Libia, una rivolta diversa

La situazione della Libia, alla vigilia di una probabile capitolazione di Gheddafi, è quanto mai complessa.

Andiamo con ordine.

L’impressione è che la rivolta, anche se con qualche tratto comune, sia molto diversa da quelle egiziane e tunisine. In Libia, intanto, la rivolta appare preordinata e organizzata. Nel gruppo dirigente del regime si è sicuramente determinata una frattura e l’ipotesi di successione di uno dei figli di Gheddafi certo non piaceva a molti del governo attuale e ai vertici dell’esercito. Tanto è vero che tra quanti si sono sollevati contro vi sono anche autorevoli esponenti dell’esercito e dell’establishment.

Questa rivolta – che evidentemente covava da tempo – ha “colto” l’occasione della generalizzata sollevazione del Nord Africa per agire. Ha sicuramente anche pescato nella insoddisfazione popolare, ma soprattutto nelle antiche rivalità tribali, tradizionali in Libia.

A ciò ha contribuito la progressiva involuzione autocratico-familiare del sistema di potere in Libia, l’enorme accentramento delle ricchezze (pur rimanendo il reddito pro capite sei volte più alto di quello egiziano) in mano di pochi.

Un punto, in tal senso, è stato completamente sottovalutato. Lo spreco e la dissolutezza degli uomini al comando, contrariamente al passato, oggi si può vedere: nella case libiche esiste, praticamente ovunque, almeno nelle città, la parabole e il collegamento Internet. Ciò ha alimentato di certo il malessere.

La crisi cerealicola che ha aumentato il prezzo del pane si è sentita anche in Libia, ma non è – a mio modo di vedere – neppure lontanamente assimilabile alla crisi alimentare del resto del Nord Africa (Marocco escluso): in Libia, ad esempio, pressoché tutti i lavori subalterni sono svolti da immigrati dell’Africa sub-sahariana, trattati peggio che in Europa…

Tutto ciò induce a credere ad una rivolta interna al regime, con una partecipazione popolare, certo, ma con caratteri ben diversi dalle altre. Tanto è vero che in Libia assistiamo ad una vera e propria guerra civile (con le relative armi, pesanti e leggere, che altrimenti gli insorti non avrebbero in tali proporzioni) e non a sollevazioni popolari in qualche modo appoggiate dagli eserciti, come è accaduto soprattutto in Egitto (ove una giunta militare ha preso il posto di Mubarak).

Al momento, invece, in una società fortemente laica come è la Libia, pare piuttosto ridotto il ruolo degli islamisti (anche quelli non estremisti), che tuttavia hanno basi di consenso popolare a Benghasi e nella vecchia Cirenaica.

Il punto è che oggi chi guarda con maggiore favore alla rivolta in Libia sono gli Usa, diversamente che in Egitto e Tunisia (soprattutto per il primo, perno del potere Usa nell’area, e fondamentale garante di Israele, nonché, purtroppo, anche essenziale nemico della causa palestinese).

In Libia vi erano infatti ben 30.000 cinesi (e molti russi), che oggi stanno evacuando. L’influenza della Repubblica Popolare Cinese – economica e politica, come sta accadendo in vaste aree dell’Africa – era crescente: la Libia fornisce importanti quote di petrolio alla Cina.

La caduta di Gheddafi può dunque portare a due esiti, entrambi favorevoli alla politica Usa. Il primo è un mutamento di indirizzo politico-economico del nuovo governo libico, che si potrebbe muovere nella direzione di un riavvicinamento con gli Usa. Il secondo è che la Libia venga “spezzettata” in tre Stati (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, area dell’interno, il deserto), su base etnico-tribale, intrinsecamente più favorevole al controllo degli Usa medesimi, al posto di un forte stato-nazione unitario.

La minaccia, addirittura, di un intervento armato in Libia da parte della Nato – contro il quale si deve mobilitare ogni militante, a tutti i livelli – rientra in questo quadro e rappresenta, al di là del fatto che si realizzi o meno, un’arma formidabile di pressione nella dinamica interna di oggi in quel Paese.

Il quadro è ancora incerto, dunque. Ma occorre ragionarci con attenzione e senza alcuna superficialità.