Libano, le condizioni per non essere trascinati in una vera e propria guerra

Come ha detto Kofi Annan, “Israele ha violato la tregua” con una nuova azione di guerra. Se fosse stato Hezbollah a violare la tregua, in Italia sarebbe scoppiato il finimondo, il nostro giornale, tutta la sinistra radicale e lo stesso ministro D’Alema sarebbero finiti sotto processo. Se si aggiunge l’ennesimo rapimento del legittimo vice-primo ministro palestinese, si capisce non dico chi sono gli aggressori e chi gli aggrediti ma almeno – anche per chi voglia a tutti i costi mantenersi equidistante – quant’è grave e pericolosa la situazione in Medio Oriente, dominato dallo strapotere militare e dalla conseguente arroganza unilaterale di Israele e degli Usa.
Secondo me con troppa faciloneria abbiamo sostenuto e persino proposto l’ipotesi della partecipazione italiana alla missione militare in Libano, sottovalutando la spinta ancora fortissima alla guerra permanente, ora non solo al terrorismo ma anche al cosiddetto “fascismo islamico”, rilanciata di recente da Bush e ripresa con ardore non solo da forze di destra ma anche da quotidiani come il Corriere della Sera che hanno aiutato la vittoria elettorale del centro-sinistra. La guerra mediatica terrificante contro chiunque osi criticare Israele, la legittimazione persino della tortura e delle limitazioni dello Stato di diritto, il rilancio alla grande del razzismo islamofobico e in generale contro i migranti, l’assunzione della categoria di “terrorismo” per qualunque forma di resistenza all’occupazione straniera, la paura nei confronti del mondo nuovo che emerge fuori dall’occidente e che è la maggioranza stragrande dell’umanità, ci dicono di una situazione generale non certo favorevole alla fine della spinta alla guerra. Anzi, al contrario. Come scrive Eugenio Scalari nell’editoriale di Repubblica di domenica, «la crisi incombente sul governo Olmert sposta la situazione interna israeliana più verso destra che verso sinistra, più verso la guerra che verso la pace».

Questo è il quadro in cui dovrebbe avviarsi la nuova missione militare in Libano. E’ innegabile che la vicenda è molto diversa dall’Iraq e dall’Afghanistan, che la volontà di una parte del governo è molto diversa da quella che avviò nel governo Berlusconi quelle imprese militari, tuttavia una cosa è la volontà, altra cosa è il risultato concreto che si raggiunge. Le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni.

Intendiamoci, io credo che abbiamo fatto bene a votare a favore della “buona intenzione” proposta dal governo alle commissioni parlamentari. Tuttavia, ora è necessario fare molta attenzione anche ai dettagli e soprattutto determinare una spinta nel Paese nella direzione giusta. Ma mi chiedo: siamo in grado, realisticamente, di condizionare l’intera missione in una direzione favorevole ad una pace forte e duratura nell’intero Medio Oriente se non siamo in grado neanche di respingere la ben orchestrata e arrogante propaganda filo-israeliana che soffia permanentemente nel nostro Paese? Non c’è il rischio, palpabilissimo, di essere trascinati, anche senza volerlo, in una vera e propria nuova guerra?

Per evitare questo esito bisognerebbe dare risposta ad un’altra domanda. Che significa una pace forte e duratura nell’intero Medio Oriente? Innanzitutto che deve finire l’occupazione militare dell’Iraq e dell’Afghanistan da parte degli Usa e della Nato. Il governo italiano dia un segno chiaro di dissenso, ritirando immediatamente le nostre forze armate sia dall’Iraq che dall’Afghanistan. Questo sarebbe, fra l’altro, il modo migliore per dimostrare la diversità della missione in Libano dalle precedenti promosse dal governo Berlusconi, affermando così una concezione di discontinuità e non la logica bipartizan che sentiamo continuamente balenare non solo a destra ma anche nel centro-sinistra.

Seconda questione. Affinché la missione sia realmente di pace sono decisive alcune condizioni chiare e precise. Innanzitutto la questione del comando della missione. La Francia tentenna? E’ comprensibile ed è la migliore dimostrazione dell’ambiguità e della pericolosità della missione. Ma allora è proprio una follia accettare il comando all’Italia! Le pressioni del governo israeliano e di quello americano per sostituire la Francia con l’Italia al comando della missione non dovrebbero far pensare? Il problema è che anche se il comando venisse affidato alla Francia servono garanzie granitiche che la missione non cambi natura nel tempo e non scivoli successivamente dall’Onu alla Nato, come è avvenuto in Afghanistan, o dalle trattative alla guerra, come è avvenuto per il Kossovo, come sa bene l’allora ministro degli esteri Lamberto Dini. E questo dipende anche dalla risposta ad un’altra domanda, su cui c’è ancora nebbia fitta: chi partecipa alla missione? Oltre alla inaccettabilità della partecipazione americana e inglese, è bene battersi affinché vi siano Paesi arabi o a religione islamica. E non capisco perché, in una missione che voglia essere finalmente multilaterale e non della Nato, non debbano essere chiamati a partecipare paesi come la Russia e la Cina, membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu che sono stati sempre tenuti fuori dalle precedenti missioni di pace che si sono trasformate in missioni di guerra (Kossovo e Afghanistan). E poi, ancora, altro punto critico: le cosiddette “regole di ingaggio”. La missione può essere di pace solo se è una missione di “peace keeping” e non di “peace forcing”. Nel dibattito parlamentare va superata ogni ambiguità e quindi è necessaria l’esplicitazione nel decreto e in una mozione di indirizzo che «l’Italia non partecipa al disarmo degli Hezbollah». Altrimenti, questa ambiguità sarebbe pericolosissima e inaccettabile.

Perlomeno, inoltre, nella mozione parlamentare di indirizzo ci vorrebbe non dico una chiara condanna di Israele (che pure sarebbe necessaria, ma nell’attuale parlamento italiano non passerebbe mai), ma almeno la volontà di interrompere l’accordo di cooperazione militare stipulato da Berlusconi, quanto meno per porre la nostra politica estera in Medio Oriente su di un piano, come si dice oggi, di “equivicinanza”. Inoltre, la mozione di indirizzo non potrebbe non contenere il sostegno esplicito alla nascita dello Stato palestinese e la richiesta di liberazione immediata dei legittimi ministri e parlamentari palestinesi rapiti da Israele. Così come, se si vuole effettivamente una pace forte e duratura in Medio Oriente, la mozione di indirizzo dovrebbe contenere almeno la richiesta di un Medio Oriente senza armi nucleari, e quindi non solo la richiesta di blocco dell’armamento nucleare dell’Iran ma anche dello smantellamento dell’armamento nucleare di Israele, che è l’unica potenza nucleare dell’area. E’ bene avere la consapevolezza che con la logica dei due pesi e due misure non si fa la pace ma si va dritti dritti, anche in buona fede, verso la guerra.