L’immaginario ribelle della génération précaire

«La Grande Porte, rossa, Carrefour, blù. 700 metri N34 Porte de Vincennes, Porte Dorée, Etap’Hotel, verde, 245 F, la Nuit Hotel F1, 700 metri. Stazione di servizio. Cazzo!». Scorrono, in rapida sequenza, le indicazioni stradali, gli alberghi e i benzinai che si incontrano lungo il boulevard périphérique di Parigi: rappresentano altrettante tappe di una narrazione vorticosa, che tende a rendere percepibile, pagina dopo pagina, la “febbre” francese del ’68. Alla guida della sua vecchia citroen ds decapottabile, il protagonista di Tigre en papier – il romanzo di Olivier Rolin pubblicato a Parigi nel 2002 – spiega esplicitamente questo bisogno di smarrimento alla sua giovane interlocutrice, la ragazza a cui sta raccontando “i giorni del Maggio”: «Quando non capirai più nulla, quando confonderai tra loro tutte le cose, allora e solo allora capirai come eravamo noi in quel momento».
Tigri di carta erano l’imperialismo e i suoi alleati secondo il vocabolario del “Presidente Mao”, ma quando Rolin, ex militante della Gauche prolétarienne alla fine degli anni Sessanta, ha voluto chiudere i conti con la stagione dell’impegno politico e consegnare alla sua, ma soprattutto alle generazioni venute dopo, una sorta di memoria del Sessantotto, deve aver pensato che quel titolo ben si adattava anche alle molte fragilità emerse all’indomani dell’apparente sconfitta dell’insurrezione giovanile cresciuta al Quartiere Latino. Di Tigre en papier si è discusso molto in Francia, Rolin è del resto uno scrittore di successo, anche se la sua notorietà sembra stenti ancora a varcare le Alpi. Soprattutto, di questo romanzo, giudicato da parte della critica un tantino “nostalgico”, è stata sottolineata la puntualità, vale a dire l’apparire in un momento nel quale la Francia era nuovamente attraversata da forti movimenti sociali e giovanili.

Già nel 1998, del resto, presentando un’ampia monografia dedicata ai trent’anni del Sessantotto, intitolata “Eloge de la revolte”, il Magazine littéraire spiegava come l’idea della “rivolta” che si poteva temere fosse andata persa, stesse invece riemergendo nella società. «La rivolta è tornata d’attualità recentemente – spiegava l’introduzione al dossier della celebre rivista letteraria – con il movimento dei disoccupati: “arrabbiati” del ’68, disoccupati del ’98, sempre la stessa lotta. Proteiforme, la rivolta può essere politica come estetica, morale, sessuale o letteraria. Un affare di barricate o una questione di stile».

Il ’68, e da noi anche il ’77, hanno lasciato una vasta gamma di “segni” culturali dietro di sé. Il catalogo sarebbe enorme e scontato, basti dire che ci si potrebbe muovere su un terreno dove i situazionisti incontrano la beat generation, l’operaismo discute con la nouvelle vague cinematografica e i nouveaux philosophes banchettano con il punk. Tutto possibile. Ma di fronte a una questione a un tempo “di barricate e di stile” come appare già essere l’attuale movimento francese contro il Cpe, è possibile interrogarsi sull’esistenza di un vero e proprio “immaginario” della rivolta? O forse, e questa sembra essere una delle maggiori intuizioni della stagione italiana dei tardi anni Settanta, pensare di poter sezionare movimenti nati nell’era della società dell’informazione e della disoccupazione intellettuale di massa, lungo un ipotetico crinale tra politica e cultura, significa non capire cosa è accaduto dopo il ’68. Tentiamo in ogni caso.

Il primo diario della nuova rivolta francese è infatti un “romanzo di vita”, una bruciante storia di strada che poco concede alla ricostruzione letteraria. Resterò in piedi e non avrò paura (pp. 303, euro 12,50), la storia pubblicata nel 2003 a Parigi da Lola Lafon – originariamente con il titolo di “Une fièvre impossible à négocier” – e proposta lo scorso anno nel nostro paese da Piemme, è stata presentata come una sorta di “romanzo black bloc”. Certo, la scrittrice e cantante, all’epoca ventottenne e oggi al suo secondo romanzo e al suo primo disco, raccontava la vita negli squat di Parigi, le manifestazioni e gli scontri vissuti dall’interno di “un blocco nero”, ma si trattava prima di tutto di una fotografia senza alcun belletto di una parte della Francia giovane e ribelle. «Non posso cadere, e se le mie lacrime scendono, là davanti ai flic che ci prendono di mira con i loro flash-ball e cercano di buttarci a terra, è solo perché il fazzoletto nero che protegge la mia bocca non riesce a bloccare il fumo dei lacrimogeni», scrive Lafon.

Romanzo estremo, la “febbre” del titolo non ammette mediazione alcuna con la realtà, quello scritto da questa giovane rumena arrivata a Parigi dopo la caduta di Ceaucescu, è un viaggio nella cultura radicale dei gruppi antifascisti e autonomi della capitale francese, un istant-book su una generazione ribelle che non ha mai smesso di riempire le strade francesi negli ultimi anni.

La rivolta “in nero” di Lola Lafon assomiglia però molto anche alle rivolte delle banlieue, territori nei quali è cresciuta buona parte dell’ultima stagione della narrativa francese. Accanto alla memoria ufficiale, agli eventi celebrati dalla tradizione del romanzo storico d’oltralpe, un’altra memoria si è così costruita all’ombra dei valori della République, nei deserti metropolitani dell’indifferenza e del degrado. Il personaggio più noto di questa ondata letteraria cresciuta nell’ultimo ventennio è senza dubbio Didier Daeninckx, lo scrittore della Seine Saint Denis di cui Donzelli ha appena pubblicato una nuova edizione, arricchita di un inedito, della raccolta Off limits (pp. 202, euro 22, 90).

Daeninckx è oggi uno scrittore affermato e riconosciuto anche a livello internazionale, ma il suo modo di mescolare scene di vita quotidiana, cronaca nera, immagini della banlieue e di gestire il tutto attraverso la sicura impronta del “poliziesco” ha fatto scuola, spingendo molti giovani verso la scrittura. «Per la mia generazione – racconta Daeninckx – per me e molti dei miei amici, si è trattato di “incontrare” un’occasione, aprire una porta sulle nostre vite e tentare. Per questo non riesco a considerare la periferia come un luogo chiuso, senza sbocchi, sia dal punto di vista culturale che sociale e la vedo invece come una zona dove, malgrado tutte le difficoltà, c’è grande potenzialità e energia».

La strada della letteratura attraversata da Daeninckx è perciò la medesima del compianto Jean Claude Izzo, di Tonino Benaquista, Thierry Jonquet, Maurice G. Dantec o ancora di Fred Vargas e Daniel Picouly, per non citare che alcuni degli autori più noti e tradotti anche nel nostro paese. Protagonisti delle loro storie, tenute insieme da una specie di visione comune della Francia, riletta attraverso la lente del crimine, individuale o collettivo, sono non soltanto i ragazzi delle banlieue – non tutti questi autori sono figli della periferia urbana -, ma quella nuova generazione che si è affacciata alla politica e alla società negli anni delle mobilitazioni contro Le Pen, delle manifestazioni contro la disoccupazione e la precarietà, nella stagione dell’attivismo in rete. Quasi un ritratto della “génération précaire” oggi protagonista delle proteste contro il Cpe.

Se è infine in rete che si possono cogliere molti dei tratti del movimento contro la precarietà che si è sviluppato nel corso degli ultimi anni, passando dagli “intergalactiques” del Forum sociale di Parigi agli “intermittents” che hanno turbato le notti di Avignone e dei grandi appuntamenti culturali dell’estate transalpina, non stupirà forse constatare che alcuni dei canali di dibattito più praticati dai protagonisti di queste insorgenze appartengono al “mainstream” delle culture giovanili. Riviste come Nova magazine prima, come Technikart e soprattutto Les inrockutibles poi, ma anche testate “specializzate” come Respect magazine, sorta di voce patinata delle banlieue, hanno dedicato uno spazio crescente alle mobilitazioni che si sono succedute negli ultimi anni. Il fatto apparentemente paradossale è che si tratta di pubblicazioni che si occupano in primo luogo di musica e di “consumi giovanili”. Questo il quadro nel quale, accanto a un’attenzione costante alle nuove tendenze artistiche e dello stile, si è svolta a più riprese una riflessione sulle nuove rivolte sociali e giovanili, Riflessione interna e allo stesso tempo esterna, e molto attenta alle forme di comunicazione verso la politica, ai movimenti. Il tutto all’insegna di ciò che una di queste riviste aveva sintetizzato in un titolo di sicuro effetto: «Subversion. Mode d’emploi».