Libano, assediate tre basi palestinesi

Mezzi corazzati e commando dell’esercito libanese hanno circondato alle prime luci dell’alba alcune basi palestinesi del Fronte popolare- comando generale (Sultan Yakub) e del gruppo Fatah-Intifada (Haiwa) nella valle della Beqaa, vicino al confine con la Siria, intimando ai combattenti palestinesi di sgomberarle e di consegnare le armi. E’ la prima volta che ciò avviene dalla triste guerra dei campi del 1985-87. Parallelamente si è fatto sempre più stretto l’assedio dell’esercito libanese ai dodici campi profughi dove oltre 350.000 palestinesi vivono in condizioni di vita insostenibili e dove le forze di sicurezza libanesi non entrano più dalla «rivoluzione» del 1969. A questa improvvisa mossa del premier libanese Fouad Siniora, uomo di fiducia di Saad Hariri (e quindi dell’Arabia saudita e degli Usa decisi a dare la Siria agli islamisti sunniti), ha risposto a tempo – come in un concerto – la presentazione al Consiglio di sicurezza da parte di Stati uniti e Francia di un’asprissima mozione che apre la strada all’adozione di dure sanzioni contro Damasco – per di più sotto l’articolo sette che fa presagire, come in Iraq «l’uso della forza» – se la Siria non collaborerà totalmente e senza condizioni con la Commissione di inchiesta sull’uccisione dell’ex premier libanese Rafiq Hariri. Per collaborazione totale da parte di Damasco la mozione intende anche l’«arresto» di chiunque rientri nella categoria dei «sospetti» e la sua consegna alla stessa commissione per essere interrogato fuori dal paese e senza testimoni. E tra i «sospetti» accusati da anonimi testimoni prezzolati, potrebbero esserci anche due membri della stessa famiglia del presidente siriano, il cognato Asef Shawkat, capo dell’intelligence militare siriana e suo fratello Mehir.

La bozza di risoluzione americano-francese-britannica ha incontrato però un primo ostacolo nel rifiuto di Russia e Cina, ma anche della stessa Lega Araba, preoccupate che nuove sanzioni a Damasco potrebbero destabilizzare l’intera regione. In realtà il vero obiettivo dei «neocons» Usa e dell’Amministrazione Bush. «La Russia è contraria alle sanzioni contro la Siria – ha detto ieri Mikhail Kamynin, portavoce del ministro degli esteri Sergey Lavrov – in questi giorni in visita in Israele – e farà tutto il necessario per impedire qualsiasi tentativo di imporle a Damasco». La dura presa di posizione è venuta dopo una lunga telefonata notturna tra il presidente siriano Bashar Assad e il presidente russo Vladimir Putin e l’invio di una lettera dello stesso Bashar a Stati uniti, Gran Bretagna e Francia. Nella missiva ai paesi autori della nuova risoluzione il presidente siriano ribadisce la disponibilità del suo paese a collaborare con la Commissione – ma nel rispetto della sua sovranità – sostiene la totale estraneità del suo paese all’uccisione di Hariri e allo stesso tempo, nel caso dovessero emergere «prove certe» a carico di qualche cittadino siriano, si impegna a «processarlo con severità».

Il Consiglio di sicurezza appare così, per il momento, bloccato, anche se il presidente americano Bush, anche questa volta, non sembra disposto a fermarsi. Damasco in realtà si trova sul banco degli imputati non tanto per la vicenda Hariri quanto per la sua stessa esistenza – dopo lo sfrantunamento dell’Iraq- come stato arabo laico, sovrano e indipendente, l’unico rimasto a chiedere il ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967, a combattere il terrorismo jihadista e a sostenere il diritto delle popolazioni dei territori occupati in Iraq, Libano, e Palestina a resistere con le armi per riacquistare la loro libertà. Diritto che invece viene loro negato dalla risoluzione dell’Onu 1559 che oltre a chiedere il ritiro delle truppe siriane, pretende anche il disarmo della resistenza palestinese e libanese, prima, e non contestualmente ad un ritiro israeliano dai territori occupati di Palestina, dal Golan e dalla enclave delle Fattorie di Shebaa. E che nega ai profughi palestinesi persino il diritto di difendere i loro campi e le loro case. Per poterli meglio spazzar via alla prima occasione.