Libano, battaglia sul confine

Pioggia di fuoco ieri pomeriggio sul confine tra lo stato ebraico e il Libano nella zona delle fattorie di Sheba, un’enclave alle pendici del monte Hermon e del Golan, occupata ancora da Israele dopo il ritiro del maggio 2000 dal Libano meridionale. Tutto è cominciato ieri pomeriggio quando i guerriglieri del movimento sciita libanese Hezbollah hanno attaccato con razzi e mortai le postazioni militari israeliane nei pressi delle fattorie di Sheba, provocando il ferimento di alcuni soldati. Il movimento Hezbollah, che gode del sostegno della Siria e dell’Iran, rivendicando l’attacco, ha affermato che si sarebbe trattato di una risposta all’uccisione, avvenuta due giorni fa da parte dell’esercito israeliano, di un pastore di 15 anni, Ibrahim Yousef Rahil, e ha ribadito la sua volontà di «liberare» anche quest’ultimo lembo di terra libanese. Un fazzoletto di terra, in posizione strategica, là dove si uniscono le frontiere di Libano, Siria e Israele, che Beirut e Damasco considerano libanese mentre per Israele e per l’Onu sarebbe siriano.

L’esercito israeliano, da parte sua, ha risposto all’attacco degli Hezbollah martellando le colline attorno alla cittadina di Sheba, mentre aerei con la stella di Davide compivano raid e bombardamenti nei dintorni di cinque villaggi della stessa zona, Halta, Mary, Kfar Shouba, Kfar Hamam e Hebbariyeh. In serata gli scontri si sono estesi e aerei israeliani hanno condotto altri raid in territorio libanese mentre entrava in azione anche l’artiglieria pesante con i potenti cannoni da 155 millimetri.

La battaglia di ieri si inserisce in un drammatico momento della vita politica del Libano nel quale le pressioni di Usa e Francia per l’esclusione degli Hezbollah dal governo e per fare del paese dei cedri una base per destabilizzare la Siria, hanno provocato una spaccatura verticale nel paese e nel governo: da una parte la Hariri Inc., sunnita – sostenuta da Usa, Francia e Arabia saudita e facente capo a Saad Hariri, figlio di Rafiq Hariri l’ex premier libanese ucciso un anno fa a Beirut – il leader druso Walid Jumblatt (arrivato due settimane fa a chiedere agli Usa di invadere la Siria), nonché le destre cristiane, antisiriane, filo-Israele e filo-Usa delle Forze libanesi di Samir Geagea. Dall’altra parte i movimenti sciiti di Amal ed Hezbollah, i cristiano-maroniti facenti capo al presidente Emile Lahoud, i sunniti pro-siriani. In mezzo, ma sempre più vicino al campo favorevole al mantenimento di buoni rapporti la Siria, il generale cristiano maronita Michel Aoun. Il governo e il paese si sono spaccati lo scorso dicembre di fronte ad un colpo di mano del premier Fouad Siniora (sponsor Usa e Francia) con il quale, rompendo gli accordi raggiunti con Amal ed Hezbollah per formare il gabinetto di unità nazionale, l’esponente del gruppo Hariri ha imposto a maggioranza una mozione che chiedeva la creazione di un tribunale internazionale per giudicare gli eventuali responsabili dell’uccisione di Rafiq Hariri e si era rifiutato di sostenere il carattere di Resistenza nazionale e non di milizia delle forze degli Hezbollah. Differenza non da poco dal momento che se si tratta di «Resistenza» Hezbollah non deve disarmare – come invece chiesto a tutte le «milizie» libanesi dalla risoluzione Onu 1559 e soprattutto dalla Francia e dagli Usa – e, soprattutto, non hanno nulla a che fare con il terrorismo. Obiettivo di Washington e Parigi in realtà è quello, disarmando la resistenza palestinese e quella libanese, di costringere il Libano a firmare una pace separata con Israele, indipendentemente da un ritiro dello stato ebraico dalla Cisgiordania o dal Golan siriano.

Ieri, mentre si riaccendeva la battaglia lungo il confine con Israele, dopo settimane di tensione, c’è stata una prima tregua tra i due campi: il premier Fouad Siniora ha fatto marcia indietro e ha annunciato al parlamento che l’esercito Hezbollah (il Partito di Dio) «non è mai stato chiamato, e non lo sarà mai, altro che con il suo nome di resistenza nazionale» e i cinque ministri sciiti hanno posto fine al boicottaggio del governo. Un passo indietro dal baratro che però non ha certo fugato le nere nubi che si addensano sul Libano triturato nell’ingranaggio della «distruzione creativa» del medioriente.