Lezione afghana

«Afghanistan: la dimostrazione che è possibile esportare la democrazia», così parlò non più di tre giorni fa in una intervista all’Infedele il ministro degli esteri Gianfranco Fini. Ma il fiore all’occhiello di Fini è miserevolmente appassito. Purtroppo ci hanno pensato i rapitori – chiunque siano – di Clementina Cantoni a riportare i riflettori su una situazione tutt’altro che pacificata. Per ammissione dello stesso ministro della difesa Antonio Martino che, proprio negli stessi giorni, esprimeva preoccupazione sulla sicurezza nel paese. I taleban si sono riorganizzati e hanno osato sfidare il presidente Karzai respingendo un’aministia per il loro leader religioso mullah Omar, proposta evidentemente su indicazione americana visto che da tempo Washington sta sponsorizzano un loro rientro in politica, a partire dalle prossime elezioni. Intanto i vari signori della guerra continuano a spartirsi il paese foraggiati, per il mantenimento delle loro milizie, dagli ingenti proventi dell’oppio di cui l’Afghanistan è il primo produttore al mondo (e rappresenta l’80 per cento del Pil afghano).

Inutile aggiungere che il progetto di smilitarizzazione è miseramente fallito. E contro le varie milizie ben poco possono le truppe dell’Isaf (International security assistance force) sotto comando Nato schierate a Kabul o sparpagliate in qualche provincia del paese con presunti compiti di ricostruzione. Che non è mai partita veramente. Anche perché i finanziamenti per la ricostruzione subiscono pesanti taglieggiamenti dalla corruzione che dilaga a livello istituzionale.

La ricetta delle elezioni non ha funzionato in Iraq e tantomeno in Afghanistan, dove – dopo numerosi rinvii – in aprile si erano tenute solo le presidenziali mentre le prossime (politiche, previste a ottobre) stanno già provocando vittime. Ancora una volta si dimostra che non sono le elezioni a portare la democrazia, ma l’esistenza di un tessuto democratico a permettere alle elezioni di rappresentare l’espressione della volontà popolare. Forzature o imposizioni dall’alto (peggio se sotto occupazione militare) al di là dell’esito del voto, rischiano di far fare alla democrazia un passo indietro. E si può parlare di democrazia in un paese dove si lapidano le donne, come è avvenuto recementente per Amina accusata di adulterio a Badakhshan? Ma la sharia è la legge dello stato, con la benedizione di Bush e del suo inviato Khalilzad, ora trasferito a rappresentare gli Usa in Iraq. La simbologia religiosa viene caricata di molteplici significati compresa l’ostilità contro la presenza straniera e i soprusi (con i drammatici ricordi di Shebargan successivamente trasferiti a Guantanamo). Lo si è visto nelle manifestazioni in difesa del Corano dopo le notizie di «profanazione» diffuse (e poi smentite) da Newsweek.

E le donne, persino quelle che manifestano a Kabul per la liberazione di Celestina Cantoni continuano a nascondersi sotto il burqa. Per problemi si sicurezza? Forse. Ma questa si può chiamare democrazia?