Liberiamo la pace

Scontri di civiltà e guerre di religione: la «liberazione dell’Iraq» ha moltiplicato i conflitti, le occupazioni militari hanno nutrito integralismi e terrorismi e corroso le nostre culture. Per questo sabato torneranno in campo le bandiere arcobaleno

Un anno fa, ero da poco tornata dall’Iraq dopo la drammatica vicenda che mi aveva coinvolto – il sequestro e la sparatoria che ha ucciso Nicola Calipari – e stavo scoprendo quello che era successo durante il mio rapimento. Sapevo che non sarei stata abbandonata, pensavo che ci sarebbero state delle mobilitazioni, era quasi come se intuissi – con una sorta di telepatia – quello che si stava muovendo, ma non avrei mai immaginato che 500.000 persone sarebbero scese in piazza per chiedere la mia liberazione. Sicuramente quella mobilitazione ha contribuito – insieme alla trattativa – al mio ritorno a casa. «Liberate Giuliana, liberate l’Iraq», la parola d’ordine della manifestazione che ho visto scorrere in tanti video e ripresa da centinaia di foto. Io sono stata liberata, ma l’Iraq è ancora occupato e sta precipitando in una situazione sempre più drammatica, più sanguinosa dove la guerra civile paventata da Stati uniti e alleati in caso di ritiro delle truppe straniere, già in corso da due anni, è esplosa in tutta la sua violenza. I morti iracheni non si contano più, del resto chi li ha mai contati? Morti, feriti, rapimenti, 2.000 donne rapite, stupri e delitti d’onore. Non si può contare sull’informazione che sull’Iraq non c’è più: le parti in conflitto non vogliono testimoni. Jill Carrol e altri due giornalisti sono ancora nelle mani dei rapitori. «Liberate l’Iraq» subito. Non si può più aspettare. Non possiamo restare indifferenti di fronte al continuo imbarbarimento portato in Iraq dalla guerra, che ho verificato sulla mia pelle. Ma non per questo posso, possiamo rinunciare a riconoscere il diritto degli iracheni a riacquistare la loro sovranità. L’unico modo per farlo è il ritiro immediato delle truppe, tutte, cominciando dall’Italia. Come pacifisti dobbiamo partire da quello che possiamo fare subito, da qui, da noi, per contribuire alla pacificazione di un paese come l’Iraq. Riportare il tema della guerra al centro di una campagna elettorale che lo ignora. Proprio nel momento in cui il conflitto rischia di allargarsi all’Iran. Il presidente iraniano può permettersi le sue «provocazioni» perché i partiti religiosi iracheni legati a Tehran controllano il sud dell’Iraq.

Delle 500.000 persone che sono scese in piazza il 19 febbraio dello scorso anno sicuramente alcune erano mosse da motivi umanitari, volevano salvarmi la vita. Ma sono sicura che la maggior parte di loro oltre a salvare la mia vita volevano anche tornare in piazza contro la guerra, per l’Iraq. Io sono stata l’occasione per tornare a essere protagonisti dopo la «sconfitta» subita con lo scatenamento della guerra nonostante le manifestazioni senza precedenti del febbraio 2003, che avevano fatto definire il movimento pacifista la «2° potenza mondiale». Il 18 marzo è l’occasione per tornare in piazza tutti insieme per salvare un popolo che sta consumando la propria agonia nell’indifferenza di chi ipocritamente sostiene di voler democratizzare l’Iraq. La democrazia non si esporta e se si vuole aiutare il paese distrutto dalla guerra occorre ricostruirlo, certo non con carri armati e fucili.

Opporsi all’occupazione è un dovere nostro e un diritto degli iracheni. Un tema, quello della resistenza, che ha diviso anche il mondo pacifista e lo ha in parte paralizzato. Io, che sono stata vittima di un gruppo della resistenza non per questo posso negare loro il diritto a resistere, persino a una resistenza armata anche se io non la condivido, perché nella realtà irachena non solo non ha nessuna possibilità di successo ma usa la violenza anche per imporre le proprie scelte sulla popolazione.

La violenza, anche quando è accettata come necessità – ma non violenza non vuol dire porgere l’altra guancia – non può essere comunque mitizzata. Questo è un nodo che il pacifismo deve sciogliere senza per forza dividersi. Non è indispensabile identificarsi con la resistenza irachena, visto che è una nebulosa composita di cui non si conoscono progetti e programmi per il futuro dell’Iraq.

Ma, nonostante alcune degenerazioni, la resistenza non può essere confusa – come fa volutamente qualcuno – con il terrorismo, che non vuole la liberazione dell’Iraq ma che usa quel territorio per combattere il proprio jihad contro gli infedeli (occidentali o iracheni, gli sciiti considerati traditori). Le vittime dei gruppi terroristici, che alimentano la cultura della morte usando quasi esclusivamente kamimaze, sono nella stragrande maggioranza iracheni.

Dobbiamo porre fine alla violazione delle convenzioni internazionali – vanificate dalla guerra preventiva -, alle torture che gli occupanti hanno insegnato agli occupati e che ora sono praticate anche dal governo iracheno.

Con gli iracheni, nel febbraio 2003 ho condiviso le speranze di poter evitare la guerra, l’attesa dell’ultimatum, i bombardamenti e quando sono arrivati gli americani non è stata una festa. «Sono contento che è finito il regime di Saddam ma non di come è finito», dicevano molti iracheni. E avevano ragione.