Lettera agli astensionisti

Mai l’area delle sinistre è arrivata alle elezioni così divisa e così poco persuasa. E mai l’inclinazione ad astenersi è stata in essa così forte.
Non per indifferenza, ma per sfiducia e collera. Tutti sanno di essere alla soglia d’un nuovo passo verso destra, l’abbattimento di quel che resta della legislazione sociale e dei diritti del lavoro, della rete di grandi beni pubblici come scuola e sanità e di quel che resta della previdenza, di una disponibilità totale alle richieste vaticane di supervisione dell’etica civile. L’Azienda Italia dichiara di voler mutare il nucleo ideale dell’Italia repubblicana, e si assegna il compito di garantire al mercato la mobilità sociale e alla Chiesa il governo delle anime. La sinistra che si astiene lo sa.
Con quale ragionamento? La coalizione di centrosinistra è debole ed è colpevole di esserlo. S’è spostata sempre più verso il centro pensando di guadagnare voti, a rischio di perdere interi settori sociali che ha lasciato indifesi o delusi, ma non ce la farà ugualmente vista la sproporzione dei mezzi. Quindi va punita con l’astensione. Questo è lo spirito comune di chi sdegna il voto il 13 maggio. Sul resto si differenziano le ipotesi. Una è che il centrosinistra merita di perdere ma la Casa della libertà non reggerà a lungo: è una coalizione elettorale che non può presentarsi in Europa come coalizione di governo, la stessa classe dominante italiana non ha interesse a identificarsi con la triade Berlusconi-Fini-Bossi, tempo due anni il crac è sicuro. La punizione può dunque essere assestata senza grandi pericoli. Una variante punta, invece che sulle contraddizioni interne, sul risveglio che non potrebbe non seguire nel paese: di fronte alle arroganze del Cavaliere vittorioso, gli italiani tornerebbero in piazza come nel 1994, accelerandone la caduta. Una terza versione, la più diffusa, è che i Democratici di sinistra, ricacciati all’opposizione, recuperebbero lo spirito vitale e si aprirebbe finalmente una discussione di linea che vedrebbe sconfitta la rincorsa al centro, e un partito di sinistra, moderato ma di sinistra, non identificabile con il progetto D’Alema-Amato, risorgerebbe dalle ceneri – ne ha perfino i quadri di riserva, Cofferati che lascia la Cgil, Bassolino manifestamente in rotta con Veltroni. Una versione più smaliziata prevede invece un calare dei toni dello scontro e, a Berlusconi vincente, una ripresa più solida del dialogo fallito alla Bicamerale, un “paese normale” amministrato fra l’opposizione del partito socialista europeo che Amato e d’Alema preparano e un Berlusconi civilizzato e capace di tener a freno Bossi; se pur non riesce a liberarsene, trovando maggioranze trasversali in formazione come una nuova Dc, isolando la Lega come il partito ds ha tagliato con Rifondazione.
Insomma non è detto che la vittoria della Casa della Libertà sarebbe una disgrazia. Una bella sberla aiuterà la sinistra a riprendersi. Molti astenuti saranno una lezione, una amara ma utile medicina.

Noi non ci asterremo. Per essere chiari voteremo Rifondazione al proporzionale e dovunque possa passare o il voto serva ad accumulare utili resti. Non la voteremo dove non potrebbe passare e metterebbe a rischio la possibilità di sconfiggere un candidato di destra: in quel caso voteremo il candidato di centro sinistra se appena sia figura moralmente accettabile. Consideriamo quella attuale una pessima legge, siamo dei proporzionalisti e attribuiamo all’ostinazione sul maggioritario, pur contro il referendum popolare, i guasti che si sono resi evidenti nella definizione delle candidature, mai centralizzate come ora fra vertici di partiti rissosi, e che a loro volta indurranno un’astensione da fastidio. Voteremo dunque con due obiettivi: dare più forza possibile a Rifondazione comunista, che non poche parti del centrosinistra vorrebbero spenta, impedire una vittoria o almeno lo sfondamento d’una vittoria di Berlusconi.
E invitiamo a fare lo stesso. Non è solo per abitudine di due vecchi comunisti, niente affatto pentiti e poco propensi a vedere tornare al governo figure e figuri sulla cui natura e destinazione l’esperienza del passato non permettono di formulare dubbi. E’ per un’analisi del presente che non condividiamo nessuno degli argomenti che avanzano gli astensionisti delusi.
Non condividiamo il giudizio di scarsa rischiosità e durata del governo Berlusconi-Bossi-Fini. Esso ha alle spalle il Fondo Monetario, l’Ocse, la Banca centrale europea, la Confindustria, cui non c’è da prevedere una risposta di una imprenditoria capace di sviluppo a rischio, di alta qualità e attenta ai valori democratici e a una certa coesione sociale. Il presidente della Confindustria D’Amato ha indicato con commendevole chiarezza i suoi obiettivi, che Berlusconi ha recepito: crollo del contratto nazionale e restituzione del rapporto di lavoro al negoziato fra impresa e singolo lavoratore – la libertà di licenziamento con la caduta del residuo vincolo dell’art.18, una flessibilità totale, il colpo decisivo al sistema pensionistico anche ai fini di dar sangue al mercato finanziario, e sullo sfondo la messa con le spalle al muro della Cgil. A questi tre elementi è affidata una “crescita” che stenta; è di questi giorni la severa correzione delle previsioni della Ue.
Nulla fa pensare che un capitale moderno e intelligente e democratico correggerebbe questa slavina: la destra liberale è un sogno di alcuni padri della Patria che ha portato già a un disastro. E del resto le scelte della leadership confindustriale, che hanno deluso gli araldi della concertazione, dimostrano quanto questo sogno sia fragile. Valgono qui anche le trasformazioni del tessuto sociale e imprenditoriale italiano, nel passaggio da un fordismo, da noi sempre di poche isole produttive, a un certo postfordismo a macchia di leopardo, da una industrializzazione incompiuta sia vecchia sia nuova a una rete produttiva senza ambizioni né mezzi che vadano oltre il profitto e subito, la detassazione e subito. Parla il Nordest, parla il Mezzogiorno, parla lo scarso spessore culturale e tecnologico d’un sistema Italia che si disalfabetizza e cui l’impresa industriale poco chiede, salvo a pochissimi, e quella del terziario ancora meno, salvo la relazionalità del saper vendere.

In questo precipitoso processo di scomposizione e ricomposizione sociale la destra ha messo le sue bandiere – egoismo, razzismo, distruzione di qualsiasi istanza pubblica – e il governo di centrosinistra le è andato dietro, senza coglierne l’elemento disgregante e tanto meno il bisogno da parte delle nuove e precarie figure sociali di trovare un’identità meno subalterna e una protezione più efficace. Non condividiamo dunque la rassicurazione, secondo la quale quel che ci attenderebbe non sarebbe più che una molle alternanza fra una coalizione e l’altra.
Ma non condividiamo neanche le ipotesi di chi vede in una sconfitta sonora del centrosinistra una frustata positiva che farebbe risorgere gli spiriti di sinistra dei ds, impressionantemente assenti dalla scena. L’esperienza ci insegna che dalla sconfitta non è mai venuta una radicalizzazione di ampio respiro, piuttosto la diaspora di un’aggregazione già sfilacciata. E’ difficile non considerare conclusa quella che eufemisticamente s’è chiamata transizione nei ds: il suo esito già si delinea nel progetto D’Alema-Amato, sulla strada di Blair e nella situazione di blocco della Cgil, messa con le spalle al muro dal padronato e dal partito di riferimento. L’ipotesi d’una “sinistra” nel quadro neoliberista e nell’accettazione della sua filosofia e qualcosa di più, guerra inclusa, non offriva altro sbocco possibile. Il rinvio di una discussione nei ds non ha rinviato la devastazione di quel partito, la sua trasformazione in comitato elettorale, l’abbassamento delle sue dialettiche interne, la sua insofferenza verso qualsiasi istanza un poco più radicale che venisse dalla società, sindacato o movimenti di base. Esso ha perduto quell’immagine simbolica che aveva tessuto nella stoffa del paese un senso comune democratico e generoso ed è risultato indebolito nella stessa coalizione. E la sua debolezza ha favorito la svolta politicista dei Verdi, e indebolito i cattolici democratici, tanto da prefigurare dopo la sconfitta molti riflussi verso una Democrazia cristiana mai morta e che, in caso di vittoria, Forza Italia annovererà fra le sue riserve.
C’è dunque ben poco da sperare in una correzione a sinistra del partito dei ds. Resta un’area di opinione disorientata, né aziendalizzata né fascistizzata ma incapace di inziativa autonoma: non è stata in grado neppure di garantire una tattica elettorale che impedisse la rottura con Rifondazione comunista e la messa in campo di espedienti indecorosi, come le liste civetta, per tentarne la distruzione.

Per questo motivo noi voteremo e nel voto privilegeremo Rifondazione, pur non facendone parte. E invitiamo a votarla, augurandone la crescita maggiore possibile come sola indicazione di netta controtendenza. Molte cose ci dividono da Rifondazione e da alcune sue scelte, ma una di fondo ci unisce: la percezione della natura dell’ondata neoliberista e delle sue conseguenze, e il tentativo di raccogliere le forze che vi si oppongono e di rielaborarne contenuti e tensioni. E’ ancora una rielaborazione debole, con elementi di chiusura, ma è risibile chiedere a Rifondazione di fare quel che altri, fra cui noi stessi, non siamo riusciti a fare, e infatti siamo sparsi e isolati: una forza politica deve raggiungere una certa massa critica per crescere anche nella proposta, nel dialogo, nell’elaborazione interna e nell’iniziativa e dialettica esterna. Non si riesce a farlo quando si è bersaglio di campagne che prediligono l’avversario, propongono la resa o la messa a morte. Chi a sinistra non vota Rifondazione perché non all’altezza delle sue esigenze e saperi, ha da chiedersi come li ha altrimenti impiegati. Alla resa dei conti, la politica ha una dura semplicità.
Pensiamo insomma che un’astensione da sinistra sarebbe possibile solo a un movimento così forte e all’altezza dei tempi e capace di egemonia, da agire nel paese sull’intero quadro politico. Ma i movimenti oggi in Italia sono pochi, stanno nel proletariato classico e nei centri e cantieri sociali – nessuno dei quali è astensionista. Per chi non è in grado di costituire un movimento è più serio aiutare chi ne offre un terreno e un simbolo, riservandosi di interloquirvi in autonomia, che concedere spazio alla destra per presunzione di autosufficienza.
Il fatto è che una ristrutturazione della sinistra e l’aggregazione d’un polo alternativo alla ormai definita linea di centro e centrodestra è irrinviabile. Essa avrà tempi e modi meno drammatici se l’Ulivo vince o se perde di misura, invece che precipitare in una rotta, che disorienterà un elettorato già scombussolato e indurrà più alla fuga che all’impegno. A questo noi dedichiamo quel che resta delle nostre forze. E non è, la nostra, una pura testimonianza, anche se di questi tempi anche testimoniare ha un significato: i trionfi del neoliberismo sono alle spalle, i suoi scricchiolii sul piano internazionale e interno si sentono. Si tratta di prendere posizione e poi “chi ha più filo tesserà più tela”.
Ci auguriamo di incontrare una vera discussione.