L’ideologia della punizione

Mentre la quarta conferenza nazionale sulle droghe perde ogni funzione di indirizzo politico e si struttura sempre più come chiamata alle armi di amici e cortigiani, il Governo stralcia le parti peggiori del disegno di legge Fini sugli stupefacenti con l’intento di farle approvare rapidamente e senza dibattito parlamentare.
C’è un metodo in questa follia. La scelta governativa è, infatti, un capitolo della trasformazione dello Stato sociale in Stato penale e solo in questo quadro può essere compiutamente analizzata, capita e contrastata.
Questa trasformazione, da tempo in atto, ha come obiettivo la divisione della società in due universi, separati da veri e propri muri e destinati – nelle aspirazioni dei suoi epigoni – a non incontrarsi mai. Gli strumenti utilizzati sono la crescita dei meccanismi di selezione, l’ideologia della punizione, l’avanzamento della soglia della repressione penale, il moltiplicarsi dei luoghi e delle tecniche di contenzione, l’esclusione sociale dei diversi. Bastano alcuni esempi.
Primo. Il sistema penale accentua la curvatura classista articolandosi sempre più in due distinti codici materiali, quello dei “galantuomini” e quello dei “briganti”, plasticamente rappresentati dalla previsione, per la mancata ottemperanza del migrante all’ordine di allontanamento, di una pena maggiore di quella dettata per il falso in bilancio… Il diritto penale classico cambia pelle e, da diritto del fatto, assume marcate curvature soggettivistiche, anche grazie al peso crescente attribuito alla recidiva. Si materializza così il diritto penale del nemico e, in esso, la linea di demarcazione tra il nemico, il “sospetto nemico” e l’untore è assai labile (con smembramento dello stesso codice dei “briganti” in un arcipelago di sottosistemi, a seconda del nemico contingente: il mafioso, il terrorista, lo straniero, il tossicodipendente, l’hooligan e via seguitando). Secondo. Il carcere – sempre più contenitore di marginalità – cresce a dismisura.
Nell’ultimo quindicennio i detenuti sono quasi triplicati, passando dai
25.804 del 31 dicembre 1990 agli oltre 60.000 attuali (che diventano 90.000 se si guarda agli ingressi annui): di essi, poi, il 31,35% è costituito da stranieri extracomunitari e il 26,74% da tossicodipendenti (o, più propriamente, da assuntori di stupefacenti). Contemporaneamente il carcere si trasforma da strumento di inclusione forzata in meccanismo per escludere dalla cittadinanza sociale – come è stato scritto – la «sottoclasse, più o meno estesa, cui è negato l’accesso legittimo alle risorse economiche e sociali disponibili e che viene rappresentata come pericolosa, percepita come una minaccia per la sicurezza sociale e, in conseguenza della sua esclusione, per la sicurezza fisica e patrimoniale dei cittadini». Terzo. Tra le nuove forme di contenzione si consolida la detenzione amministrativa dei migranti irregolari, cioè il trattenimento in centri di permanenza temporanea, per un periodo prorogabile fino a sessanta giorni, degli stranieri in attesa di espulsione (nella maggior parte dei casi destinata a restare non eseguita).
Le presenze annue nei centri – secondo dati forniti in questi giorni da
Alessandro Dal Lago – sono salite a 25.000 (mentre, nel 2003, erano – secondo il rapporto di Medici senza frontiere – 16.924). Il dato, ingente in sé, diventa impressionate se esaminato comparativamente: si tratta infatti di un numero corrispondente al 42% dei detenuti e maggiore di quello degli stranieri ristretti alla stessa data, sì che i centri di permanenza temporanea realizzano, nei fatti, un carcere parallelo non legittimato dalla commissione di reati. È in questo contesto che si colloca – coerentemente – la virata ulteriormente repressiva della disciplina degli stupefacenti. I fatti sono eloquenti: lo sbocco di queste politiche (prevedibile e previsto) è quanto sta accadendo nelle banlieues di Parigi. Eppure le attuali opzioni di politica criminale e penale sembrano insostituibili. Occorre, invece, abbandonare il mito sicuritario (produttivo esso stesso di ansia e di paura) e perseguire un diverso modello di società fondato sull’inclusione.
Il senso di insicurezza non è una variabile indipendente, ma il frutto di politiche economiche, sociali, culturali. Il suo ruolo e la sua stessa esistenza sono destinati a cambiare con il mutare di queste politiche. La società inclusiva non è un (impossibile) paradiso terrestre ma è cosa diversa dalla società della paura. Inutile dire che di questa svolta manca, nel nostro Paese e sulla scena internazionale, ogni traccia: i fondamenti dell’attuale ordine sono diventati dogmi indiscussi e indiscutibili, e così il diritto e le sue politiche si sono ridotti progressivamente
a tecnica giuridica e la questione del come punire sembra aver
soppiantato quella del se e del chi punire. In questo modo – è bene non farsi illusioni – il pendolo cessa di oscillare tra libertà e autorità e si ferma stabilmente sul secondo polo senza che ciò accresca la sicurezza dei cittadini.