L’ex presidente della Consulta: rischioso e anomalo prendere tempo

E’, in questi giorni, questione aperta e di non poco peso: sapere quando sarà dato a Romano Prodi l’incarico di formare il nuovo governo. In pratica se dovrà essere Ciampi, nel tempo del suo mandato, che scade il 18 maggio, o il nuovo presidente della Repubblica ed affidare l’incarico di formare il governo all’«unico capo» della coalizione vincente. Entro i limiti delle norme costituzionali il problema è se sia utile e giusto che Silvio Berlusconi continui a essere fino a giugno il capo del governo, sia pure per l’ordinaria amministrazione. Andrea Manzella, su Repubblica del 25 marzo, era intervenuto per sostenere che «Il Presidente della Repubblica cesserà dalla sua carica il 18 maggio. Fino a quel giorno egli potrà dunque, e dovrà, esercitare pienamente i poteri e le garanzie costituzionali che gli competono». Questa argomentazione diManzella non pare condivisa dal Quirinale. Sulla Stampa di ieri, il direttore Giulio Anselmi, nell’editoriale dal titolo «Al governo subito», scrive: «Resta però un dubbio circa la linea che i suoi (del Presidente della Repubblica, ndr) consiglieri giuridici, forse per eccesso di correttezza costituzionale, gli suggeriscono: rinviare al suo successore (o a se stesso in un secondo mandato) la designazione del nuovo presidente del Consiglio». E prosegue: «In un sistema semimaggioritario, in cui i partiti hanno indicato il leader della coalizione per ottenere il premio di maggioranza, la scelta del premier da parte del capo dello Stato non ha nulla di discrezionale. Ha senso, quindi, perdere quasi due mesi, lasciando il paese allo sbando?» La questione – come è facile intendere – non è di poco conto e proprio per questo abbiamo voluto sentire il parere del professor Gustavo Zagrebelsky, ieri a Napoli per un corso universitario. Zagrebelsky – e mi scuso per le mie imprecisioni – anche lui ritiene che debba essere l’attuale presidente della Repubblica a dare l’incarico di formare il governo una volta adempiuti tutti gli obblighi costituzionali per la piena funzionalità delle camere. E questo, sottolinea, per evitare un’anomalia e un rischio. L’anomalia sarebbe quella di avere un governo depotenziato in una situazione che sollecita invece seri interventi. E poi Zagrebelsky aggiunge: pur con tutti i limiti che ci sono, siamo di fronte a una coalizione che ha vinto e la cui vittoria è stata riconosciuta. Prendere tempo ci espone a un rischio grave. Si dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica e su questa elezione si dovrà avere una qualche intesa. Ma proprio perché è ancora in carica il governo Berlusconi, la forte minoranza di centrodestra potrà ostacolare l’elezione del nuovo presidente della Repubblica e quindi lasciare in carica, per ancora qualche mese, il governo Berlusconi. Sarebbe un’autoprorogatio, ma possibile e da evitare. Proprio per questo Ciampi dovrebbe dare l’incarico di formare il governo – appena possibile dal punto di vista costituzionale – a Romano Prodi e non aspettare il nuovo presidente della Repubblica. E non è diverso dal parere di Zagrebelsky quello di un altro costituzionalista, Michele Ainis, che è stato anche candidato della Rosa nel pugno alla camera. Leggo infatti che in un’intervista al settimanale News anticipata ieri dalle agenzie di stampa Ainis arriva a sostenere che «il presidente della Repubblica non dovrebbe consentire che l’Italia venga governata per altri due mesi da un governo che non corrisponde più la volontà popolare. Questa sì che sarebbe una rottura istituzionale»: Secondo il professore «quando verrà nominato il nuovo presidente della Repubblica nella prassi succede che il presidente del Consiglio come atto di cortesia formale presenta le sue dimissioni al Quirinale che sempre per prassi le respinge. Si tratta solo di un balletto formale». Ma forse, mi viene a questo punto da pensare, la decisione di Ciampi non può essere letta solo con gli strumenti del diritto costituzionale. Le ragioni della politica possono essere più stringenti.