Lettera aperta alle comuniste e ai comunisti

Per uscire dalle ambiguità

Ai comunisti e alle comuniste
Al Segretario Provinciale del PRC di Avellino
Al Segretario Provinciale del Pdci di Avellino
Al Portavoce della Federazione della Sinistra Irpina

Cari/e compagni/e,
in queste mesi, dopo l’uscita dell’appello sono susseguite diverse posizioni e interpretazioni. Scriviamo questa lettera per rimarcare che l’esigenza della ricostruzione del Partito Comunista, e l’apertura del cantiere in Irpinia, non è stata una scissione o un passaggio di gruppi dirigenti. Come abbiamo dichiarato più volte nelle riunioni politiche, e anche attraverso la stampa, la ricostruzione è un’esigenza storica. Quest’affermazione, nasce dalla situazione politica italiana, caratterizzata dalla frammentazione delle forze comuniste e non solo, come vedremo in avanti. La frammentazione è stata la conseguenza dell’inefficienza pratica. L’esperienza di governo in Italia, ha dimostrato che il centrosinistra (con la presenza dei comunisti divisi senza esclusione di nessuno) non si è fatto carico degli obiettivi prioritari del popolo italiano: la difesa del lavoro contro la precarietà; la difesa dei salari e delle pensioni, duramente colpiti dall’inflazione e dalle politiche economiche di tutti i governi; combattere il lavoro nero e il caporalato; l’abrogazione delle “leggi-vergogna” del centro destra; la difesa della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista, la messa a bando della guerra.

Per questo diciamo che occorre un Partito comunista rinnovato, che nasca dall’incontro tra le più omogenee forze comuniste del Paese e sia in grado di aggregare la diaspora, i compagni e le compagne che si sono allontanati dalla militanza. In Italia l’esperienza ha dimostrato che partiti privi di omogeneità, divisi in correnti, magari con una logica interna “maggioritaria”, non sono efficaci. Serve, un partito non verticistico, che recuperi il centralismo democratico, il quale supera le correnti, implica la discussione più ampia, obbliga chi dirige a fare sintesi, e quindi raccoglie il massimo dei contributi dei compagni. Ciò si lega alla necessità di un nuovo costume di partito, che consenta di ricostruire una modalità di rapporti basata sulla solidarietà tra compagni, sulla fiducia reciproca, sull’unità e la collegialità dell’azione politica. I comunisti, infine, devono proporre un modo diverso di stare nelle istituzioni.

Altro aspetto che si lega all’affermazione di esigenza storica, oltre alla frammentazione citata prima, si associano le condizioni reali del paese: debolezza strutturale del nano-capitalismo italiano. Un capitalismo reazionario e incapace di investire in innovazione e nuove tecnologie, ma vissuto di bassi salari, supersfruttamento, lavoro precariato e nero; una profonda crisi morale che mostra un intreccio tra classe dirigente e l’esistenza di nuova Loggia, con lo scopo di costruire un contropotere oscuro e malavitoso; attacco senza precedenti al mondo del lavoro. Cancellazione del contratto nazionale per imporre condizioni di lavoro di sfruttamento (taglio delle pause, aumento dei ritmi, ecc), senza dimenticare la cacciata dalle aziende delle organizzazioni sindacali, che non accettano ricatti; attacco alla scuola pubblica e all’università attraverso una riforma priva di qualunque fondamento pedagogico e culturale, ma classista, che espropria l’istruzione pubblica e di massa, diventando merce al servizio dell’impresa; attacco alla Costituzione e ai beni comuni.

Alle ”fiumare umane” che in questi mesi hanno riempito le piazze, è mancata la guida capace di trasformare la rabbia sociale in una lotta politica di cambiamento. Come ha scritto Giannini: «Perché questa fase ancora fortemente segnata dall’onda ormai lunghissima e non destinata a spegnersi in tempi brevi dell’iperliberismo e dall’attacco violento contro il movimento operaio complessivo, contro i diritti e contro la stessa democrazia borghese residua, necessita oggettivamente – sul piano sociale e storico – che rientri in campo il soggetto più conseguentemente anticapitalista e antiliberista; il soggetto che addensa in se – per scienza, filosofia di fondo, vittorie storiche e storia concreta vissuta – il progetto più razionalmente antitetico allo sfruttamento capitalistico e alle sue pulsioni distruttrici; il soggetto che più di ogni altro può battersi contro le spinte privatizzatrici provenienti dall’Unione europea e dall’attuale, “ottocentesco”, capitalismo italiano e lottare per il ritorno di un forte ruolo pubblico nell’economia. Questo soggetto è il partito comunista, che ogni comunista consapevole – ovunque collocato (nei partiti organizzati e fuori di essi) – è chiamato oggi a ricostruire e rilanciare, sia sul piano dell’accumulazione di forze militanti che su quello di un profilo politico e teorico che – a partire dal grande pensiero e dalla grande storia comunista – si forgi all’interno delle nuove e vive contraddizioni capitalistiche, all’interno di quella vera e propria fucina politica e culturale che è il vivere e il condurre la lotta di classe».

Per noi è una sfida, nessuno vuole riesumare il vecchio P.C.I “perché siamo nostalgici”. Considerando che il comunismo scientifico non è morto, per non parlare di quello italiano, che fu abbandonato da squallidi opportunisti, solo al fine di sedersi tra i salotti buoni per la spartizione del potere economico e finanziario, accettando le tesi della “fine del lavoro”, “fine della storia” e affermando il superamento della contraddizione capitale-lavoro.

Chi afferma o cerca di trovare questioni per dire che il centralismo democratico è dittatura, la nostra scelta è una scissione, e che andremo a tesserarci con il PdCI, non vuole aprire una riflessione seria e autocritica. Il problema reale non è avere una tessera, ma di considerare il partito non una tattica, bensì strategia. Il partito è strategico perché il suo scopo esistenziale è la trasformazione della società alla sua radice, nei rapporti di produzione o come diceva Alvaro Cunhal: «che nessuno abbia vergogna di essere felice, soprattutto per il fatto che la felicità dell’essere umano è uno degli obiettivi della lotta dei comunisti».

Com’è stato scritto nell’appello: “siamo consapevoli che la crisi è complessiva e che non ci sono “isole felici””. Limiti ed errori hanno segnato pure l’esperienza del PdCI, ma essi sono oggetto di un ripensamento, come nel caso della riflessione autocritica sulla partecipazione al governo della guerra contro la Yugoslavia. Il suo gruppo dirigente ritiene che non esistano oggi le condizioni ed i rapporti di forza per governare col centrosinistra e prende atto dell’involuzione reazionaria dell’Unione europea, valutando che ciò non era scontato in altre fasi. E non è privo di significato che esso non abbia ripudiato la storia del movimento comunista del ‘900, né condotto campagne ostili verso altri partiti comunisti o paesi a orientamento socialista, né abbia sostenuto il progetto della “Sinistra Europea” (che ha gravemente diviso i comunisti in Europa) e, diversamente da altri, abbia respinto l’idea di un partito organizzato in correnti. Sappiamo che il PdCI non rappresenta la soluzione della questione comunista in Italia”.

Grazie all’associazione politico-culturale Marx XXI, gli incontri/dibattiti hanno svolto un ruolo fondamentale e di discussione che ha prodotto un confronto serio, una riflessione autocritica, di cui aveva bisogno il movimento comunista in Italia e ne ha bisogno. L’apertura di una nuova fase e il fatto che il gruppo dirigente PdCI abbia assunto il progetto della ricostruzione di una nuova forza comunista unita, unitaria, ed oggi avanzi la proposta di avviare, nei prossimi mesi, una fase congressuale aperta – capace di dare vita a un vero e proprio cantiere per la “ricostruzione del partito comunista” -, significa che dovremo ancora proporre riflessioni autocritiche e con l’aiuto di compagni cha hanno abbandonato la militanza, potremo ricostruire un partito in grado di chiamarsi comunista.

Care/i compagne e compagni l’uscita del libro: “Ricostruire il partito comunista. Appunti per una discussione”, a firma di Oliviero Diliberto, Fausto Sorini, Vladimiro Giacchè, propone quella riflessione seria che da tempo è stata avviata e di cui rimane ancora molto da fare. Il libro, rappresenta l’ultima tappa per giungere al nesso della nostra storia e riprendere il nostro cammino uniti, all’insegna della vittoria del socialismo. Convinti della vostra adesione a questa nostra proposta, chiediamo di aprirla anche in Irpinia una riflessione, in previsione anche dell’appuntamento pubblico di presentazione del libro con gli autori, per interrogarci sul nostro valore storico, la nostra funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri come marxisti. Noi giovani che crediamo in questo progetto, non vogliamo riproporre le lotte interne, né schierarci contro i compagni, come se fossimo in guerra fra noi. Vogliamo ricostruire un nuovo costume e una classe dirigente che sia degna di chiamarsi comunista. Noi vogliamo cambiare il mondo e non abbiamo paura se, in un primo istante, il popolo non ci seguirà. La nostra visione va oltre. Ci sentiamo dei piccoli “colibri”*, perché la > (Antonio Gramsci). Noi cari/e compagni/e, sappiamo che il nostro compito è di >.

Con stima e affetto.

Enzo De Lucia
Mario Ferdinandi
Stefania Latessa
Francesco Iuliano
Luca Servodio

*“Durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un colibrì volava in senso contrario con una goccia d’acqua nel becco. – Cosa credi di fare? gli chiese il leone. – Vado a spegnere l’incendio rispose il volatile. – Con una goccia d’acqua? Disse il leone con un ghigno di derisione. Ed il colibrì, proseguendo il volo, rispose: – Io faccio la mia parte (storia africana)”