Lettera sullo sgombero del campo rom di via Gobetti a Bologna

LETTERA APERTA ALLE ISTITUZIONI BOLOGNESI

Al Sindaco di Bologna

Alla Vice Sindaco di Bologna

Al Direttore Settore Servizi Sociali

La suddetta lettera nasce dall’esigenza dell’Associazione Harambe di informarVi della situazione che si è creata in seguito allo sgombero ordinato dal Comune di Bologna il 16 Novembre 2006, presso il campo rom situato in via Gobetti.
Lo sgombero ha coinvolto 123 persone -in base ai dati forniti dalla Questura -, di cui circa 80 sono state rimpatriate nell’arco di poche ore e circa 20 sono state accompagnate nel CPT. Le persone hanno perso tutto ciò che possedevano (vestiti, arredi, giocattoli, effetti personali), schiacciato nelle roulotte e nelle baracche abbattute.
Con la presente, l’associazione Harambe intende raccontare quanto accaduto alle persone che sono state sgomberate, private della sistemazione che si erano precedentemente creati (il campo di via Gobetti) e lasciati senza alcuna alternativa di sopravvivenza da chi li ha allontanati.
Il gruppo di persone che si trovavano in questa circostanza era costituito da circa 70 soggetti (per di più riuniti in nuclei familiari, con la prevalenza di donne e bambini), dato che induce a ritenere sottostimato il numero dichiarato dalla Questura di sgomberati da via Gobetti.
Di essi, 35 si sono recati presso la sede del quartiere S. Vitale, dove le trattative con la vicesindaco Adriana Scaramuzzino hanno portato all’individuazione del deposito della polizia municipale di via dell’Industria come riparo temporaneo per 27 persone; altre 7 sono state accolte in un albergo popolare di via del Pallone. La sorte di quel nucleo di persone è nota grazie all’attenzione mediatica ricevuta. Durante la permanenza in via dell’Industria queste sono state assistite da operatori della Croce Rossa e di associazioni della Consulta del Terzo Settore, che provvedevano alla sorveglianza e alla fornitura del pasto serale. Lunedì 27 novembre le stesse sono state trasferite nello stabile della scuola di Via Paderno, dove la coop. Piccola Carovana sta effettuando uno screening per individuare chi possiede i requisiti per essere allontanato o assistito.
L’associazione Harambe si è trovata a seguire da vicino la situazione delle ulteriori 36 persone non recatesi in vicolo Bolognetti nell’attesa della trattativa con la vicesindaco. Queste persone sono confluite in via Malvezza 2, presso un casolare abbandonato in cui già dall’estate vivevano 3 famiglie provenienti da precedenti sgomberi di Villa Salus, per un totale di 20 persone. I volontari di Harambe conoscevano la situazione in quanto adiacente a Villa Salus, frequentata assiduamente per lo svolgimento di uno dei progetti dell’Associazione. Nel casolare si sono quindi ritrovate 56 persone a vivere in condizioni malsane e di estrema precarietà, al limite della sopravvivenza, date dall’assenza dell’acqua corrente, di servizi igienici e del riscaldamento, dalla presenza di una nutrita popolazione di ratti, e dall’assenza di ogni minimo arredo. Molte persone -quasi tutte donne, gravide e con figli, tra cui 5 neonati- si sono sistemate nella “stalla” del casolare, dove dormivano per terra, senza materassi, con una temperatura notturna molto rigida. Il resto delle persone si sono accampate nelle stanze dell’abitazione, riscaldate con fumosi bracieri di latta o con ciocchi di legna. L’associazione Harambe si è trovata ad assistere all’emergenza di queste persone nella totale assenza di altri soggetti istituzionali.
Nei primi giorni si è provveduto a fornire beni di primissima necessità, come materassi, coperte, acqua potabile, grazie alla disponibilità del Centro Poma della Caritas e di privati cittadini che hanno messo a disposizione alcune loro risorse.
Nei giorni successivi è stato approntato un censimento con i dati anagrafici, biografici e sanitari della popolazione presente, in cui sono emerse situazioni umane molto delicate: 3 donne incinta (di cui 1 anche minore), 5 neonati di cui 1 di 2 mesi, anziani, persone con patologie gravi e bisognose di cure: lupus, diabete, cirrosi epatica, scompensi tiroidei, ulcere, cisti infette, etc.
Abbiamo consegnato questo censimento alla Consulta del Terzo Settore e, tramite la stessa, agli organi istituzionali (vicesindaco, direttore dei Servizi Sociali, settore sicurezza), nell’attesa che si affrontassero quanto meno le situazioni più delicate. L’iniziale prospettiva di sistemazione presso la scuola di Via Paderno insieme al nucleo di via dell’Industria è stata giudicata impraticabile. In seguito non è stata valutata nessun’altra alternativa allocativa per affrontare l’emergenza del nucleo di via Malvezza. Anzi, abbiamo avuto l’impressione che si volesse cercare di rimuovere il problema.
Nel frattempo Harambe ha continuato a frequentare quotidianamente il casolare, distribuendo beni di prima necessità per i bambini (pannolini, alimenti, vestiti) e per le loro famiglie (alimenti, legna per il caminetto, coperte, etc) forniti da Opera Marella, da coop. La Strada, da Caritas. Si è intrapreso un percorso di verifica sanitaria delle persone grazie alla disponibilità di alcuni privati medici, dell’ass. Sokos che ha visitato tutte le famiglie presso il suo ambulatorio, e del poliambulatorio Zanolini che ha preso in carico le donne incinte. Si è altresì iniziato un percorso di verifica della situazione legale-giuridica di ciascuno, grazie alla collaborazione di alcuni avvocati.

L’associazione Harambe si è ritrovata casualmente osservatrice della venuta di queste famiglie nello stabile, e si è impegnata nella prima assistenza e nel cercare di tamponare le emergenze più gravi.
Non è nostra volontà, nè nostra competenza, nè nostra possibilità continuare ad assistere queste persone in un frangente che non è più di emergenza, ma che inizia a prospettarsi di medio-lungo termine. Era nostro dovere morale assistere queste persone in situazione di emergenza, non è nostro dovere nè morale nè giuridico sostituirci alle istituzioni competenti che si sottraggono alla presa in carico di una situazione da essi provocata. Questa situazione infatti, non era nè imprevedibile nè inevitabile, in quanto direttamente consequenziale a un’azione voluta e programmata come è stato lo sgombero di via Gobetti.
Tale sgombero, giustificato con la volontà di risolvere le situazioni indecorose e inopportune che persistevano in via Gobetti, inserito nella lotta all’illegalità che sta perseguendo l’attuale giunta comunale, non ha fatto altro che creare una situazione di ulteriore precarietà e degrado.
Ci sembra inopportuno e incoerente tentare di risolvere un problema creandone un altro più grande. Questa non è un emergenza, queste persone non sono piovute da Marte, si trovano a Bologna da anni e regolarmente vengono sgomberate da una parte e indotte a spostarsi in un’altra, da cui successivamente verranno sgomberate e spostate – i.e. Borgo Panigale lungo il fiume Reno, Caserme Rosse, Ferrhotel, Galilei.
Auspichiamo che questa volta sia stata l’ultima, che la situazione di queste persone sia affrontata una volta per tutte così che si possa smettere di gridare all’emergenza ogni 6 mesi. Chiediamo inoltre alle autorità preposte che qualsiasi intervento tenga prima di tutto in considerazione ciascuna individualità coinvolta e che ognuno venga trattato come caso specifico; questo onde evitare che una possibile politica vada a considerare i soggetti destinatari come gruppo indistinto caratterizzato soltanto dall’illegalità, situazione in cui specialmente i soggetti più deboli sono lasciati alla mercè della precarietà.
Crediamo infine che l’amministrazione comunale debba essere cosciente ed assumersi la responsabilità politica degli effetti delle proprie azioni.
Sgomberi come quello di via Gobetti anzichè costituire una politica volta alla sicurezza della cittadinanza, rendono, a nostro giudizio, Bologna una città meno sicura ed alimenta situazioni di conflittualità.
Nell’attesa di una vostra pronta risposta Vi porgiamo cordiali saluti.

Associazione Harambe