Libia e crisi economica: ne parliamo con Vladimiro Giacché

Alla luce dei cambiamenti epocali che stanno avvenendo intorno a noi in questo 2011, a cominciare dalle rivolte di popolo che hanno contrassegnato tutti i paesi del Nordafrica e che ora sono ancora in corso soprattutto nella vicina Libia, abbiamo voluto sentire l’opinione dell’economista e vicepresidente dell’Associazione Marx XXI Vladimiro Giacchè. Non è possibile, infatti, affrontare l’aspetto economico senza tener conto di quello che sta accadendo a pochi chilometri dalle nostre coste. Abbiamo dunque rivolto a Giacchè tre semplici domande per capire quanto sta succedendo:

– Come si intreccia questa vicenda con la crisi già in corso?

C’è un intreccio tra quello che succede in Africa e quello che sta avvenendo nelle borse, ed esiste prima ancora un intreccio tra quello che succede in Africa in questi giorni e la crisi precedente dell’economia mondiale. Come si sa questa crisi è innescata da rivolte occasionate dal rincaro delle materie prime agricole, a sua volta dovuto al fatto che gli Stati Uniti per tamponare la crisi hanno adottato quella che si definisce una politica monetaria lasca, inondando in poche parole il mondo di liquidità. Questa liquidità non potendo dirigersi verso alcuni obiettivi tradizionali come il mercato immobiliare, finisce per individuare come grosso target le materie prime, innestando una speculazione che non nasce per cattiveria di qualcuno ma è radicata in scelte molto chiare. Il fatto che negli Stati Uniti si tengano bassi i tassi in modo che siano inferiori al tasso di inflazione (anche in Inghilterra abbiamo un tasso dello 0,50 e una inflazione al 4%), rende conveniente indebitarsi. Il canale trovato è quello delle materie prime energetiche e agricole ed è quindi la causa della crisi nel vicino Oriente. Esiste un nesso di fondo con quanto accade, e ciò si riverbera su di noi sottoforma di calo di fiducia nelle prospettive, rialzo delle materie energetiche per via dei disordini, e turbative negli scambi commerciali; per questo le borse ne patiscono, anche se questo fa parte di un discorso ben più ampio e complesso.

– Quali pensa che possano essere le prospettive economiche a lungo termine?

Credo che nel prossimo futuro potremmo assistere a rialzi delle materie prime molto forti e di conseguenza a difficoltà economiche per paesi come l’Italia il cui deficit commerciale deriva dalle materie prime energetiche. In questi casi viene importata inflazione per cui c’è il rischio che i tassi a livello di interesse si riveleranno troppo bassi in Europa, e questo potrebbe spingerli al rialzo indebolendo la ripresa. Per un paese come il nostro andrà sicuramente peggio (andrà meglio per i paesi possessori di materie prime energetiche), soprattutto perché dipendiamo ampiamente dall’estero per la fornitura di tali materie prime.

– Quali sarebbero le proposte che dovrebbe fare una sinistra degna di questo nome in prospettiva futura?

Innanzitutto bisognerebbe combattere le illusioni neocoloniali che stanno riaffiorando, con gli Stati Uniti presi alla sprovvista da questa esplosione che stanno cercando di inserirsi soprattutto in Libia. Ritengo che se uno è per la democrazia, debba essere per la democrazia e non per la democrazia eterodiretta o di esportazione, che altro non è che la negazione della democrazia stessa. Vi è poi la vicenda dei flussi migratori, flussi tanto più grandi quanto peggiori sono le condizioni di vita da cui provengono. Penso che il nostro vero interesse debba essere che questi popoli possano autogovernarsi, ed è chiaro che se questo avvenisse non farebbe piacere ai grandi potentati (gli Stati Uniti vendono molti armamenti proprio in queste aree). Abbiamo visto negli ultimi giorni gli Stati Uniti convinti e decisi nel supportare le rivolte contro Hosni Mubarak, ma i circa 60 mld di dollari versati all’Egitto negli ultimi anni mostrano che evidentemente i rapporti con Il Cairo non dovevano essere poi così cattivi. Bisognerebbe ripartire da una prospettiva di pace vera e giusta a partire dalla Palestina, e in quest’ottica la presenza di governi meno fantoccio di quelli che stanno venendo rovesciati in questi giorni va benissimo. Si spera che potranno derivarne prospettive positive anche per Gaza, dove la colpa della situazione è per metà di Israele e per metà dell’Egitto, paese direttamente confinante.

Daniele Cardetta