Letteratura e movimenti, un incontro mancato

Il rapporto fra movimenti politici e movimenti letterari è sempre stato problematico. Solo nel primo quarto del Novecento il sovversivismo politico provocato dalla proletarizzazione della piccola borghesia intellettuale si incontrò col sovversivismo artistico delle avanguardie (dapprima nell’espressionismo e nel futurismo, poi nel surrealismo). Dopo si sono succedute piuttosto fasi di autonomia e di eteronomia della letteratura (per riprendere la tesi e la terminologia di un noto saggio di Anceschi), con momenti anche acuti di discrepanza (nei mesi del movimento del Settantasette, per esempio, la poesia era dominata dalla poetica della parola innamorata e dal ritorno al privato e al bello). Ma anche nel Sessantotto non ci fu certo sintonia fra movimento e neoavanguardia. Certo, in comune c’era una generica tendenza alla rivolta, ma poi, se si vanno a vedere le cose da vicino, i motivi di attrito erano assai più rilevanti di quelli di accordo.
Negli anni Sessanta il rapporto che il movimento studentesco e gli altri movimenti di contestazione al sistema intrattennero con il mondo della letteratura e della cultura in genere fu infatti di opposizione radicale e complessiva. In altri termini, da parte del movimento non si tenne conto della contraddizione che divideva, per esempio, Pasolini dalla neoavanguardia del Gruppo 63 e neppure delle varie anime che si confrontavano all’interno di quest’ultimo. Se Pasolini fu avverso al movimento studentesco, anche il movimento studentesco non ebbe simpatie per Pasolini. D’altronde lo stesso Fortini, il quale pure fu il più vicino al movimento del Sessantotto che derivò dai suoi scritti non pochi suggerimenti, ebbe con la contestazione di quegli anni un rapporto sempre tribolato, non privo di contrasti e di reciproche incomprensioni.

L’opposizione al mondo della letteratura e della cultura ufficiale avvenne per ragioni teoriche generali e per ragioni politiche ed etiche. Per ragioni teoriche: la letteratura e le altre discipline (anche quelle scientifiche, benché qui si aprisse il dibattito sul loro tasso ideologico e sulla loro dipendenza dai finanziamenti e dai condizionamenti del capitale pubblico e privato) erano viste come istituzioni della società capitalistica, vale a dire come sue interne articolazioni. Per ragioni politiche: solo un discorso politico – si diceva – batte un discorso politico, cosicché l’unica occupazione lecita dei militanti era fare la rivoluzione e ogni altra attività, compresa quella letteraria, era vista con sospetto.

Non si distingueva insomma – come osservò allora proprio Fortini – il ruolo istituzionale che lega l’intellettuale a un ingranaggio della società borghese dalla funzione storico-antropologica che risponde a tempi assai più lunghi e a compiti comunque necessari in ogni tipo di società.

La neoavanguardia era nata prima della contestazione politica, fra il 1961, l’anno dei novissimi, e il 1963, quando si formò il Gruppo. Era nata nel clima del trionfante neocapitalismo, di cui in fondo accettava l’orizzonte culturale. La rivista Il Verri e i due teorici più attivi del Gruppo – Renato Barilli e Angelo Guglielmi – erano portatori delle nuove tendenze culturali (dalla fenomenologia al neopositivismo), sostenevano un atteggiamento “aideologico, disimpegnato, astorico” (Guglielmi), e proclamavano: «Fra arte di avanguardia e società neocapitalista non vi è più il distacco netto, la contrapposizione che esistevano un tempo fra avanguardia e società borghese. La società neocapitalista ha “accettato” l’arte d’avanguardia e l’arte d’avanguardia ha “accettato” la società neocapitalista» (Curi).

Ma anche un marxista come Sanguineti non vedeva spazi rivoluzionari in Occidente e individuava come unica contraddizione quella fra Terzo Mondo e paesi opulenti. Cosicché tutti – neopositivisti, fenomenologi, strutturalisti e marxisti – concordavano nel sostenere che l’unica rivoluzione possibile fosse quella del linguaggio e della letteratura (se, ovviamente, d’avanguardia). I fatti smentirono le loro ipotesi culturali: fra il 1967 e il 1973 si aprì una delle stagioni più duramente conflittuali della storia del dopoguerra, non solo in Italia, ma in molti altri paesi d’Europa e del mondo. I fatti presero in contropiede la cultura. La neoavanguardia non si aspettava la contestazione politica, non aveva gli strumenti culturali per capirla, e finì con l’esserne travolta. Cercò, certo, con il giornale che ne era espressione, Quindici, di adeguarsi al movimento, ma fu solo una corsa affannosa nel tentativo di restare a galla, Quindici si limitò ad aprire dibattiti e a ospitare documenti e testimonianze del movimento; ma cercò sempre – come teorizzò allora uno dei suoi rappresentanti più intelligenti, Umberto Eco – di garantire comunque l’omogeneità del Gruppo, dunque la sua prospettiva eminentemente letteraria e culturale. Solo un’ala assai minoritaria di essa – quella che dette vita con Leonetti e Di Marco alla rivista Che fare e quella che aderì, con Balestrini, ad Autonomia Operaia – prese le distanze da questa logica corporativa e si impegnò direttamente nella lotta politica.

Autonomia della letteratura o eteronomia nella politica: era una alternativa che oggi appare penitenziale, ma che di fatto si impose largamente in quegli anni.

Da una parte (quella del movimento), la via di un lungo viaggio attraverso le istituzioni, e della loro contestazione dall’interno, fu presente solo nella primissima fase del movimento studentesco (1967-68), poi fu troppo rapidamente superata da un tipo di politicizzazione assoluta e radicale che avrebbe avuto forse senso in presenza di uno sbocco rivoluzionario sul breve periodo, ma che non era certo proponibile su tempi più lunghi. Dall’altra (quella delle avanguardie), l’ottica prevalentemente letteraria, l’influenza delle ideologie capitalistiche e delle discipline da esse promosse, l’incapacità di confrontarsi con la realtà politica e sociale di quegli anni, isolarono le nuove tendenze artistiche, confinandole nello spazio recintato (e assai tradizionale, a ben vedere) dei loro specifici settori. La reciproca ghettizzazione fu alla lunga fatale al movimento politico e a quello artistico.

Ci furono indubbiamente anche alcuni tentativi di superare quella ghettizzazione. Si pensi ai romanzi di Volponi e di Balestrini, a certe poesie di Sanguineti e di Pagliarani, ai saggi di Pasolini e di Fortini. Ma non ebbero certo la forza di imporre il loro timbro e la loro tensione. Restarono fenomeni isolati, certo di grande peso nella storia culturale del secondo Novecento, ma incapaci da soli di superare quella micidiale dialettica fra autonomia ed eteronomia che, se si esclude l’inizio del secolo, ha caratterizzato largamente il Novecento.

E oggi? Direi che, mentre sta continuando la tendenza al disimpegno che ha dominato gli ultimi due decenni del Novecento (peraltro caratterizzati dall’assenza contemporanea di movimenti politici e di avanguardie artistiche), qualcosa di nuovo sta forse nascendo fra i giovani, con un interessante tentativo (in atto soprattutto nel cinema) di superare quella dialettica e di coniugare una maggiore attenzione per lo specifico letterario con una nuova tensione verso la realtà e la politica, agevolata dalla ripresa, negli ultimi anni, di alcuni significativi movimenti di massa (pacifismo, no-global ecc.). Ma è un fenomeno nuovo, ancora difficile da valutare. C’è solo da augurarsi che gli errori degli anni Sessanta – abbandono della letteratura e della cultura da un lato, estraneità ai movimenti politici dall’altro – non vengano ripetuti.