Libano: la spina dorsale europea

Dopo un paio d’ore a fare la conta di chi da cosa, l’Europa abbandona le sue titubanze e scende con forza nel confine libano-israeliano lanciando sul campo «tra i 5.600 ed i 6.900 uomini», afferma visibilmente soddisfatto il ministro degli esteri finlandese Erkki Tuomioja, presidente di turno del Consiglio Ue. «E’ un successo – l’eco del segretario generale dell’Onu Kofi Annan – non solo per le truppe ma anche per la promessa di mezzi navali ed aerei: l’Europa è la spina dorsale della missione. Ero sicuro che si sarebbe presa questa responsabilità dimostrando la propria solidarietà con la popolazione libanese». Il successo è tanto per la missione di pace quanto per l’Unione europea che finalmente lascia i panni della ong buona per finanziare la ricostruzione di danni provocati da altri e si mette a giocare alla politica internazionale, partendo dal terreno medio-orientale, il più duro, ma anche quello più vicino. «Tutto ciò ha un grande significato – afferma Massimo D’Alema -, è la prima volta che l’Europa ha una grande responsabilità nella regione, una responsabilità militare e politica. Speriamo in un punto di svolta non solo per la pace in Libano, obiettivo della missione, ma anche per sviluppare un processo che porti alla pace nella regione».
Con la conta di ieri la missione Unfil2, chiamata al difficile compito di dare speranza e consistenza al cessate il fuoco tra Israele e Libano, non corre più il rischio di abortire sul nascere. Per continuare a farla crescere l’Ue e l’Onu si attendono ora che anche qualcun altro si faccia avanti, a partire dalla Turchia, ma anche dalla Malesia e dall’Indonesia, paesi che non godono (almeno gli ultimi due) dei favori di Tel Aviv in quanto musulmani. Comunque il grosso è stato trovato e già i primi 3.000-4.000 uomini dovrebbero arrivare in Libano tra una settimana, dice Annan. Resta il cono d’ombra delle regole d’ingaggio e dei limiti di una missione chiamata a normalizzare una situazione incandescente e pronta a riesplodere.
Altre due questioni in sospeso sono state chiarite ieri da Annan. La prima riguarda il controllo della frontiera tra Libano e Siria, un’eventualità avanzata in diversi ambienti diplomatici, anche europei. «La risoluzione – ha detto categoricamente Annan – non richiede il dispiegamento di truppe Onu alla frontiera, dice solo che se il governo libanese lo chiederà lo faremo. Ma non lo ha ancora chiesto». Stessa linea sull’intervento dei caschi blu per disarmare Hezbollah, come esige a gran voce Washington. «La risoluzione chiede il disarmo delle milizie, ma deve essere il governo libanese a farlo. È cosa accettata che Hezbollah non possa essere disarmato con le armi, ma negoziando. Le nostre truppe non vanno là a disarmare», conclude Annan. Il segretario dell’Onu partirà a breve per un viaggio nella regione «per avere il sostegno di tutti» e dare quindi maggiori chanches alla missione. In questo quadro in via di miglioramento, rimane ancora il nodo del blocco imposto da Israele al Libano, un blocco che Javier Solana ha chiesto di rimuovere lanciando un appello a Tel Aviv (che lo ha respinto).
Ieri intanto, una volta trovati gli uomini per la missione, è stato risolto anche il rebus di chi li comanda, una soluzione a staffetta tra chi vanta «meriti» storici e chi si è dato più da fare nelle ultime settimane. Parte la Francia, fino al gennaio 2007, ossia fino al termine naturale del suo mandato a capo della Unfil, poi toccherà all’Italia guidare sul campo i caschi blu. Un cambio di testimone che non crea problemi a Parigi (e neanche a Roma): «Abbiamo lavorato fin dal primo momento mano nella mano», assicura il francese Douste Blazy. L’Italia prende da subito la guida della cellula di collegamento, una nuova struttura voluta a gran voce dai militari anche per non ripetere gli errori del passato, come quando dalla Bosnia si chiamava New York e nel Palazzo di vetro non c’era nessuno con cui parlare. Adesso quel qualcuno avrà la voce di un generale italiano e risponderà da un ufficio nella centrale delle missioni di pace dell’Onu. I posti di comando sono lo specchio dell’impegno profuso per mantenere viva la missione. L’Italia mette infatti il grosso della truppa, quei 3.000 soldati già annunciati da giorni, dietro di lei la Francia, con i 2.000 (1.600 più 400 già presenti nella Unfil) promessi dal presidente Jacques Chirac giovedì sera. Poi viene la Spagna, che secondo fonti diplomatiche italiane ha promesso un battaglione, 1.000-1.200 uomini, con la disponibilità ad arrivare ad una brigata, ossia 3.000 soldati, numeri che però il ministro Miguel Angel Moratinos non ha ancora confermato. Poi Polonia, Belgio e Finlandia. Il Regno unito darà le sue basi cipriote, una fregata e degli aerei mentre la Germania una task force navale ed un gruppo di assistenza per il controllo del traffico aereo.
Anche tutti gli altri hanno messo qualcosa sul piatto (solo il Portogallo non ha ancora deciso), sintomo che l’Europa per una volta ha incontrato un compromesso che non è solo al ribasso.