in contatto con culture e strutture politico-economiche non pienamente modernizzate. L’Europa è `comunque’ coinvolta nelle sorti del centro. Il problema sarebbe pertanto organizzare «una vasta periferia in sommovimento – demografico, socio-politico, ambientale, militare – in forme che siano vantaggiose o quantomeno r.on svantaggiose per gli interessi occidentali» (editoriale del n. 20 di «Aspenia»). Così configurato il compito, è facile che venga anche accettato il catalogo delle sfide e delle priorità così come oggi è elaborato in America. Il problema non è come bilanciare e mediare gli interessi e i poteri che confliggono nel mondo, ma fronteggiare la minaccia che è quella del terrorismo e dei rogue States. Gli Stati-canaglia (o Stati-zizzania come si dovrebbe più letteralmente tradurre) diventano non solo i nemici da combattere (e si accettano anche le prime scadenze indicate: Corea del Nord e Iran) ma diventano il criterio interpretativo della intera situazione mondiale, la fonte, fin qui inedita, della conoscenza e comprensione del mondo: terrorismo e rogue States come vero problema dell’Occidente (come spiega, dal «Washington Post», Charles Krauthammer, sullo stesso numero di Aspenia»).
Le analisi della Nuova Destra
Ma non c’è il rischio in questo modo di far proprie le analisi della nuova destra americana, addirittura quella della `Quarta Via’? Effettivamente le analisi sono molto vicine, quando non sono formulate dagli esponenti stessi di quella destra frequentemente ospitati e assai ascoltati nei circoli riformisti italiani ed europei. Ma vi sono delle ragioni di questa contiguità, del resto simboleggiata da Blair. Anzitutto, forse anche a causa della compressione del dibattito politico negli Stati Uniti e della censura e autocensura dei media, la destra è 1’unica che oggi pensa in America, o almeno il cui pensiero è largamente diffuso. Rapportarsi al pensiero americano vuol dire perciò misurarsi con questo pensiero. In secondo luogo la destra che oggi detta le politiche della Casa Bianca non è 1’espressione di un’America inverosimile, catapultata alla ribalta da chissà quale sotterraneo della storia, ma rappresenta, «estremizzata – dice Giuliano Amato – un’America che c’è sempre stata»; anche la politica di Bush non è in rottura col passato, ma lo raccoglie e porta a compimento, non è improvvisa, ma corona un ciclo di costruzione di una sovranità universale che è cominciato nel 1990-1991, è passato per Bush padre e per Clinton, per le Guidelines della nuova strategia di difesa del 1992 e attraverso la trasformazione della NATO del 1999, e si è andato svolgendo attraverso le quattro guerre del decennio, tutte bipartisan, dalla prima guerra del Golfo al Kosovo all’Afghanistan all’Iraq, che non sono quattro guerre ma un’unica guerra; e nella stessa attuale agitazione panimperiale di Bush confluiscono diverse tradizioni: come ha detto Giuliano
Amato, non c’è in lui solo la tradizione jacksoniana unilateralista ma anche quella wilsoniana multilateralista e idealista. La «complementarità» virtuosa tra Europa e Stati Uniti passa dunque da qui.

Una politica che funziona?
La questione è se una tale politica che diventasse quella dell’Europa, sarebbe adeguata a cogliere i reali problemi del mondo e a fondare un ruolo dell’Europa e dell’Italia che fosse utile a far uscire la comunità mondiale dalla spirale catastrofica in cui si è infilata, e traghettarla su sponde più sicure e così servire alla salvezza storica dello stesso Occidente. La risposta è no, perché tale politica sarebbe del tutto interna a quella spirale, e purtroppo il prezzo dell’Impero oggi non è suscettibile di sconti. Non a caso nel 1945> dopo tutto quello che era avvenuto, si decise di porre termine all’età degli imperi; ed è per questo, non per la sua debolezza, che 1’Europa ha `perduto’ 1’India, il Congo, la Palestina, 1’Indocina, 1’Algeria, il Mozambico e quant’altro. E del resto, pur non essendo deboli, neanche gli Stati Uniti hanno potuto raccogliere pezzi di quest’eredità, come si è visto in Vietnam. Degli sconti sui prezzi dell’Impero i popoli potevano godere quando di imperi ce n’era più d’uno, come sempre è avvenuto in passato: come ha scritto lo storico americano Paul Kennedy, citato nel già ricordato articolo di Charles Krauthammer, ma non è mai esistito nulla di simile all’attuale divario di potenza, nulla; 1’impero di Carlo Magno si estendeva soltanto all’Europa occidentale, 1’impero romano era più vasto ma coesisteva con un altro grande impero in Persia e uno ancor più grande in Cina». Ma quando c’è un unico sovrano che pretende non solo di non avere altri superiori a sé (che è la formula della sovranità) ma neanche altri eguali (che in teologia è la formula della onnipotenza, in politica è la formula dell’unico impero a sovranità universale), sconti non ce ne possono essere per nessuno, né amici né alleati: «Against United Europe» era lo strillo di copertina del «The Weekly Standard», la rivista ufficiale delle destra americana; e del quartiere generale del futuro esercito europeo, distinto da quello della NATO, gli americani hanno fatto sapere che non se ne parla nemmeno.
Per quanto riguarda 1’Italia bisogna dire che una tale politica non sarebbe nemmeno in continuità con la tradizionale politica estera italiana, che non è stata giocata solo sui due `cerchi storici’ dell’europeismo e dell’atlantismo, ma ha frequentato anche il cerchio del rapporto col mondo arabo e islamico: basta chiedere al senatore Andreotti.
I due mondi
A1 di là dell’illusione riformista coltivata entro i confini e 1’obbedienza dell’Impero, una politica che avesse senso per 1’Europa e per la quale L’Europa avesse senso, è una politica Seconda, consiste essenzialmente nel confluire in una sola dell’una e dell’altra Via, owero nel fare della forma socialdemocratica una variante interna del neo-liberalismo. E tanto grande è il rischio che ciò finisca per rendere indistinguibili destra e sinistra, che Clinton introduce un’altra distinzione, e chiama «Quarta Via» la nuova destra, cioè quella destra da cui 1’ex sinistra dovrebbe continuare a rimanere difforme, ed è la destra che in più ci mette L’arroganza del potere e la concentrazione della ricchezza, l’unilateralìsmo, la pretesa al dominio mondiale, «un conservatorismo aggressivo che prospera sui nemici e mette al primo posto il potere», e naturalmente intende affermare e difendere tale potere con le armi. Priva di una sua autonomia teorica e progettuale, la `Terza Via’ rischia così di ridursi a un arginamento della Quarta, a una limitazione del danno, a sceverare tra mali necessari e superflui, sofferenze utili e inutili, vittime regolamentari o eccessive, come fa il diritto umanitario sacrificale di guerra. In politica estera il rischio è quello di ridursi a praticare uno sconto su1 « prezzo de11’Impero», per riprendere il titolo di un fascicolo (n. 20, 2003) di «Aspenia».
Si può così intravedere quella che potrebbe essere una politica estera riformista. L’assoluta preponderanza degli Stati Uniti e la volontà americana di preservarla non solo contro potenze che pretendano di superarla, ma anche di eguagliarla, è il dato di partenza riconosciuto, su cui tutto il resto va modellato e costruito.Questo incontestato primato americano peraltro non è un eccesso del momento, è i1 vero nuovo ordine succeduto a quello bipolare, è il punto d’arrivo di un percorso culminato nella risposta all’ 11 settembre, è il fulcro della filosofia della nuova destra propugnatrice del «XXI secolo americano», ed è la nuova interpretazione della sovranità americana messa per iscritto da Bush nel documento sulla Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti e da Condoleezza Rice nell’illustrarlo.
Questo presupposto della universale egemonia americana, detta anche Impero, íl riformismo non lo contesta, anche se non lo ama. Vorrebbe che 1’Impero non solo si dichiarasse, ma fosse `benevolo’ e `compassionevole’, e non rifugge dall’idea che, dinanzi all”asse del male’ contro cui 1’Impero combatte, si formi un `asse del bene’ di cui, come dice Carl Bildt, l’ex negoziatore di Dayton per la Jugoslavia, dovrebbe far parte 1’Europa («Aspenia», n. 17, 2002).
L’Europa e 1’America
L’Europa, appunto. È questa la grande questione della politica riformista europea. Dato 1’Impero, che deve fare 1’Europa?
È abbastanza improbabile che una politica estera riformista voglia scandagliare i contenuti più profondi del divario che si è andato profilando, soprattutto a partire dalla guerra irachena, tra gli Stati Uniti e 1’Europa, o almeno una parte di essa. La stessa Francia e la Germania è dubbio che lo vogliano fare. Cercare con rigore la verità di
questa differenziazione e su questa innestare una politica, vorrebbe dire cambiare troppi abiti mentali e anche la percezione dei propri interessi, e soprattutto prefigurare per 1’Europa un ruolo nel mondo diverso da quello assegnatogli nella divisione internazionale del lavoro oggi concepita dalla Casa Bianca.
Più alla portata di una politica riformista è promuovere un «nuovo deal transatlantico, di cui avremmo bisogno sia noi europei che gli Stati Uniti stessi», come si esprime 1’editoriale del n. 20 di «Aspenia». Per 1’Europa c’è una porta stretta attraverso cui passare per addivenire a tale new deal essa «deve prendere atto della fine del multilateralismo del secolo scorso»_. Tenendo conto che il secolo scorso è il Novecento, appena ieri, il requiem appare troppo precipitoso. Ma appunto il realismo riformista parte dai fatti, prende atto della situazione esistente.
Potrebbe 1’Europa continuare a rivendicare il multilateralismo, la concertazione, il negoziato, la regola de1 diritto, la pace? Lo potrebbe fare solo a costo di una profonda revìsione della propria tradizione, di una `conversione’, cose che sono al di là di una politica semplicemente riformista. La ragione l’ha spiegata Robert Kagan, uno degli esponenti di spicco della nuova destra americana, nel suo libro Paradiso e potere 1. La tesi è che un’Europa invaghita del diritto non è poi così credibile, dato che «la cultura strategica più pacifica che 1’Europa rivendica come propria è, in termini storici, recentissima», che «1’ordine europeo che nacque nel 1871 con l’unificazione della Germania fu, come tutti quelli precedenti, figlio della forza» e che «la politica di grande potenza che 1’Europa ha condotto negli ultimi trecento anni» non è stata certo ispirata a principi illuministici. ln ciò gli Stati Uniti, con il loro culto del potere e della forza, non farebbero che riprendere una strada che 1’Europa avrebbe abbandonato solo per la sua debolezza.
Per quanto questa tesi sia impietosa con 1’Europa e non tenga conto di una maturazione effettiva che nel corso de1 Novecento sì è avuta nel contìnente, essa coglíe un dato reale: America ed Europa sono simili, 1’una partorita dal1’altra, hanno lo stesso logos, lo stesso ethos e lo stesso nomor, veniamo dagli stessi genocidi, noi 1’abbiamo fatto nel Sud e nel Centro-America, loro nell’America del Nord, abbiamo fatto la stessa tratta degli schiavi da un lato all’altro dell’Atlantico, abbiamo fatto le stesse guerre, abbiamo creduto nelle stesse armi e nelle stesse ragioni della potenza. Anche 1’Europa ha di che farsi perdonare, non ha tutte le carte in regola per fare la lezione all’America, non è solo questione di uno scarto, oggi rovesciato, tra la debolezza e la forza, come dice Kagan.
Il riformismo appunto prende atto di questa connaturalità euro-americana e ragiona a partire da quelli che considera «i due cerchi storici della politica estera italiana, europeismo e atlantismo»; e `atlantiste’ si dichiarano Marta Dassù e Lucìa Annunziata, che guidano 1’impresa di «Aspenia», dove 1′ `ismo’ indica 1’avvenuto passaggio del rapporto atlantico dalla scelta politica al credo ideologico.
In coerenza a tale assunto, il soggetto storico preso in carico quale principia e fine della politica riformista, è posto dall’ex presidente della Knesset, Abraham Brug, in un cruciale articolo su “Yediot Aharonot”:
Volete la più grande Terra di Israele? Nessun problema. Abbandonate la democrazia. Istituite un effìciente sistema di separazione razziale qui, con campi di prigionia e villaggi di detenzione. II ghetto di Qalqilia e il gulag di Jenin. Volete una maggioranza ebraica? Nessun problema. O mettete gli arabi su carri ferroviari, autobus, cammelli e asini e li espellete in massa o separatevi completamente da loro, senza trucchi e mistificazioni. Non c’è una via di mezzo. Dobbiamo rimuovere tutti gli insediamenti e stabilire un confine internazionalmente riconosciuto tra la casa nazionale ebraica e la casa nazionale palestinese. La legge ebraica del ritorno sarà applicata solo nella casa nazionale, e il loro diritto al ritorno si applicherà solo entro i confini dello Stato palestinese.
Volete la democrazia? Nessun problema. O abbandonate l’idea del `Grande Israele’ fino all’ultimo insediamento e avamposto, o date piena cittadinanza e diritti di voto a rutti, compresi gli arabi. Il risultato, ovviamente sarà che quelli che non vogliono uno Stato palestinese accanto a noi né attraverso le urne uno in mezzo a noi.
Le domande di Burg pongono questo problema: 1’essere Israele uno Stato ebraico comporta necessariamente che la sua terra si estenda dal mare al Giordano, cosicché, come ha stabilito una mozione votata quasi all’unanimità dal Likud nel maggio 2002, “mai ci potrà essere uno Stato palestinese ad ovest del Giordano”? Cosicché, come ha detto il gen. Effi Eitan, leader di uno dei partiti religiosi al governo. «mai dovrà esistere una sovranità che non sia quella israeliana tra il mare e il Giordano»? E, per essere amici di Israele, si deve accettare come imperativo territoriale e politico, e non solo come richiamo a un valore religioso, 1’affermazione del primo ministro Sharon in un’intervista al «Corriere della Sera», che «la Terra promessa è degli ebrei e solo loro»? Perché se è così (donde L’occupazione, le colonie, la costruzione di città ebraiche intorno e sopra le città palestinesi) non potrà mai esserci la soluzione dei due popoli in due Stati; ma in tal caso è inutile la road map, è inutile chiedere ai palestinesi di fermare il terrorismo e aspettarsi che finiscano i kamikaze.
Allora è chiaro che il problema è dell’ebraismo, prima che dello Stato di Israele; anche qui, nessuno può chiedere all’ebraismo di rinunziare all’idea dell’elezione divina, al messianismo, all’unità indissolubile di Torah, popolo e terra; ma nel momento in cui esso si fa Stato tra gli Stati, occorre uno snodo, per il quale la redenzione non diventi la redenzione di un solo paese, il popolo non si viva come alternativo ad altri popoli, e i confini della terra non siano considerati indisponibili, intrattabili, e tali perciò da comportare L’espiantazione di un altro popolo. Ciò che dovrebbe fare una politica post-riformista è di discutere queste cose, anche con le comunità ebraiche, magari anche coi rabbini d’Israele, senza timore della falsa e sleale accusa di antisemitismo, proprio per non lasciare Israele da solo in
un’impasse da cui da solo forse non può uscire; e così, con tutto 1’apporto di garanzie internazionali che fossero eventualmente necessarie, sciogliere questo nodo, che lega 1’intera situazione mondiale, e assicurare la vita e 1’indipendenza allo Stato di Israele insieme a quella dei suoi vicini.
2. Connesso al punto precedente, è quello della politica da seguire nei confronti di Arafat. È chiaro che all’Autorità palestinese si deve chiedere di uscire dalla spirale terroristica, di far cessare le ritorsioni che colpiscono la popolazione civile e di ripristinare, per quanto sta in lei, le condizioni per una soluzione politica. Ma troppo facilmente è passato in Occidente L’assioma israeliano che Arafat è finito e che è un ostacolo alla pace. Sharon non si accorge che decidendo di liquidare Arafat, in quanto `ostacolo’ alla soluzione da lui oggi perseguita del.problema palestinese, lo consacra come vero capo del suo popolo, cioè come ultimo argine alla sua definitiva e totale sconfitta. Come tale, Arafat va sostenuto, e in Palestina bisogna andarlo a trovare. Poi lo si potrà anche mandare in pensione; ne ha del resto 1’età, anche a considerare la più alta età pensionabile che si vorrebbe introdurre da noi. Però solo dopo aver fatto quanto sta in noi per adempiere ciò per cui lo abbiamo fatto parlare al Parlamento italiano, all’assemblea dell’OtvU, per cui gli abbiamo dato il Nobel per la pace, gli abbiamo stretto e fatto stringere mani nei giardini della Casa Bianca, per cui lo abbiamo tolto dall’esilio di Tunisi e portato con tutti gli onori a Gerico e a Gaza. Tutto ciò è stato fatto perché egli realizzasse uno Stato palestinese, non certo per imprigionarlo, mostrarlo a tutti come il colpevole di tutti i mali, e poi espellerlo o ucciderlo, nella sempre rinnovata illusione che il sacrificio di una vittima risolva la crisi e produca mirabilmente la pace per il popolo.
3. Una linea di politica estera post-riformista dovrebbe essere quella di stabilire un circolo virtuoso con il Brasile di Lula, i paesi che si sono con lui uniti a Cancún, e la Cina che è oggi impegnata a sfamare, vestire e istruire più di un miliardo di persone, la cui sorte ci dovrebbe stare a cuore non meno di quanto ci fu quella degli albanesi del Kosovo. Tra 1’altro la Cina ci sta provando anche col mercato: se ci riuscisse sarebbe una bella soddisfazione per 1’Occidente che fa del mercato la sua religione. Ma allora niente dazi e dogane contro la Cina, niente politiche protezionistiche e di arroccamento contro i paesi dell’altro mondo, anche se questo vuol dire perdere in competitività sul costo del lavoro e sui prezzi, e dover cercare la competitività su un altro terreno. Farsi interlocutori del Brasile, della Cina, dell’Africa, dell’universo arabo e islamico, invece che salire sugli spalti dello `scontro di civiltà’, non vuol dire cambiare campo o patrocinare nuove contrapposizioni di potenze; vuol dire semplicemente non restare chiusi nello scrigno e nelle fortezze dell’Occidente e portare 1’Europa a misurarsi e a cooperare col mondo degli altri, e decidere che anche loro devono vivere, anche se questo comporta ridefinire priorità e privilegi della politica e del1’economia europea.
per il mondo. Non una politica per mettere a freno il mondo cosl che tutto sia finalizzato a favorire o non nuocere agli interessi dell’Occidente (dove 1’Occidente e i suoi interessi sono il criterio di ogni politica, in una autoreferenzialità che sfocia nell’autismo, fino alla paranoia che fa dell’Occidente 1’amministratore della giustizia infinita che «libera il mondo dal male»), ma una politica per il mondo, di cui anche 1’Occidente fa parte. Questa è per 1’appunto la politica che oggi non è pensata da nessuno, e non lo è perché il mondo ha cessato di essere pensato. Se si tornasse a pensare il mondo bisognerebbe infatti ammettere che oggi esso non è pensato nella sua totalità, come un unico sistema pluralistico di uomini donne popoli e ordinamenti, avente problemi in gran parte comuni e partecipe di un unico destino (ciò per cui avrebbe significato parlare di uno «spazio pubblico mondiale» nel senso di Habermas), ma è pensato come la giustapposizione di due mondi, e non solo nel senso geografico di Nord e Sud, 1’uno eletto per la salvezza e perfetta realizzazione delfumano, 1’altro mal riuscito, `pitocco’ (nel senso del ptokós di Marco Aurelio, spregevole perché non sufficiente a se stesso); un mondo virtuoso e appagato, e un altro indigente, affamato, esubero, pericoloso, e perciò abbandonato a se stesso o assoggettato, quando non passato per le armi.
Tra questi due mondi c’è una linea di contatto per la quale parti del secondo possono entrare nel primo, ma 1’unico abilitato a mediare questo contatto è il Mercato, e 1’unico e universale rimedio contemplato per dare risposta ai problemi della miseria universale e dell’abbandono è, come detta Bush nel documento 2002 sulla nuova Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, il free trade e il free market, libero commercio e libero mercato. Non c’è quindi un Terminator o un grande genocida di turno che brandisce la mannaia della Grande Selezione, che prende gli uni e scarta gli altri, questi li assolve e quelli li condanna, gli eletti li tiene in vita gli scartati li lascia alla loro sorte: messa fuori gioco la politica, che perciò se ne proclama innocente, la pratica può essere sbrigata dalla Mano invisibile (e dunque irresponsabile) del mercato. La politica, che è tornata a sposare la ripudiata, la guerra, è chiamata a fornire le guardie del tempio, per difenderlo dagli assalti delle masse escluse, e tenerne lontano o scacciarne gli impuri, i non rassegnati, le `canaglie’, i terroristi, i titolari del diritto di ribellione, evocato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del ’48. Come ho scritto altrove z su questo crinale dei due mondi siedono oggi poteri apocalittici, nel senso specifico che guardano all’esistenza del mondo opposto come sfida e imminente pericolo per il proprio, e in forza di tale stato d’eccezione o stato di necessità si ritengono legittimamente posti al di là del bene e del male: la migliore difesa è una buona e precorritrice offesa, dice Bush, risalendo a un secolo tornato di moda, il XVII, quando Hobbes spiegava che a causa della diffidenza reciproca, «un uomo non ha modo più ragionevole di garantire la propria sicurezza che 1’anticipazione» 3; «meglio vivi nel disprezzo che morti nell’encomio», ha scritto 1’ambasciatore d’Israele a Roma.
Una politica riformista che resti in questo quadro è morta. Occorre una politica che ne rimetta in discussione i presupposti. È, vero che questo compito va ben oltre la politica e oltre il diritto. Occorrerebbe ripensare anche il passato, guardare alla storia non con gli occhi allucinati e impotenti dell’angelo di Klee, nella lettura fattane da Walter Benjamin, ma con atteggiamento positivo, di ripresa in mano, di pentimento e di recupero, giungendo a rimettere in discussione il nomos dell’Occidente – nel suo insieme di leggi, ordinamenti e forma economico-sociale – giunto a tale esito estremo in questa fine della modernità, e messo a nudo nella sua crisi dalla caduta verticale del diritto. Ma di questo si potrà discutere altrove.
Quello che qui si può fare, è di indicare alcuni temi, a titolo di esempio, su cui si potrebbe – e dovrebbe – misurare una politica internazionale che, per non turbare nessuno e non ferire le pie orecchie, potremmo chiamare semplicemente una politica post-riformista.
A titolo di esempio
1. Aiutare Israele a uscire dalla spirale. Non far finta di credere che il problema dello Stato di Israele e della politica dei suoi governanti sia disgiungibile dal problema dell’ebraismo. È Israele stesso che non lo consente, interpretando ogni critica allo Stato di Israele come antisemitismo. Occorre ascoltare quegli storici israeliani che, in polemica con i `nuovi storicl’ che vogliono ridiscutere i modi della nascita dello Stato di Israele, affermano che «lo Stato di Israele è uno Stato ebraico, e non lo Stato degli ebrei o uno Stato democratico» 5. Una politica con e per Israele non deve né ignorare questa identità, né pretendere di cambiarla, perché essa dipende dagli israeliani stessi e solo da loro. Però si pone il problema di coniugare 1’ebraismo con la democrazia, come si è posto per la Chiesa e per altri movimenti e culture, soprattutto quando sono venuti a misurarsi col problema dello Stato. Nessuno può pretendere che questa coniugazione avvenga in Israele nelle forme dello Stato laico democratico e pluralistico, nel quale gli ebrei finirebbero in minoranza; nemmeno i palestinesi lo chiedono più, da quando hanno rinunziato alla pura e semplice negazione dello Stato d’Israele. E nemmeno si può contestare, dall’esterno, che la legge civile israeliana sia una legge religiosa, amministrata dai rabbini, come non si può dall’esterno imporre leggi laiche nei paesi islamici; nemmeno lo Stato laico occidentale può pretendere di essere un modello universale. Il problema però, in uno Stato religiosamente connotato, è quello di permettere la vita degli altri, singoli e comunità, nella libertà della loro religione e della loro cultura e nel pieno esercizio dei loro diritti, non solo individuali, ma collettivi; nel caso di Israele, è che gli arabi-israeliani non siano cittadini di seconda serie e non siano obbligati dalla legge dei rabbini. Ma rispetto alle ambizioni del Grande Israele, il problema di coniugare ebraismo e democrazia si pone nei termini in cui è stato
4. Occorrerebbe una forte iniziativa perché sia iscritta nell’agenda politica internazionale, tra le massime priorità, la questione della crisi del sistema fisico della Terra, a cominciare dalla crisi climatica, che sta facendo saltare il chiavistello delle acque e minaccia modi di vita, economie, sistemi culturali, fino al rischio in tempi ravvicinati della sommersione di molte terre emerse. Un recente telegiornale della sera parlava della possibilità, contemplata dai tecnici, che nel corso di questa generazione la pianura padana sia sommersa, per dire subito dopo: e adesso parliamo di politica… Se la politica non è quella che almeno deve tenere la popolazione su terre asciutte, allora davvero non c’è più politica.
Invece di giocare a fare 1’Impero, e di spendervi somme immense, e di mettere a ferro e fuoco la Terra, chi ha responsabilità mondiali dovrebbe in primo luogo curarsi di tenere in vita la Terra. Per non parlare dell’acqua potabile, dell’esaurimento dei combustibili fossili, della desertificazione, della drastica riduzione delle specie viventi, della crisi demografica, dei movimenti migratori di massa, cioè dello scenario reale del mondo prossimo venturo.
~. Riguardo al rapporto Europa-Stati Uniti, una politica alternativa al puro e semplice appiattimento dell’Europa sugli Stati Uniti e alla sua inclusione senza residui nella logica imperiale, non sta né nel contrapporre potenza a potenza, né nella costruzione di un esercito europeo (al quale, come si è visto, non è concesso nemmeno un Quartier generale autonomo), né nella lotta dell’euro contro il dollaro. Alcune di queste cose una politica riformista potrebbe perfino tentarle. Ma una politica post-riformista, interpretando istanze presenti nella stessa tradizione americana, e facendosi capace di egemonia (di persuasività) nei confronti degli stessi Stati Uniti, dovrebbe essere una politica per il mondo, assunto nella sua unità di eguali e nella indivisibilità del suo destino. Del resto era questa 1’idea che balenò, nell’orizzonte sfiorato alla fine della seconda guerra mondiale, quando si pose mano alla costruzione delle Nazioni Unite, all’avvio della nuova fase del diritto internazionale e alla costruzione dell’epoca nuova. Perciò 1’ONU non può essere dismessa. E prima ancora della sua riforma, il compito è quello di far funzionare e realizzare ciò che è già contemplato nei suoi ordinamenti e nei suoi Statuti: la costituzione di una forza armata dell’ONU, indipendente dagli Stati, al comando del Comitato dei capi di Stato maggiore e sotto la responsabilità del Consiglio di sicurezza, per il mantenimento e il ristabilimento della pace e della sicurezza, a norma del Cap. VII della Carta; 1’intervento dell’ Assemblea generale, con poteri analoghi a quelli del Consiglio di sicurezza, quando quest’ultimo sia inerte o incapace di decidere in presenza di gravi crisi internazionali, a norma della Risoluzione 377 del 1950, Uniting for Peace, dell’Assemblea generale; la richiesta alla Corte internazionale di Giustizia di pareri consultivi, ma politicamente rilevanti, su qualunque questione giuridica (legittimità, ad esempio, della `guerra preventiva’, qualificazione di un’azione militare come aggressione, legittimità di barriere e muri di separazione in territori occupati, e simili).
Tutto ciò vuol dire politiche di inclusione e non di esclusione, di ricomposizione e non di secessione, di universalità e non di selezione. Per 1’Europa vuol dire farsi carico degli interessi negati, dare voce ai popoli ammutoliti, compensare la debolezza degli scartati. Ciò è difficile a farsi anche per la sinistra; ma il fatto è che nella situazione data, una sinistra che non faccia questo sarà pure dabbene, ma di certo non è sinistra. D’altronde, mettersi su questa strada, porta con sé un naturale rapporto col movimento no-global, con la coscienza di grandi masse, con gli strati profondi delle religioni e delle Chiese, anche in Occidente. E non è affatto detto che sia una via minoritaria, se saprà mostrarsi come giusta e dettata dalla necessità storica.
L’ostacolo
Sono solo alcuni spunti ed esempi, come abbiamo detto, per un possibile programma alternativo di politica estera, soprattutto per indicare un diverso tipo di approccio, entro il quale ragionare. Ma c’è un ostacolo, che non sta solo nei contenuti, certo difficili, di un tale diverso approccio. L;ostacolo, almeno per quanto riguarda 1’Italia, sta nel sistema politico che è stato costruito, il quale è stato reso strutturalmente refrattario a recepire tali contenuti, e organicamente funzionale a politiche di arroccamento, di selezione e di dominio. La distruzione dei partiti, la sterilizzazione delle forme di partecipazione politica, la confisca del diritto dei cittadini a «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (Art. 49 Cost.), L’oggetto della politica ridotto al trofeo della conquista e della manutenzione del potere, chi vince vince tutto, chi perde perde tutto, lo spoil system, la degenerazione leaderistica, il feticcio della governabilità, lo snaturamento delle rappresentanze, il sistema elettorale dualistico, specchio e strumento di una gestione dualistica e manichea della società e del mondo, costituiscono la grande rete di protezione stesa dal potere perché una politica diversa non solo non possa essere intrapresa, ma nemmeno possa essere pensata.
Andiamo fuori tema se diciamo che una politica postriformista, capace di intercettare e curare i problemi cruciali della comunità internazionale, comincia dal risanamento della democrazia interna, e dalla lotta per la proporzionale?