L’Fmi in cerca d’identità

L’Fmi cammina sulle uova. Alla riunione in corso a Singapore, nelle «Prospettive per l’economia mondiale» presentate ieri, l’organismo si è rallegrato per la buona salute della crescita economica mondiale, rivendendo al rialzo le previsioni per quest’anno (+5,1% invece del +4,9% della scorsa primavera). Ma al tempo stesso ha messo in guardia il mondo contro i rischi di inflazione generalizzati e ha ingiunto all’America latina di sfruttare la ripresa per risanare i conti. In realtà, l’Fmi tenta soprattutto in questo periodo di salvare sé stesso. L’istituzione nata a Bretton Woods non serve più a molto: difatti, l’economia mondiale va avanti malgrado la crisi che sta attraversando l’Fmi. Per rilanciarsi, l’Fmi dovrebbe cambiare volto, ha ammesso il direttore generale, lo spagnolo Rodrigo Rato. Cioè riformare il calcolo delle quote dei paesi membri, per diminuire il peso di Stati uniti e paesi europei a vantaggio dei paesi emergenti.
«E’ importante che le economie più dinamiche siano rappresentate in funzione del loro peso reale nel mondo, non tanto per cambiare gli orientamenti dell’istituzione ma piuttosto per dargli magiore credibilità», aveva affermato Rato nell’agosto scorso. L’Fmi soffre difatti di una doppia crisi: di legittimità – le sue «ricette» hanno causato più guai che portato soluzioni – e di utilità, praticamente svanita da quando, con la ripresa mondiale, i prestiti ai paesi in difficoltà sono crollati, mentre i grandi debitori (Brasile, Argentina, Indonesia) stanno restituendo a ritmo anticipato il debito contratto nel passato. Il ricorso ai prestiti si è dimezzato nell’ultimo anno, 30 miliardi di dollari concessi a 73 paesi, cioè una cifra irrisoria che corrisponde più o meno a un decimo di quanto presta una grande banca europea ai consumatori del vecchio continente. Inoltre, il Brasile ha restituito con anticipo 15,5 miliardi di dollari, l’Argentina 9,6 e l’Indonesia 3,7. Una situazione che fa dire all’economista Barry Eichengreen, professore a Berkeley, che «l’Fmi, divertente prospettiva, dovrebbe subire un aggiustamento strutturale altrettanto penoso di quelli che prescrive generalmente ai suoi clienti».
La ragion d’essere dell’Fmi dovrebbe essere la sorveglianza multilaterale sui grandi disequilibri. Per assolvere a questo compito dovrebbe aprirsi a una partecipazione più egualitaria: oggi, gli Usa «pesano» in termini di diritti di voto il 17,5%, i paesi europei complessivamente il 30% (ma è un peso che conta meno di quello Usa, perché disperso), mentre Cina e India sono rispettivamente solo al 3% e al 2%. Per salvare la sua funzione, l’Fmi dovrebbe non solo aprirsi ai paesi emergenti (il progetto presentato a Singapore parla di aumento del peso di Cina, Corea del sud, Messico e Turchia, con un accrescimento della presenza collettiva africana), ma permettere che questi abbiano voce in capitolo. Perché, come spiega il premio Nobel 2001 dell’economia, Joseph E.Stiglitz, compito dell’Fmi sarebbe di occuparsi dell’eccessivo deficit della bilancia dei pagamenti Usa e dell’enorme eccedente cinese. Due fenomeni paralleli e interdipendenti, che rischiano di travolgere l’economia mondiale. Ma l’Fmi sarà mai in grado di intervenire sulla politica economica dei grandi paesi? Ci sarà mai la volontà politica di chiedere agli Usa di aumentare le imposte per evitare di svolgere un ruolo destabilizzatore nell’economia mondiale? Oggi i paesi asiatici, Cina in testa, hanno accumulato più di 2 mila miliardi di dollari di riserve e l’economia mondiale non affonda perché li reinvestono nell’economia Usa. Ma l’Fmi avverte: esiste «un rischio di correzione disordinata, che significherebbe una caduta più rapida del dollaro, un’instabilità dei mercati finanziari, la crescita del protezionismo e un rallentamento significativo della produzione mondiale» (rischio di crollo del mercato immobiliare Usa, di frenata dei consumi tedeschi a causa dell’aumento previsto dell’Iva, effetti del caro-petrolio). Per Eichengreen, l’Fmi ritroverebbe un ruolo diventando un «consigliere coniugale» tra Usa e Cina: per convincere i primi ad aumentare le imposte e la seconda le spese sociali.