Liberare i migranti arrestare i capitali

E’ necessario che alle mobilitazioni in difesa dei migranti si affianchi una battaglia per il controllo dei movimenti di capitale. In quel che segue cercherò di chiarire che del legame stringente tra migrazione umana e finanziaria si deve assolutamente tener conto, se si vuole garantire un futuro alla sinistra anticapitalista e comunista in Europa.
I recenti referendum sul Trattato costituzionale europeo hanno segnato una importante battuta d’arresto per l’Europa liberista e tecnocratica. Le urne tuttavia hanno pure evidenziato la presenza, tra i ceti popolari europei, di forti tendenze securitarie e di pulsioni xenofobe. Persino tra i lavoratori tradizionalmente collocati a sinistra, in molti sembrano aver maturato una latente avversione per lo straniero ed una crescente sensibilità verso i temi e le opzioni politiche delle formazioni neo-fasciste emergenti. Quando poi si tratta di giovani, il rischio che tali sensibilità si trasformino in un esplicito consenso politico aumenta vertiginosamente.

Queste tendenze trovano una spiegazione solo superficiale nella “paura dello straniero” che la guerra e il terrorismo, aiutati dai media, stanno diffondendo. In realtà i dati, i sondaggi e le interviste rivelano che la deriva xenofoba di molti lavoratori trae origine da circostanze materiali che riguardano ormai direttamente il loro vissuto quotidiano. E’ ben noto infatti che la concorrenza esercitata dagli immigrati rappresenta da anni una realtà con la quale sempre più lavoratori europei sono costretti a misurarsi. Le indagini empiriche mostrano che nell’ultimo ventennio, proprio in concomitanza con le decisioni di apertura più o meno parziale delle frontiere, la convergenza al ribasso delle retribuzioni e dei diritti dei lavoratori ha subito significative accelerazioni, sia a livello europeo che mondiale. Le ricerche segnalano oltretutto una sempre maggiore velocità dei processi di livellamento contrattuale, al punto che ci si è spinti in alcune circostanze ad abbandonare la vecchia, rassicurante ipotesi della “segmentazione del mercato del lavoro”, la quale sosteneva che le barriere linguistiche e le discriminazioni socio-culturali avrebbero impedito agli stranieri di entrare in competizione diretta coi nativi.

Nell’attuale contesto di disgregazione del lavoro e di profonda restaurazione capitalistica, insomma, l’immigrazione ingrossa quello che Marx definiva “l’esercito industriale di riserva” e quindi indebolisce i lavoratori, sia sul piano contrattuale che politico. Di questo effetto sono sempre stati ben consapevoli i responsabili della politica economica statunitense, i quali hanno spesso adoperato lo strumento dell’apertura delle frontiere al fine di accrescere la disponibilità di lavoratori sul mercato e ridimensionare in tal modo il potere contrattuale dei sindacati. E non è un mistero che il caso americano sia stato preso ad esempio da numerosi tecnocrati europei, convinti che l’allargamento a 25 membri, e le relative migrazioni, assesteranno un colpo decisivo ai residui di sindacalismo e di stato sociale tuttora presenti nell’Europa dei fondatori. Toni Negri farebbe bene pertanto a rassegnarsi: di per sé il migrante non costituisce affatto una “forza sovversiva”, ma può rappresentare al contrario un eccellente strumento di repressione delle rivendicazioni sociali.

In una situazione del genere sembra dunque difficile attendersi dai lavoratori, e in particolare da quelli collocati presso le fasce sociali più deboli, una convinta adesione alle iniziative a sostegno degli immigrati. La questione è di non poco conto, soprattutto se si considera che in tema di politica dell’immigrazione, l’attuale linea di indirizzo di numerose forze della cosiddetta sinistra radicale – e di Rifondazione comunista in Italia – si può sintetizzare nei seguenti punti: 1) lotta per l’attribuzione agli immigrati dei fondamentali diritti civili, attraverso le mobilitazioni per la chiusura dei centri di permanenza temporanea e più in generale per la progressiva liberalizzazione dei movimenti di persone; 2) lotta per la conquista dei diritti politici, a partire dal voto degli immigrati alle elezioni amministrative; 3) ed infine, lotta per l’introduzione di nuovi diritti sociali, a cominciare dal cosiddetto “reddito sociale”, e per la loro estensione anche agli stranieri.

Si tratta naturalmente di obiettivi di altissimo profilo, le cui origini risalgono alla migliore tradizione liberale, e che scaturiscono da istanze ideali pienamente condivisibili. Tuttavia – come del resto accade per molti temi dell’ambientalismo e del movimento no global – se non si compie uno sforzo per collocare queste iniziative in un orizzonte strategico più generale e ambizioso di quello attuale, sarà difficile che esse incontrino il sostegno della classe lavoratrice e dei ceti più deboli della società, che mi risulta dovrebbero tuttora costituire i fondamentali soggetti di riferimento per la sinistra e per i comunisti.
La bozza di soluzione che propongo in questa sede passa per la comprensione del legame esistente tra circolazione delle persone e circolazione dei capitali, e per la conseguente presa di coscienza che, per evitare di rendere velleitarie e controproducenti le iniziative per la libertà di movimento degli individui, è indispensabile affiancare ad esse una lotta serrata per l’introduzione di rigorosi controlli sui movimenti di capitale. Questi controlli si rendono necessari per una ragione in fondo semplice: fino a quando i capitali potranno liberamente spostarsi da un luogo all’altro del mondo, sarà difficile impedire che la quota del prodotto sociale attribuita ai profitti risulti indipendente e quindi prioritaria rispetto alla quota destinata al lavoro. Per i lavoratori, insomma, non ci saranno molte possibilità di influire sulla distribuzione del prodotto sociale. Essi saranno quindi costretti a ripartire con gli immigrati la sola parte residuale della produzione concessa dai capitalisti, il che evidentemente rischia di scatenare la più classica delle “guerre tra poveri”. Si consideri ad esempio il caso della estensione agli immigrati del diritto al voto e al reddito sociale. In condizioni di libera circolazione dei capitali, la quota del bilancio pubblico che può esser destinata alla spesa sociale costituisce un mero residuo della quota spettante ai possessori di rendite finanziarie. La conseguenza è che l’attribuzione dei diritti politici e sociali agli immigrati rischia di aprire una contesa politica tutta interna alla classe lavoratrice, per dividersi quel po’ di welfare che resta dopo aver pagato i rentiers.

Qualcuno avrà forse notato che nel ragionamento suddetto non vi è spazio per alcuni tipici luoghi comuni della politica corrente, come quelli secondo cui “l’immigrazione è indispensabile alla nostra economia” oppure “gli immigrati, in quanto giovani, sono gli unici in grado di evitare il collasso del nostro sistema previdenziale”. Queste affermazioni trovano il loro appiglio teorico negli assiomi della economia volgare dominante, dai quali scaturisce il fantasioso convincimento secondo il quale la disoccupazione non esiste, e quindi l’immigrato contribuirebbe automaticamente alla crescita del prodotto sociale. La nostra analisi si basa al contrario su una ipotesi molto più cruda e purtroppo realistica, risalente ai tipici schemi di derivazione marxiana: si tratta dell’idea che, soprattutto in condizioni di libera circolazione dei capitali, è la classe capitalista a decidere non solo la distribuzione ma anche la composizione e la dimensione assoluta del prodotto sociale. L’immigrato dunque non costituisce di per sé un fattore di crescita della ricchezza. E’ la classe capitalista che infatti decide del suo destino, ossia del suo impiego in aggiunta oppure in sostituzione (e quindi competizione) con i lavoratori già occupati.

Per fuoriuscire da questo “dominio decisionale” capitalistico la strada, come sappiamo, è allo stato attuale obbligata, e consiste nell’insinuare il conflitto nei gangli del circuito monetario, attraverso spinte incompatibili sui salari unitari e sul disavanzo destinato alla spesa sociale. Affinché tuttavia gli immigrati non costituiscano un ostacolo ma possano al contrario contribuire all’attivazione di queste spinte, è necessario rilanciare la parola d’ordine del controllo dei movimenti di capitale. La campagna sulla Tobin tax aveva indubbiamente rappresentato un discreto inizio, in questa direzione. Tuttavia la proposta originaria è stata totalmente travisata: a causa infatti dell’ingenuità dei settori di movimento che la sostenevano, e della malizia di alcuni gattopardi politici che intendevano sfruttarla per i propri scopi, la tassazione degli scambi valutari viene oggi concepita come una magra richiesta di elemosina ai capitalisti finanziari, laddove in origine essa avrebbe dovuto fungere da vero e proprio strumento di repressione degli spostamenti di denaro praticati da questi ultimi.

C’è ancora tempo per tornare sui nostri passi e rimediare almeno in parte agli errori compiuti? La fase non induce all’ottimismo, ma qualche segnale positivo lo si può senz’altro rintracciare. Ad esempio, i No francese e olandese alla Costituzione europea ci hanno permesso di sbarazzarci di una curiosa trovata di Negri e dei suoi epigoni, che fino a qualche tempo fa godeva all’interno del movimento di un certo seguito. Questa consisteva nell’idea suicida secondo cui andrebbero contestati alla radice tutti i tentativi di recuperare e aggiornare la logica dei confini politico-istituzionali su cui un tempo si basavano gli Stati-nazione. Secondo l’autore di “Impero”, infatti, gli strumenti di delimitazione delle frontiere costituirebbero oggi un fattore regressivo rispetto all’obiettivo della “democrazia assoluta”, del quale poco si è capito eccetto che debba rigorosamente essere “senza confini”. Con buona pace di Negri, l’esito dei referendum ha chiarito che invece esiste, soprattutto tra i lavoratori, una crescente domanda di quelle protezioni logicamente associate alla rielaborazione aggiornata dei confini statuali. Il vero problema che adesso si pone è di individuare, prima che sia troppo tardi, uno sbocco “da sinistra” per questa istanza prepotentemente emersa dalle urne. E la soluzione del controllo dei movimenti di capitale rappresenta, per l’appunto, l’unica alternativa coerente alla deriva nazionalista e razzista del blocco dei movimenti di persone.

Mi rendo conto che l’esplicitazione teorico-politica del collegamento esistente tra migrazione umana e migrazione finanziaria non sarà di grande aiuto per la ricerca di un punto di compromesso con gli alleati moderati, e che se accolta potrebbe al contrario inasprire i termini del confronto politico a sinistra. Credo tuttavia che sollevare lo sguardo al di là della penosa contingenza possa aiutarci a rimettere un po’ di ordine nel caos ideologico nel quale ci troviamo, e potrebbe alla lunga rivelarsi l’unica garanzia di sopravvivenza per una non velleitaria sinistra anticapitalista e comunista in Europa. Estendiamo dunque l’orizzonte delle nostre analisi e potenziamo i nostri slogan: “liberare i migranti, arrestare i capitali” è la mia proposta in tal senso.