Letti di ferro e filo spinato ecco il carcere dei clandestini

Vietato entrare, vietato vedere. Eccolo, il famoso Cpt di Gradisca, l’ ultima creatura edilizia destinata a contenere – temporaneamente – la disperazione di chi arriva clandestino. Le mura sono alte, le forze di polizia circondano tutto il perimetro del Centro. I giornalisti non sono mai entrati all’ interno. CON un aiuto che rimarrà anonimo, ho varcato quel portone e visto quel che il Cpt, oggettivamente, è: un carcere. Un carcere nuovo, appena inaugurato e, in un certo senso, proprio per questo più freddo, più cupo, più duro. Un cortile interno porta all’ edificio dove lavorano quelli della Cooperativa Minerva che hanno vinto l’ appalto per la gestione di questa struttura detta di prima accoglienza. Ma di accogliente, nel vero senso della parola, c’ è ben poco. Ci accompagna una ragazza dal viso dolce, il curriculum classico di chi opera nel settore dell’ assistenza agli immigrati. Confessa: “Nessuno di noi avrebbe immaginato di vivere un’ esperienza così forte. Stiamo andando dallo psicologo per superarla. Vede quelle inferriate altissime? Ecco: non pensavamo che all’ interno il Centro sarebbe stato organizzato così. Quelle inferriate sono qualcosa in più che ci fa male. Pare che abbiano intenzione di toglierle, proprio perché la sicurezza è garantita lo stesso, non c’ è bisogno di quella selva di aste appuntite. Io le guardo ogni mattina e spero, e chiedo: “Liberateci dalle inferriate!””. Fuori dal Cpt, come si sa, è successo di tutto. Rifondazione contesta l’ idea stessa di queste strutture, la sinistra radicale ha preso a sassate le macchine di quelli della Cooperativa, ritenuti colpevoli di complicità con lo Stato “carceriere”, polizia e carabinieri vigilano 24 ore su 24 temendo un assalto, una protesta che possa degenerare, i cittadini di Gradisca, deliziosa cittadina dai tratti austroungarici, sede della super enoteca regionale, assistono sconcertati all’ arrivo dei cellulari, alle sirene, al clima di tensione. No, non sanno com’ è fatto dentro il Cpt. Non sanno di quel mare di inferriate che dà claustrofobia non solo ai reclusi ma anche a chi ci vive per poche ore al giorno.La parte gestita dalla Cooperativa aveva dei muri chiari, tra il grigio e il bianco panna. “Noi abbiamo subito dipinto le pareti, vede?” Colori pastello, un verde, un giallino. Perché chi entra qui non è un delinquente (certo magari ci saranno anche le fedine sporche) ma una persona “cui va garantita la dignità”. Ci vuole un filtro, è necessario sapere chi sono e da dove arrivano i clandestini – questo lo sostiene gran parte del centrosinistra – il punto è: è questo, e solo questo, il modo di trattenere e censire la disperazione? Se lo chiede l’ operatrice anonima, con le mani ancora fresche di pittura: “Sì, mi domando se era necessario tutto questo grigio, tutta questa contenzione all’ interno, se era inevitabile creare una situazione così respingente dal punto di vista emozionale”. Visitiamo le camerate. La zona donne al momento è vuota (lo era perlomeno quando ci siamo stati noi). I kit di prima accoglienza sono pronti: magliette di cotone, un paio di asciugamani e dei pigiami che sembrano un po’ assurdi in un posto così: “Li abbiamo scelti noi, orsetti, piccoli pois, qualcosa che scaldi il cuore”. Letti di ferro, inchiodati al pavimento, grigi, anche quelli. Perché i letti inchiodati come fosse a Rebibbia? Ti spiegano che spesso tra immigrati nascono risse, esplode la violenza. E la prima cosa che fanno, lo dice l’ esperienza, è tirarsi addosso le aste di metallo dei letti. Perciò tutto inchiavardato, tutto nuovo, carcere di lusso. E l’ aria? Sì, certo, sono previsti gli esterni. La nostra accompagnatrice ci mostra dei bei quadrati recintati. Esci dalla tua stanza con il letto di ferro e puoi goderti la primavera che sta arrivando dentro un perimetro circondato dalla rete. Diciamo una bella gabbia larga, comoda.Bisognerebbe chiedere ad un architetto se c’ è un modo di conciliare sicurezza con accoglienza. Di sicuro in questa struttura, pur dotata di televisioni e apparecchi telefonici, l’ equilibrio non è stato trovato. Tanto che il sindaco di Gorizia, che non ha un carcere adeguato, aveva chiesto di prenderselo lui, il Cpt. Ma è andata diversamente e adesso gli stessi operatori sembrano provati, in tilt: “Siamo dovuti ricorrere allo psicologo, la pressione è tanta, dentro e anche fuori”. C’ è ancora poca gente, a Gradisca. All’ inizio, il governo aveva promesso al governatore Illy che il Cpt sarebbe stato utilizzato solo per accogliere gli immigrati approdati da queste parti. Ma non è stato così. Del resto, una struttura da 250 posti difficilmente può essere derubricata a contenitore dei problemi di territorio. Li stanno portando da fuori, da Bari, dal Veneto, da dove arrivano, gettati dalle barche, fatti scendere dal doppiofondo dei Tir.Li incontriamo alla mensa. Mangiano in silenzio, il vassoio con un piatto di pasta, la frutta, anche la televisione accesa. A destra, quelli della Lega direbbero: “Troppa grazia”. Facce tristi, rassegnate, senza un domani. Gli operatori dividono il pasto con loro e anche in questa sala hanno portato un po’ di colore ai muri. Dall’ altra parte, nel comprensorio destinato alle forze di polizia, non si può davvero entrare. Lì gli immigrati vengono portati per le consuete procedure di identificazione. Chi sei, da dove vieni, chi ti ha aiutato a venire in Italia, quanto hai pagato, lo sai che non puoi rimanere.Nelle carceri, quelle più moderne, ci sono anche i campetti per fare sport. Il Cpt ne ha due, uno per gli uomini, uno per le donne. Si gioca, al solito, circondati dalle inferriate sullo sfondo, dalla rete metallica tutt’ intorno e da un’ altra rete fissata in alto, a coprire lo spazio aereo.”Se vola il pallone, deve rimbalzare a terra. Uno dei trucchi tipici usati dai clandestini per scappare è quello di rincorrere la palla e sparire”. È una giornata di sole. La ragazza che ci accompagna guarda il cielo azzurro filtrato dalla rete metallica e dice a bassa voce: “Quello non glielo può togliere nessuno”.