L’Ilva, il lavoro e la morte la strage non si racconta

TARANTO – L’ultima volta che a Taranto si è parlato pubblicamente di morti sul lavoro è stato il 12 giugno scorso. In piazza Garibaldi, per iniziativa dell’associazione che da quella data prende il nome, in memoria di Paolo Franco e Pasquale D’Ettorre, operai caduti all’Ilva lo stesso giorno dello stesso mese del 2003. Avevano poco più di vent’anni quando sono stati sepolti dal braccio di una gru nei parchi minerali. Per loro quella piazza, simbolo della reazione civile alla routine di morti e infortuni in fabbrica, applaude: tre minuti di mani che si sfregano, piccole e grandi. Poi le parole di Fabrizia Ramondino, intellettuale scomparsa un anno fa. Nel ’69, dopo aver seguito i comitati dei lavoratori in lotta all’Italsider di Bagnoli, scriveva: «Non so dire se in quei mesi gli operai abbiano imparato qualcosa da noi o se in qualche modo siamo stati loro d’aiuto. So invece che loro ci hanno insegnato molto: a vivere con maggiore consapevolezza, responsabilità, dirittura morale. A vedere dietro ogni manufatto dell’uomo, dal frigorifero al ninnolo di casa, dalla macchinetta del caffè all’ombrellone da spiaggia, il lavoro che li ha prodotti (…)». L’ultima «morte bianca» è arrivata invece l’altro ieri, questa volta all’Arsenale di Taranto, «devastato da una ristrutturazione selvaggia e dalla privatizzazione delle lavorazioni in atto da oltre dieci anni», come denuncia Giuliano Greggi delle Rdb. La prima della Difesa spa.

L’urlo di Munch
Dal gazebo volto verso la lingua di cemento che unisce la città nuova alla vecchia, quel giorno hanno preso la parola in tanti. Protagonisti, testimoni di una storia che quotidianamente nei cantieri tarantini miete vittime e ammala. Appena teso sul palco lo striscione dell’associazione 12 giugno, con L’Urlo di Munch. Davanti a esso, uno dei simboli della nazione: la bandiera.
Nulla che sventolasse però, il tricolore era umano: a destra del palco tre ragazzi indossavano tute da lavoro rispettivamente di colore verde bianco e rosso. Davanti a loro un pubblico attento: ai lavoratori ed ex si mischiavano cariche istituzionali, sindacali e associazioni per l’ambiente.
Arrivavano anche dalla Provincia, che soffre gli stessi mali della città: dall’inquinamento prodotto dall’industria, che per un gioco di venti la investe (secondo l’Inventario nazionale emissioni e loro sorgenti nei cieli di Taranto viene riversato il 92 per cento della diossina italiana. E la fonte principale di emissione è l’Ilva), ai lavoratori che garantisce in particolare al bacino Ilva. Perché a Taranto il lavoro si concentra ancora nel siderurgico (13mila dipendenti, e 4mila lavoratori nell’indotto), come i morti (44 negli ultimi 20 anni, fonti sindacali) e gli invalidi. Ci sono poi i malati professionali, che il più delle volte hanno contratto la patologia durante gli anni di lavoro all’Italsider. Segnala l’Inail che su 10mila lavoratori che a Taranto hanno già ottenuto i benefici previdenziali per l’esposizione all’amianto, 8mila sono ex operai dell’Italsider.
Cosimo Semeraro, presidente dell’associazione 12 giugno, è uno di loro. Era impiegato come elettricista alla manutenzione generale di spogliatoi e palazzine. Svolgendo quel lavoro ha contratto l’asbestosi pleurica, il cancro da amianto. Ora è in pensione, ma per ottenere il riconoscimento dell’esposizione ha dovuto penare. E non ha mollato. Quando ha visto la classe operaia sgretolarsi. Quando ha sentito il sindacato debole. Quando davanti a lui si ergevano sordi i colossi del potere. E la lotta l’ha
ripagato. Ad aprile scorso, dopo anni di intoppi giudiziari, in primo grado ha ottenuto la condanna dell’allora direttore dell’Inail provinciale per occultamento e soppressione di atto pubblico. Cioè del fascicolo col quale nel ’95 aveva inoltrato all’istituto la richiesta di prepensionamento.
Sentenza confermata in appello il 29 settembre, ma con pena sospesa per prescrizione dei termini. Dal palco quel giorno Semeraro, non ha parlato.
Oggi la testimonianza per lui ha un significato collettivo.
Il lavoro della Regione
Nichi Vendola ricorda che in Italia gli infortuni sul lavoro sono circa un milione l’anno, 20mila feriti e invalidi permanenti, 1300 morti. «È un’algebra insopportabile, drammatica, eppure cancellata. La notizia di una morte sul lavoro buca il video solo se è una strage, ma ogni giorno in Italia ci sono 4 morti sul lavoro. Se si ha la sfortuna di morire uno a Barletta, uno a Trieste, uno a Genova e uno ad Agrigento, la strage non viene neppure raccontata». Oggi in Italia, dati Inail, gli infortuni si
verificano prevalentemente in edilizia, in agricoltura e nella grande fabbrica. E in fabbrica colpiscono in maniera crescente i lavoratori dell’appalto. «L’Ilva per esempio è una metropoli, e quando entra qualcuno per un lavoro di breve periodo senza avere l’adeguata formazione i rischi crescono». In tre anni la Regione Puglia ha incrementato i medici del lavoro del 24%, i tecnici della prevenzione del 42% e le ispezioni nei cantieri del 30%. E ha fatto della formazione alla sicurezza un pilastro
della propria strategia d’intervento.
Spiega Vendola: «In un tessuto produttivo come questo, dove il 95% delle aziende sono microscopiche, l’imprenditore è un ex lavoratore la cui condizione si è evoluta. Al Truck Center di Molfetta, ad esempio, abbiamo il piccolo imprenditore che muore insieme ai suoi operai. Allora il problema è di formazione». A breve, per integrare il reddito dei lavoratori in cassa integrazione, la Regione finanzierà corsi di formazione nei rispettivi ambiti lavorativi. «Bisogna far cambiare il vento. Il vento che soffia oggi nel mondo è quello della perdita del valore del lavoro. Il lavoro ha solo un prezzo, non ha valore. Qualche tempo fa sono stato in Belgio» dice «a rendere omaggio ai caduti nella più grave strage di miniera, a Marcinelle. 262 morti, 136 italiani, 22 dei quali pugliesi». Era l’8 agosto del ’56. «Mi ha accompagnato uno dei tre sopravvissuti, un uomo di 87 anni. Si è vestito da minatore, e ha portato con sé la lanterna che usava negli anni ’50. Era emozionato, perché a 43 anni dalla strage, anche la sua Regione andava a rendere omaggio a quei martiri. E a un certo punto mi ha chiesto: ‘Presidente, sai come mi chiamo?’, l’ho guardato. ‘Il mio nome è 709’, ha detto. ‘Perché a quel tempo in miniera non avevamo neanche diritto a un nome. Il carbone valeva più della vita umana.’ Ha fatto un sospiro, poi due passi in avanti. Si è girato e mi ha chiesto: ‘Presidente, non è che quei tempi sono tornati?’».
Cantieri e agricoltura a rischio
Cosimo Nacci, dell’Inail di Taranto, offre invece i dati sugli infortuni in città e provincia. Tra i siti a più alta concentrazione, nell’ordine, la grande industria, i cantieri edili e l’agricoltura. «Siamo passati da 9100 nel 2007 a 8600 nel 2008. Aumentano, invece, gli infortuni in itinere e quelli a carico dei lavoratori stranieri: nella provincia ne abbiamo contati 180». Il mese in cui si rileva il maggior numero di infortuni è luglio, il giorno il lunedì, mentre per le morti il mercoledì. Quanto agli orari, gli infortuni si verificano verso le 10 e nelle prime ore del pomeriggio, le morti tra le 9 e le 10. Parole che indignano Angelo Franco, ex dipendente Italsider e padre di Paolo, uno degli operai caduti all’Ilva il 12 giugno 2003. «Mio figlio è morto di giovedì, non di lunedì o di mercoledì.
Però ha ragione, guardi, è morto alle 14. Perché era ubriaco forse?
Perché fumava là dentro? O perché era arrivato al lavoro stanco dopo una serata di bagordi? Non sono d’accordo. Signore, signori» domanda «c’è qualcuno tra voi che ha un figlio all’Ilva?». Dal pubblico soltanto uno alza la mano. «Ah, ecco. E suo figlio che fa? Per caso va in discoteca la domenica e poi va a morire di lunedì?». Quello scuote la testa. «Vedete, non penso». Angelo sa che la morte di suo figlio all’Ilva di Taranto è parte della storia italiana. «Stamattina nella piazza intitolata ai morti
sul lavoro, c’erano solo 26 persone. Una per ogni anno che aveva mio figlio quando è morto. E questo è grave». Silenzio. È vero che gli infortuni a Taranto e provincia sono diminuiti, «ma è vero anche che oggi all’Ilva abbiamo 6mila ragazzi in cassa integrazione»
Il diritto alla rabbia
«Credo si possa dire che c’è un diritto alla rabbia» dice don Ciotti «perché la rabbia è un sentimento umano, la rabbia è un atto d’amore. E noi dobbiamo esprimere questo diritto che chiede verità, che chiede giustizia. Non si può morire sul posto di lavoro, non si può morire per cercare lavoro, non ci si può suicidare perché non c’è lavoro».
Silenzio. «Guardate, io ho fatto l’operaio, mio padre era operaio» dice «e sento di poter dire che questa non è una crisi economica. Questa è una crisi politica ed etica».
Sul palco poi sale Patrizia Perduno, vedova di Silvio Murri, morto all’Ilva il 21 maggio 2004, col sogno di essere stabilizzato. Sotto il palco Andrea, loro figlio. Parla con un filo di voce Patrizia, stringendo in un pugno il foglio con le parole da dire. «Silvio era un ponteggiatore. Montava e smontava ponteggi altissimi. Usava le misure di sicurezza. La frase che diceva sempre prima di uscire era: ‘io devo tornare a casa la sera’.” Cosa che non è avvenuta quel giorno. Il ponteggio su cui lavorava con altri
operai è crollato e lui è precipitato nel vuoto. È morto dopo nove giorni di coma. Continua Patrizia: «Mi rivolgo a chi ha il dovere di rendere sicuri i posti di lavoro.Non è dignitoso morire per portare lo stipendio a casa, non è accettabile morire lavorando. E non si può permettere tutto questo solo per questioni economiche». Silenzio. «Ora mi rivolgo agli operai. Rifiutatevi di lavorare in condizioni pericolose. Non è più tempo per le parole, dobbiamo agire».
Morris Franchini sale sul palco con falcata sicura. Indossa un polo rossa e pantaloni beige. I capelli rasati, lo sguardo fondo. «Essere qui» dice «mi dà la stessa sensazione di quando ho assistito per la prima volta a un infortunio sul posto di lavoro. Era mattina. Stavamo facendo manutenzione a un carroponte». Morris ha 33 anni. Da 10 lavora all’Ilva come elettricista, nel Tubificio 2. «Abbiamo visto persone che correvano da una parte all’altra, e gridavano. Io e un altro ci siamo affacciati, e abbiamo visto un ragazzo esanime, senza un piede, una scena agghiacciante». Poi ci sono stati altri morti in fabbrica, anche nel suo reparto. Trema Morris e suda.
«Sono un operaio dell’Ilva ma potrei essere un lavoratore di un’altra azienda, e potrei avere un altro nome. Sono colui che per la dannata legge del profitto, vale quanto un perno, una vite, un macchinario che appena si rompe viene sostituito. Sono colui al quale chiedete un voto e che poi dimenticate, tranne quando si tratta di fargli pagare tasse e crisi. Sono colui che per paura di perdere il posto di lavoro ha paura di altri come lui, li vede come nemici ai quali fare la guerra. Sì, la guerra dei poveri.
Perché si sente questa cosa in fabbrica: ‘Mica male quel capoturno, sai?
Fai bene a non ribellarti, a chinare la testa, potresti essere spostato di reparto o messo in cassa integrazione’. Sono colui che dice ‘tanto mi è andata bene molte volte stavolta non mi andrà male’. Sono io, il moderno Charlie Chaplin incatenato alla catena di montaggio sociale dove si vive per produrre, si produce per consumare, e al quale si offrono in pasto bisogni indotti e inutili. Sono colui che fa notizia perché muore e poi viene sepolto in un terribile silenzio. Ma questo silenzio deve veicolare un grido più forte. Di disperazione, di rabbia, di voglia di giustizia. Un grido per svegliare la vostra cattiva coscienza».

* da Il Manifesto del 27 gennaio