L’Europa accusa il governo israeliano: «Si sta annettendo Gerusalemme est»

Proprio nel momento in cui Ariel Sharon lancia il suo nuovo partito putando a presentarsi come l?uomo che può fare la pace, rischia di scoppiare una bufera politico-diplomatica fra Israele e l?Unione europea per un rapporto riservato distribuito dalla presidenza di turno britannica ai 25 ministri degli Esteri nel quale si accusa il governo Sharon di attuare nella Città santa «una politica premeditata» volta a realizzare l’annessione del settore orientale (arabo) della città impedendo così che possa diventare la capitale del futuro Stato palestinese.
A rivelare la vicenda è il “Guardian” secondo il quale il rapporto sarebbe
stato redatto dal consolato britannico a Gerusalemme e avrebbe dovuto essere discusso dai ministri degli Esteri comunitari; tuttavia «su pressione dell’Italia», definita dal giornale come «il più affidabile alleato di Israele in Europa», tutto sarebbe stato rinviato al mese prossimo.
Aspre anche se laconiche le reazioni israeliane: il portavoce degli Esteri
Mark Regev ha detto che l’intera Gerusalemme «resterà la capitale unita di Israele», mentre una fonte governativa ha espresso l’auspicio che l’Europa non torni alla politica «di parte e faziosa» del passato.
Come si sa, i governi israeliani – di qualunque colore – hanno sempre e sistematicamente accusato l’Europa di essere «sbilanciata» verso i palestinesi, rifiutando con ciò ogni critica alla loro politica annessionistica ed espansionistica.

E non basta, poiché la polemica non finisce qui: il governo italiano, per
bocca del ministro degli Esteri Fini, ha infatti smentito le affermazioni
del ‘Guardian’ che lo riguardano, ma ha allargato la smentita fino alla esistenza stessa di «un rapporto che accusi Israele», esistenza che invece ha trovato conferme, sia pure indirette ed ufficiose, da parte sia dell’inviato dell’Unione europea in Medio Oriente sia del responsabile Esteri dell?Ue Xavier Solana.

Un bel pasticcio politico-diplomatico, come si vede, che investe uno dei
nodi di fondo del contenzioso israelo-palestinese.

Sharon nel fondare il suo nuovo partito ha dichiarato di voler perseguire
un accordo di pace con i palestinesi, non più con atti unilaterali ma attraverso il percorso negoziale previsto dalla ‘road map’; di questo percorso la discussione sul problema di Gerusalemme è uno dei punti certamente più spinosi ma altrettanto sicuramente non eliminabili. Israele ha annesso unilateralmente e illegalmente nel 1980 il settore arabo della Città santa che considera sua «capitale eterna e indivisibile»; i palestinesi rivendicano legittimamente, in base alle risoluzioni dell’Onu, Gerusalemme-est come loro capitale; la comunità internazionale, con rarissime eccezioni, la considera uno dei territori occupati nel 1967 e di cui la risoluzione n. 242 del Consiglio di sicurezza ordina lo sgombero; e il fatto che lì sia il cuore pulsante di tutte e tre le grandi religioni monoteiste – ebraismo, cristianesimo e islam – rende il problema ancora più complicato. Proprio la questione di Gerusalemme fu uno dei punti su cui naufragò nell’estate del 2000 il vertice di Camp David fra Clinton, Arafat e Barak, con tutto quello che ne è tragicamente seguìto. Sono state formulate varie ipotesi di compromesso, per le quali i palestinesi hanno mostrato la loro disponibilità, come quella che la città unita (cioè mai più divisa da un muro come fra il 1948 e il 1967) sia la capitale di entrambi gli Stati, con i ministeri israeliani a ovest e quelli palestinesi a est; una ipotesi forse macchinosa, per qualcuno magari utopistica, ma che può essere comunque una base di discussione. Quello che non si può accettare è che il governo israeliano imponga la sua soluzione con atti unilaterali; e uno di questi – a proposito appunto di muri – è rappresentato proprio dal muro «della vergogna» che Sharon vuole portare avanti e che isolerebbe totalmente Gerusalemme-est e i suoi abitanti palestinesi dal resto della Cisgiordania, e dunque dal territorio del futuro Stato palestinese.
E’ proprio a questo che si riferisce specificamente il rapporto Straw citato dal ‘Guardian’, che non lascia dubbi in proposito denunciando il fatto che la continua espansione degli insediamenti dentro e intorno a Gerusalemme-est e la perdurante costruzione del muro circondano la città e isolano i suoi 230 mila abitanti palestinesi dal resto della Cisgiordania. In particolare, dice il rapporto secondo la versione fornita dal giornale inglese, la espansione del grande insediamento di Maale Adunim (una vera e propria città) «minaccia di completare l’accerchiamento di Gerusalemme-est con insediamenti che tagliano in due la Cisgiordania». Questa politica israeliana, continua il documento, «sta riducendo la possibilità di raggiungere un accordo finale che ogni palestinese possa accettare su Gerusalemme» e costituisce inoltre «una violazione degli obblighi assunti in base alla road map e al diritto internazionale»; quella stessa ‘road map’ che Sharon dice adesso di voler rilanciare. Il rapporto rincara poi la dose sottolineando che la costruzione del muro, interposto fra Gerusalemme da un lato e Betlemme e Ramallah dall’altro, determina una annessione di fatto di terre palestinesi che può apparire irreversibile e osservando che tutto ciò rischia oltretutto di spingere la popolazione palestinese della città fra le braccia «dei gruppi estremistici». Il britannico Straw, quale presidente di turno dell?Ue, raccomanda pertanto ai 25 di contrastare questa politica israeliana e propone fra l?altro in proposito di riconoscere esplicitamente le attività politiche dei palestinesi (cioè dell’Anp) nella città, ipotesi alla quale Israele si è sempre ferocemente opposta.
Fin qui le rivelazioni del ‘Guardian’, che non hanno conferme ufficiali ma
che appaiono più che attendibili, nonostante la smentita del ministro Fini.
Questi infatti non nega specificamente il presunto (ma plausibile) intervento italiano a sostegno della posizione israeliana ma afferma più in generale che «non c’è nessun rapporto (europeo, ndr) che accusi Israele» e aggiunge che «men che meno ci sono rapporti che siano stati messi in embargo o censurati»; peccato che autorevoli fonti europee confermino in modo più o meno esplicito che invece il problema è reale. L’inviato dell’Unione europea in Medio Oriente dice infatti, è vero, che «non c’è alcun rapporto sul tavolo» ma specifica che c’è «una richiesta dei 25 ministri degli Esteri di conoscere più approfonditamente la situazione socio-economica di Gerusalemme-est»; ed è ovvio che una richiesta in tal senso presupponga una risposta, si chiami o meno «rapporto». Quanto al responsabile Esteri dell?Unione Xavier Solana, ha precisato che quello diffuso dai media «non è un documento finale» ma è soltanto una bozza ancora da definire e completare. Insomma, che si chiami «bozza» o che si chiami «richiesta di informazioni», un documento evidentemente c?è, piaccia o meno a Fini e al governo Berlusconi; e su questo documento i 25 ministri degli Esteri dovranno alla fine formulare un loro parere e tirare delle conseguenze. L’unica cosa che non si può fare è fingere che il problema di Gerusalemme-est non esista o peggio ancora accettare i fatti compiuti di Israele, che costituiscono un ostacolo oggettivo ad un accordo di pace giusto e duraturo.