L’impero colpisce ancora

Non si sa se sono stati gli strateghi del Pentagono a ispirarsi all’impero di “Guerre stellari”, oppure gli ideatori della serie a ispirarsi alla strategia del Pentagono. Certo è che le analogie sono impressionanti. Lo conferma il progetto, presentato dal segretario alla difesa Rumsfeld, di costruire un “bombardiere spaziale” che permetterebbe agli Usa di “condurre rapidi attacchi globali” (Los Angeles Times, 28 luglio).
Lo space bomber sarebbe in grado, volando con motori a razzo a una velocità 15 volte superiore a quella del B-2 Spirit, di colpire, al massimo entro 30 minuti, qualsiasi obiettivo sulla faccia della Terra con bombe di precisione lanciate da circa 100 km di altitudine, rientrando quindi negli Usa in meno di 90 minuti dal decollo. Sarebbe usato per distruggere “obiettivi chiave”, come i bunker dei centri di comando, “nei primi minuti di una guerra per rendere sicuro un successivo attacco con altri aerei”.
Le bombe, data l’altitudine da cui verrebbero sganciate, “non avrebbero bisogno di testate esplosive”. Ciò conferma la notizia che sono in fase di sviluppo negli Usa testate a uranio impoverito lanciabili da vettori suborbitali (come lo space bomber) od orbitali, in grado di distruggere bunker e altre strutture con la sola energia cinetica. Esse offrirebbero il vantaggio, rispetto a quelle nucleari, di non rendere l’area colpita talmente radioattiva da non poter essere successivamente occupata.

La militarizzazione dello spazio
Di fronte all’allarme suscitato dal progetto dello space bomber, il Pentagono ha fornito una ancora più inquietante rassicurazione: esso “non costituirebbe una ulteriore mossa per militarizzare lo spazio, poiché i suoi obiettivi sarebbero sulla terra”. Dato che finora non sono stati scoperti altri mondi in cui fare la guerra, è evidente che la militarizzazione dello spazio ha come obiettivo la terra. Lo conferma l’aeronautica statunitense, quando dichiara che si sta trasformando “da forza aerea e spaziale in forza spaziale e aerea” poiché, “se non dominiamo nello spazio non possiamo dominare sul terreno” (Airman special report: Global engagement, febbraio 1997).
Il “bombardiere spaziale” – applicazione militare del veicolo di lancio riutilizzabile X-33/Venture star della Nasa, il cui programma è stato interrotto lo scorso marzo – si inserisce nello stesso quadro strategico della National missile defense. Lo space bomber e altri sistemi d’arma, a duplice capacità non nucleare e nucleare, accrescerebbero la capacità statunitense di paralizzare con un primo improvviso colpo i centri nevralgici dell’avversario, mentre lo “scudo spaziale” dovrebbe neutralizzare una sua eventuale rappresaglia missilistica.
Lo “scudo” sarebbe composto da più sistemi integrati: il Ground based interceptor, il missile con base a terra destinato a intercettare i missili balistici fuori dell’atmosfera; l’Airborne laser, un’arma che, installata su un Boeing 747 modificato, dovrebbe essere in grado di distruggere con un raggio laser i missili avversari nella fase di lancio; lo Space based laser, un’arma laser antimissile messa in orbita nello spazio; il Mid-infrared advanced chemical laser, un’arma laser con base a terra capace di distruggere i satelliti avversari.
Sono in fase di sviluppo diversi altri sistemi impiegabili in teatri bellici regionali come il Golfo persico o i Balcani -Theater high-altitude area defense (Thaad), Patriot advanced capability-3, Navy theaterwide and navy area defense e altri – basati su intercettori in grado di distruggere missili di corto e medio raggio nella fase mediana o terminale della traiettoria.
Anche se non si può ancora sapere se e in quale misura questi sistemi funzioneranno, di una cosa si è certi: la militarizzazione dello spazio, con una spesa iniziale di 100 miliardi di dollari (oltre ai 60 già spesi), sta portando alle stelle i profitti delle industrie aerospaziali. Quelli della Lockheed Martin -contrattista del Ground based interceptor, dei sistemi Thaad e Patriot e dell’Airborne Laser – sono aumentati nel 2000 del 236 per cento rispetto al 1999. E la Lockheed per di più è in gara con la Boeing per accaparrarsi un contratto di 200 miliardi di dollari per la fornitura di 3mila cacciabombardieri di nuova generazione.
Ma l’amministrazione Bush dove può trovare i fondi necessari? Carl Levin, presidente della Commissione senatoriale per i servizi armati, “dubita che vi sia abbastanza denaro per coprire il bilancio 2002 della difesa di 328,9 miliardi di dollari, senza andare in deficit e attingere al fondo di riserva per la sicurezza sociale o tagliare importanti programmi nazionali, alternative di cui nessuna è accettabile” (Washington Post, 11 luglio). Da qui la necessità per il presidente Bush di trovare dei partner, disposti a condividere gli oneri della militarizzazione dello spazio.

Il sogno americano di Berlusconi
Quando, alla conferenza stampa del 23 luglio a Roma, è stato chiesto al presidente statunitense Bush se intende far partecipare società europee, in particolare italiane, all’investimento per lo “scudo spaziale”, egli ha risposto di “essere più che disponibile a cooperare” e di aver “già discusso la questione” con Silvio Berlusconi, “amico verso cui sono molto riconoscente per l’appoggio e la lungimiranza, mentre altri sono stati scettici” (The White house, Press conference by president Bush and Italian prime minister Berlusconi).
L’appoggio di Berlusconi è andato dunque oltre le parole: sicuramente, nell’incontro di Roma, sono state tracciate (scavalcando il Parlamento) le linee guida di una partecipazione italiana al progetto Usa di militarizzazione dello spazio. L’industria di punta sarà l’Alenia, con la quale la Lockheed Martin ha già costituito una joint-venture (Lmatts) per la produzione dell’aereo militare da trasporto C-27J.
Bush è riuscito dunque a far sì che l’Italia investa risorse finanziarie e intellettuali nel suo “scudo”, rafforzando l’asse tra l’industria aerospaziale Usa e quella britannica Baes, in contrapposizione al consorzio aerospaziale franco-tedesco-spagnolo Eads. Il risultato, per l’Italia, sarà una crescente militarizzazione della ricerca, compresa quella universitaria.
Così il nostro paese parteciperà al “sogno americano” di dominare lo spazio e, attraverso lo spazio, la terra. Un’impresa mai tentata ma che Bush, con l’aiuto dell’amico Berlusconi, vuole intraprendere in quanto – ha detto sempre durante la conferenza stampa – “noi abbiamo in comune lo spirito imprenditoriale”.
Si consolino i pensionati: dovranno sì tirare la cinghia, ma potranno così finanziare un pezzetto dello “scudo spaziale” che, come ha detto Silvio Berlusconi, garantirà anche la loro “sicurezza”.