Libano, Olmert già canta vittoria

L’ossessione di arrivare «vittoriosi» al cessate il fuoco, che secondo indiscrezioni potrebbe essere proclamato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel fine settimana, anche se Israele lo accetterà solo dopo alcuni giorni. Così si spiegano le dichiarazioni di giubilo del primo ministro Ehud Olmert, secondo il quale una tregua in questo momento andrebbe contro gli interessi di Israele che sta «vincendo la battaglia» contro Hezbollah. Affermazioni che non dovrebbero generare clamore, poiché è normale che uno degli eserciti più potenti al mondo abbia la meglio su una guerriglia determinata, ben addestrata, ma che certo non ha speranza di vittoria contro carri armati, aviazione e artiglieria pesante. Ieri migliaia di soldati israeliani erano impegnati su vari fronti in Libano del sud nel tentativo di dare la «spallata decisiva» che dovrebbe portare le forze armate dello Stato ebraico ad occupare una fascia di territorio libanese fino al fiume Litani.
I riferimenti ai successi militari conseguiti, hanno un evidente fine politico-diplomatico ma anche un importante obiettivo interno: regalare all’opinione pubblica israeliana, che è già largamente schierata con la guerra, un vessillo da issare e sventolare. Lo stesso Olmert d’altra parte è caduto in contraddizione. Da un lato parla di vittoria certa e della nascita di «un nuovo Medio Oriente» e dall’altro ammette che, anche se ricacciati indietro, i guerriglieri di Hezbollah conserveranno la capacità di colpire Israele con i katiusha. E che sia in corso anche una guerra mediatica è confermato dal fatto che ieri le stime delle perdite complessive degli Hezbollah sono oscillate notevolmente, a seconda delle fonti. Un portavoce militare israeliano ha stimato che i guerriglieri uccisi siano circa 250 (Hezbollah ne ammette 44). Il ministro Haim Ramon ha parlato di 300 e il suo collega Yitzhak Herzog di 400.
Tra le certezze c’è la ripresa a pieno regime dei bombardamenti aerei che, peraltro, non si sono mai fermati del tutto durante le 48 ore di «tregua umanitaria» proclamata da Israele dopo la strage di Qana. Ma anche il drammatico bilancio di 21 giorni di bombardamenti israeliani. Durante questo periodo il ministero della sanità libanese ha contato 828 morti e più di 3200 feriti. Tra i morti figurano anche 21 militari, due poliziotti e sei militanti di Amal oltre ai 44 di Hezbollaah. Si tratta però dei «corpi identificati» poiché non figurano quelli ancora sotto le macerie. Al momento non è disponibile alcun dato riguardante la periferia meridionale di Beirut, dove interi quartieri sono stati rasi al suolo. Almeno 55 persone si trovano ancora sepolti sotto le macerie nella regione di Tiro, nel Libano del sud, secondo una stima parziale dalla Difesa civile. Gli sfollati sono circa 900 mila. Nel frattempo i civili continuano a morire. Una madre e i suoi due figli sono rimasti uccisi in un raid aereo a sud est di Sidone. I caccia israeliani hanno bombardato anche i villaggi di Lowayz e di Iqlim at-Tuffah. Altri raid sono stati compiuti su alcune strade tra Ansar, Babliye e Zrariye. L’esercito israeliano ieri ha intimato ai residenti di diversi villaggi situati a nord del fiume Litani di abbandonare le proprie case in vista di un duro attacco di reparti corazzati che, peraltro, ha accelerato l’esodo massiccio della popolazione di Tiro. Il sindaco della città, Abdel Mohsen Husseini, ha riferito che ieri rimanevano in zona 15mila abitanti. Nelle ultime ore sono entrate in campo altre tre brigate israeliane (Nahal, Golani, Paracadutisti), ciascuna delle quali rafforzata da un battaglione di carri armati e da forze del genio militare. L’obiettivo è quello di occupare quanto più territorio possibile per proclamare la vittoria e preparare il terreno alla cosiddetta «forza di stabilizzazione» internazionale che nelle intenzioni di Washington e Tel Aviv proteggerà il nord d’Israele.
Intanto il segretario di stato Condoleezza Rice è tornata a casa con un bilancio poco rassicurante: sugli Stati Uniti, che fino ad oggi hanno appoggiato in tutto e per tutto la guerra di Israele, la pressione è diventata fortissima e la prossima partita diplomatica si giocherà al Palazzo di Vetro dove gli Usa premeranno per una risoluzione che inquadri il cessate il fuoco alla resa e al disarmo di Hezbollah. La soluzione «immediata» della crisi pare più urgente per Francia e altri paesi membri del Consiglio di Sicurezza.