L’Europa picchiata

Vi è un gran lavorio per collegare l’Italia all’Europa. Qualcuno pensa che le strade, più o meno ferrate, non manchino, ma debbano soltanto essere messe in ordine; altri ritiene invece che le vie non siano mai troppe e che in futuro ne serviranno di più. In quest’ottica cresce l’idea del treno ad alta velocità o Tav fra Torino e Lione. Solo che, alla prima occasione, quando l’Europa viene a vedere, per decidere se impegnarsi, se finanziare la grande opera, si manda tutto per aria. Si sequestra l’Europa in un pulmino e poi la si piglia a calci, con un atteggiamento a dir poco contraddittorio. L’Europa in questo caso è rappresentata da inviati della Commissione per le petizioni del parlamento europeo, con a capo Michael Cashman. Questi afferma che «Gli eventi di Venaus sono un gigantesco insulto alla delegazione… che ha tenuto un atteggiamento di particolare diplomazia e prudenza, dovuto alla situazione chiaramente tesa». Vi è «l’assoluta necessità di una valutazione con tutte le parti coinvolte e specialmente con le autorità e le comunità locali». L’Europa propone dunque di riaprire la discussione. I suoi inviati riferiranno a Bruxelles quello che hanno visto.

Il Tav Torino Lione compare in un elenco di 26 opere possibili di cui solo sei, prioritarie, saranno finanziate nel periodo 2007-2013. Devono però mostrare un project financing affidabile, ciò che per ora manca al Tav. In altre parole, i miliardi di euro di Bruxelles sono tutt’altro che sicuri. Forse per questo autorità e forze di polizia, sconvolte, hanno alzato le mani sull’Europa, trascurando il fatto che non era solo un caso di denaro. Nel difendere il progetto, hanno smarrito, tutta intera, la democrazia. Hanno usurpato il diritto della comunità locale a essere ascoltata, ad avere voce in capitolo.

I grandi apparati – lo stato, la regione – hanno colpito, oltre alla democrazia, un altro bene: la verità. Quando si chiede a una popolazione un sacrificio o un compito gravoso, non si può procedere con inganni. Bisogna avere il coraggio di spiegare tutto, in modo che ogni aspetto sia palese. Indorare la pillola, usare sotterfugi, significa espropriare le persone del loro diritto a decidere. Tutti i numeri relativi ai costi dell’opera; alla quantità del traffico su rotaia; al superamento della valutazione d’impatto ambientale; al flusso di Tir lungo la Val di Susa, immutato anche quando il Tav sarà operante, sono inattendibili. Sul flusso poi si sorvola sempre, perché la decisiva riduzione dei Tir è l’argomento più forte utilizzato dai fautori dell’opera; ed è del tutto falso. C’è poi silenzio e nebbia su un altro punto significativo. L’alta capacità c’è solo sul versante italiano. I treni merci, arrivati in Francia, sono istradati su una linea ferroviaria diversa. Questo significa che la sovrapposizione sul versante italiano metterà i treni merci sempre in coda, rallentandoli nella loro corsa, ai livelli abituali. Oppure la favolosa velocità del traffico passeggeri sarà molto minore di quella propagandata.

La rinuncia alla democrazia, il furto di verità sono preoccupanti aspetti politici. Quando comincerà lo scavo al traforo dei 53 chilometri la politica sarà presumibilmente in mano ai «nostri». Solo che rischiamo di non accorgerci del cambiamento; tanto più se avremo a che fare con le stesse grandi opere previste nel secondo contratto firmato alla Tv da Silvio Berlusconi. E’ molto importante quindi non ripetere lo stesso percorso, non scegliere le stesse grandi opere di regime che la Casa delle libertà avrebbe voluto erigere. Sappiamo che quelle dovevano servire ad arricchire pochi, a spese dell’ambiente naturale che doveva essere scavato e venduto a lotti. Il bene comune che vorremmo ripristinare è diverso: non farebbe nessuno più ricco, ma tutti, passabilmente, un po’ più felici.