Lezione di democrazia

La Francia ha respinto la «costituzione europea». Era falsa. A scoprirne il trucco è stata la madre di tutte le costituzioni del continente. E lo ha dichiarato all’intera Europa. Poteva farlo con la sua autorità e per aver subìto, più volte, che si mistificassero come costituzione atti di ben diversa origine e valore che non avevano osato però di appropriarsi di quel nome. Questa volta invece alla parola Trattato è stato incollata quella di Costituzione. Vi aveva provveduto un Consesso composto da vari fiduciari, alcuni lo erano dei capi di stato e di governo, altri dei leaders dei partiti presenti nei Parlamenti nazionali ed in quello europeo, altri ancora della Commissione dell’Unione. Nessuno di questi signori poteva vantare un mandato, una designazione, una pur minima legittimazione popolare adeguata al compito. Erano forti solo di una investitura decisa dall’alto delle istituzioni statali, dai capi di stato e di governo. La boria degli esecutivi ha provato a sostituirsi a quella che, da secoli, si è denominata sovranità popolare. Si è progettata così una costituzione senza demos. La Francia la ha rifiutata. Ben fatto. Ma quel documento contiene un altro falso. Declama dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, giustizia, solidarietà. Ma ne contraddice via via il significato. Lo contraddice inglobando un intero e massiccio corpo normativo, quello sì pregnante di forza prescrittiva, vincolante oltre ogni dubbio, già in vigore, già in via di attuazione, già incombente con i suoi vincoli, con gli obblighi netti, chiari, indefettibili, valevoli, già oggi ed ancora più in avvenire, gli obblighi derivanti dal principio supremo dell’ordinamento comunitario già affermato nei Trattati soprattutto da quello di Maastricht: quello dell’economia di mercato aperto ed in libera concorrenza. Per la prima volta nella storia degli ordinamenti statali dei paesi civili, un solo principio si veniva a porre, per forza normativa di rango costituzionale, come prioritario, superiore ad ogni altro, assoluto. Si veniva così a negare, a rovesciare, il senso stesso del costituzionalismo, le conquiste di civiltà che in suo nome e per suo merito sono state conseguite dalla lotta per il diritto condotta dalle masse nel corso di due secoli.

Un terzo falso si sarebbe prodotto in tal modo con quell’atto. Quello di costruire un potere illusorio. Da sempre le costituzioni, hanno mirato a limitare, condizionare, disciplinare, disarticolare il potere politico. Con il Trattato che avrebbe dovuto istituire una Costituzione per l’Europa, questo ruolo sarebbe scomparso. Sarebbe scomparso perché il Trattato già contiene le scelte politiche possibili ed immaginabili. Le avrebbe normativizzate, catturandole cioè in norme giuridiche del più alto valore, sostanzialmente intangibili, per l’estrema difficoltà di modificarle. Avrebbe consolidato, al massimo possibile, la neutralizzazione del potere del Parlamento europeo, così come quello della altre istituzioni dell’Unione. Potere che, in misura diversa, certo, rende le attribuzioni, l’attività, le funzioni, i ruoli di ciascuna di questa istituzioni meramente attuative, esecutive delle norme già poste e coerentemente formulate per la realizzazione dell’economia di mercato aperto ed in libera concorrenza.

Ha sconvolto un disegno raffinato ed ardito il rifiuto di approvare il Trattato cosiddetto costituzionale. Il disegno di legittimare con un voto di valore costituente quel principio, quella politica, la condizione umana derivante dall’assolutismo del mercato.

È un servizio degno della sua tradizione quello che la Francia ha reso così alla democrazia europea. Ma è questa che deve ora prendere nelle sue mani la costruzione dell’Europa, un compito necessario, irrinunciabile perché necessaria ed irrinunciabile è la costruzione della democrazia nel grande spazio europeo. È in questo spazio infatti che si decide la sua sorte, il suo sviluppo, la sua possibilità di inverarsi materialmente. Soprattutto la sinistra è chiamata da questa esigenza imperiosa a questo compito ineludibile. Non le manca lo strumento. Glielo impone la democrazia stessa, quella che ha inventato le assemblee anche per l’esercizio di compiti costituenti, da esercitare, questa volta, in modo da aggregare le democrazie nazionali, senza comprimerle, e proiettarle in un progetto unitario.