L’imbarazzante silenzio arabo sulle bombe a Beirut

Un mondo arabo ancora una volta spaccato tra il sostegno delle popolazioni alla «resistenza» e le zoppicanti posizioni di molti regimi sulle cause della crisi mediorientale, si presenta oggi al Cairo per decidere quale strada seguire per mettere fine all’offensiva israeliana e salvare il Libano dalla catastrofe. Le possibilità che dal vertice straordinario dei 22 Paesi membri della Lega Araba escano fuori decisioni concrete sono molto limitate se si tiene conto della risposta balbettante che i leader arabi hanno dato sino ad oggi a ciò che sta accadendo sul terreno. Molti paesi, in particolare quelli del Golfo, sono rimasti in silenzio, l’Arabia saudita attraverso la sua agenzia di stampa ha condannato quello che ha definito «l’avventurismo di certi elementi presenti in Libano» (gli hezbollah) che, secondo Riyadh, ha provocato la reazione israeliana. Giordania ed Egitto – ieri si sono incontrati re Abdallah e il presidente Mubarak – da un lato condannano i raid israeliani ma dall’altro fanno arrivare al presidente siriano Bashar Assad, un «invito a riflettere», ovvero «solo tu puoi metter la museruola agli hezbollah». In ogni caso il presidente americano Bush ha messo fine ad ogni aspirazione araba di indipendenza diplomatica telefonando personalmente a Mubarak, re Abdallah di Giordania e al premier libanese Fuad Siniora per mettere in chiaro che la soluzione della crisi passa per l’applicazione della risoluzione Onu 1559, che prevede il disarmo delle milizie libanesi, quindi anche di Hezbollah, e non delle risoluzioni 242 e 338 che chiedono il ritiro di Israele dai territori arabi e palestinesi occupati nel 1967.
Nelle strade il clima è ben diverso. Ieri al termine della preghiera islamica del venerdì migliaia di persone sono scese in strada ad Amman, il Cairo, Baghdad, Najaf, Gaza, contro l’attacco al Libano, contro Israele e Stati uniti. «Con le sue capacità militari limitate – ha dichiarato il leader dei Fratelli musulmani egiziani, Mohammed Akef – Hezbollah ha ottenuto ciò che molti governi arabi non sono riusciti a fare». E nella stessa maggioranza parlamentare egiziana c’è chi chiede la revisione dell’accordo di pace con Israele oppure il boicottaggio dei prodotti di Tel Aviv. L’offensiva israeliana contro il Libano e Hezbollah peraltro ha avuto l’effetto di rafforzare l’unità degli sciiti in Medioriente e potrebbe contribuire a rallentare il sanguinoso confronto che caratterizza i rapporti tra sciiti e sunniti in Iraq. Il giovane leader sciita iracheno Moqtada Sadr ha espresso la sua solidarietà ai «fratelli» attaccati da Israele. «Noi piangiamo sulla sorte dei nostri amici del Libano attaccati dal nemico sionista con la benedizione del nemico dei popoli, l’America», ha dichiarato Sadr nella città santa di Najaf. «Noi in Iraq non resteremo con le mani in mano», ha aggiunto il religioso iracheno, facendo appello a tutti i partiti e le correnti politiche irachene perché «lascino da parte le loro divisioni per formare un solo schieramento al fianco del popolo libanese». Questo perché – ha concluso Sadr – la nostra unità è un’arma nelle mani del popolo libanese nei confronti del nostro comune nemico». Messaggi di solidarietà ai libanesi e ai palestinesi sono venuti anche da altri leader sciiti iracheni, come il capo del Consiglio supremo della rivoluzione islamica irachena (Sciri), Abdel Aziz al-Hakim. Un messaggio di solidarietà è venuto anche dal presidente del parlamento iracheno, il sunnita Mahmud al-Machhadani.
«Quelli di Israele sono attacchi senza senso, siamo preoccupati per il futuro del Libano. Ci deve essere un ritorno al linguaggio della ragione», ha detto a Gaza il premier palestinese, Ismail Haniyeh (Hamas). Nella sua terra intanto non va molto meglio, visto che l’offensiva israeliana “Pioggia d’estate” non è certo finita anche se le forze corazzate israeliane ieri hanno lasciato il centro della Striscia di Gaza rioccupato nei giorni scorsi. Prima del ripiegamento israeliano però un palestinese è stato ucciso e un altro ferito dai colpi sparati da un carro armato. Gli aerei inoltre hanno continuato a prendere di mira gli uffici di parlamentari e ministri. Tra gli obiettivi ieri c’era anche quello del deputato Mushir al-Masri, ritenuto vicino al premier Haniyeh. Intanto si è conclusa l’odissea delle centinaia di palestinesi che da tre settimane attendevano, in condizioni di disagio, sul versante egiziano della frontiera di Rafah di poter ritornare a Gaza. Ieri pomeriggio un gruppetto di militanti palestinesi ha occupato il terminal e aperto un varco nelle recizioni lungo il confine permettendo ad anziani, ammalati e bambini, di far ritorno a casa. Il transito di Rafah è stato chiuso da Israele dopo il sequestro del caporale Shalit da parte di un commando palestinese.