Libano, verso la guerra totale

Ieri pomeriggio è partito il conto alla rovescia per un’ulteriore escalation nel conflitto tra Israele ed Hezbollah capace di far ricordare come «scontri minori» quanto visto da un mese a questa parte. Con nove voti favorevoli, tre astenuti e nessun ministro contrario, il gabinetto di guerra di Tel Aviv ha approvato l’estensione delle operazioni di terra in Libano. Se e quando avranno il via libera dai vertici politici – il primo ministro Ehud Olmert e il titolare della difesa Amir Peretz – i 10.000 uomini e donne che già occupano alcune zone 6-7 chilometri all’interno del confine libanese e i 30.000 riservisti mobilitati potranno spingersi molto più in là, fino al fiume Litani e oltre, lasciandosi alle spalle per più di 30 chilometri la frontiera dello Stato ebraico. Il loro obiettivo dovrebbe essere quello d’imporre ciò che non sono riusciti a fare finora: eliminare la capacità di Hezbollah di lanciare missili verso Haifa e le città della Galilea.
Uscito dalla riunione, durata oltre sei ore, uno dei ministri ha riferito al quotidiano Ha’aretz che il mega attacco non partirà prima di due-tre giorni, per dare tempo alle cancellerie di cercare di uscire dalla crisi per vie diplomatiche. Ma gli americani già sono preparati al peggio e si sono limitati a chiedere all’alleato di non esagerare. Il portavoce del dipartimento di stato Usa, Sean McCormack, ha invitato Israele a usare «la massima attenzione» per evitare vittime civili. Almeno 1.015 i morti libanesi fino ad oggi, la maggior parte di loro per i bombardamenti indiscriminati contro infrastrutture civili, villaggi contadini e palazzoni residenziali. Un centinaio i caduti israeliani, la maggior parte dei quali in uniforme.
I piani militari non vengono certo resi pubblici (nemmeno a una popolazione che, come ha rilevato ieri un sondaggio dell’Università di Tel Aviv, per il 93% giustifica questa guerra e per il 91% appoggia i raid aerei anche se causano vittime innocenti), ma sono iniziate a circolare subito le prime voci. «L’esercito vuole un altro mese di guerra», ha fatto sapere una fonte politica di alto livello all’agenzia Reuters. Nel corso della riunione i generali avrebbero spiegato ai politici che l’offensiva produrrà da 100 a 200 vittime tra le tsahal, le forze di difesa israeliane che finora hanno perso 65 soldati.
Ventotto giorni quasi ininterrotti di bombardamenti sul Paese dei cedri non hanno apparentemente indebolito Hezbollah, che continua a lanciare quotidianamente decine di razzi Katiusha verso lo Stato ebraico (ieri 160), né hanno prodotto effetti drammatici sul governo di Beirut. In serata è tornato a farsi vivo Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah che il 12 luglio scorso lanciò la sua «scommessa» facendo catturare due soldati israeliani, episodio che il governo Olmert ha utilizzato per scatenare la guerra contro il Libano. Dagli schermi di al Manar il leader sciita che sta raccogliendo attorno a sé anche la solidarietà dei settori radicali sunniti ha rilanciato, invitando gli arabi israeliani a lasciare Haifa (minacciando implicitamente di colpire pesantemente la città israeliana) e ha promesso che il Libano si trasformerà in una tomba per i soldati israeliani. «Il piano americano per la tregua serve gli interessi d’Israele – ha detto -. Sosteniamo l’arrivo delle truppe libanesi nel sud».
Per Israele una situazione di pareggio con Hezbollah è inaccettabile. Secondo quanto riportato da Ha’aretz alcuni ministri ieri hanno detto chiaro e tondo che l’esercito ha la necessità d’infliggere alcuni colpi decisivi al Partito di Dio prima dell’eventuale entrata in vigore di un cessate il fuoco. Nell’attesa dell’incursione di massa, Hezbollah continua a tenere le posizioni occupate da giorni, mantenendo le roccaforti di Bint Jebeil e i paesi vicini. Nelle località di Aita ash-Shaab, Taibeh e Debel secondo la televisione araba al Jazeera ieri sono stati uccisi undici soldati israeliani. Fonti militari di Tel Aviv non hanno confermato le morti ma si sono limitate a dichiarare «15 soldati colpiti». Tanti comunque i feriti confermati dalla stampa israeliana, tutti trasportati negli ospedali del nord d’Israele.
E ieri, oltre ai quartieri periferici di Beirut, Israele ha colpito anche il nemico di sempre, i palestinesi, la cui presenza in Libano è attestata da 200.000 rifugiati rinchiusi in 12 campi profughi. Dalla costa libanese le navi da guerra con la stella di David hanno bombardato il campo di Hein el Helweh, il più grande del Libano, alla periferia di Sidone. Un proiettile ha centrato la baraccopoli, colpendo una sede di al Fatah, un altro è atterrato all’esterno: un morto secondo la polizia libanese, due per al Manar.