L’esperienza di Izquierda Unida ha lasciato solo un deserto ai comunisti spagnoli

*Solidaritè Internationale PCF

fonte: http://solidarite-internationale-pcf.over-blog.net/article-l-experience-izquierda-unida-n-a-laisse-aux-communistes-espagnols-qu-un-desert-43213061.html

Traduzione dal francese di Massimo Marcori per http://www.lernesto.it

Il bilancio del “Front de Gauche” modello Spagna. La lezione amara di un esperimento lanciato 24 anni fa, apparentemente con il vento in poppa. Una storia su cui dovrebbero riflettere a fondo i vecchi e più recenti sostenitori della costruzione, anche nel nostro paese, di un “nuovo soggetto politico” della sinistra “radicale”, in cui ai comunisti spetterebbe unicamente il ruolo di “tendenza culturale”.

9 marzo 2008, la sera dell’elezione legislativa, cala il verdetto: 3,8% per Izquierda Unida (la “Sinistra Unita”), ancora meno che nel 2004. Mentre la crisi del capitalismo tocca con forza i lavoratori e il PSOE persegue la sua deriva liberale, I.U. sprofonda.
Sostegno incondizionato allo PSOE a livello locale ma silenzio sulla politica liberale che questo conduce a livello nazionale, apparato di eletti pletorico ma assenza nei movimenti sociali, movimento “unitario” ma senza altra organizzazione da unire che il Partito comunista di Spagna (PCE) praticando una caccia alle streghe contro i comunisti: Izquierda Unida ha spinto tutte le sue contraddizioni al loro parossismo.

L’esperienza Izquierda Unida dopo 23 anni di esistenza, sembra aver fatto il suo tempo.

Al suo interno, gli “anticomunisti” guidati dall’anziano leader di IU, Gaspar Llamazares, parlano di fondare un nuovo movimento politico, “La Sinistra” o “La Nuova Sinistra” che taglierebbe definitivamente i ponti col passato comunista. I “comunisti” provano a fare uscire il PCE dalla trappola nella quale si è cacciato con IU.
Tra i due, una buona parte dell’apparato si aggrappa ai tentativi di rifondazione di IU intrapresi dal suo coordinatore generale, Cayo Lara e incoraggiata dal Partito della sinistra europea.
Il 18° congresso del PCE nel novembre 2009 ha confermato un’evoluzione verso la ripresa di autonomia ma senza cambiare in modo definitivo. I membri del PCE resteranno prigionieri di una formazione che essi stessi hanno creato, racchiusi nei calcoli politicisti, le prospettive elettoralistiche e i progetti di ricomposizione politica a rimorchio della socialdemocrazia?

Come si è giunti a questo? L’esperienza spagnola non può che attirare l’attenzione dei comunisti francesi.

In principio era l’eurocomunismo.

Alla fine della dittatura, il Partito Comunista di Spagna incarna il partito della Resistenza, esso è un partito di massa (più di 200.000 militanti nel 1977) e un partito di classe, legato organicamente al sindacato delle Commissioni Operaie (CC.OO.) il cui segretario generale è all’epoca il dirigente comunista Marcelino Camacho.
Ma è in particolare sotto l’impulso del suo segretario generale, Santiago Carrillo, che il PCE velocemente abbraccia un nuovo corso, chiaramente riformista.
Tale evoluzione si iscrive nel movimento eurocomunista, promosso dall’italiano Berlinguer e di cui Carrillo si fa il teorico con il suo libro Eurocomunismo e Stato. I partiti comunisti sono invitati a smarcarsi radicalmente dai regimi socialisti dell’Europa dell’est fino a condannarli. Carrillo li incita a partecipare in modo costruttivo alla creazione di un’altra Europa, a rinunciare alla prospettiva di rottura rivoluzionaria per fare la scelta del superamento riformista del sistema capitalistico, a privilegiare a tal fine il campo delle istituzioni, a concentrare i loro sforzi sulle scadenze elettorali e sulla lotta parlamentare, a ricercare un’egemonia su questo terreno, nella pratica, con la partecipazione agli esecutivi locali e nazionali nel quadro dell’unità della sinistra.
Questo breviario del riformismo ispirerà la linea del PCE dal 1978 al 1982, e condurrà, paradosso apparente, ad un disastro elettorale. Mentre Carrillo ha lanciato il “rinnovamento” del PCE per decollare elettoralmente, contribuisce a indebolirlo drammaticamente. Dopo aver ottenuto quasi il 10% dei voti nel 1977 e1979, il partito cade al 4% nel 1982. La sconfitta di Carrillo conduce alla sua sostituzione nel 1982 con Iglesias, il seguito delle sue derive alla sua espulsione nel 1985. Carrillo deve allora condurre il suo progetto all’esterno del PCE. Fonda un nuovo partito con una frazione del gruppo dirigente eurocomunista, il Partito dei Lavoratori di Spagna, che è una cocente delusione. La direzione del nuovo partito raggiunge in blocco il PS, ad eccezione di Carrillo, a causa del suo precedente impegno comunista.

In che modo i militanti comunisti sono stati ingannati dalla natura del progetto Izquierda Unida

Carrillo aveva intrapreso la mutazione ideologica del PCE, i suoi successori avviano la trasformazione, detto altrimenti il superamento dell’organizzazione PCE stessa.
Critici di sinistra di Carrillo (i radicali tra cui Iglesias e Anguita) e critici di destra (i rinnovatori) si ritrovano su un punto: il PCE è giunto al termine della sua storia, una nuova formazione doveva nascere dalle sue ceneri. Prendendo a pretesto il cattivo risultato del 1982 e la firma di un appello con una decina di organizzazioni per l’uscita della Spagna dalla NATO nel 1986, la direzione del PCE lancia una piattaforma unitaria di sinistra. Le organizzazioni firmatarie decidono di partecipare assieme alle elezioni legislative successive. Izquierda Unida – IU è nata.
Per calmare i timori dei militanti del PCE di veder scomparire il loro partito, la direzione del PCE sviluppa la seguente argomentazione:
– IU è presentata come un’alleanza elettorale e non come una nuova organizzazione politica. I partiti conservano la propria autonomia organizzativa. Non si presume che si riuniscano che in modo puntuale e mantengono il diritto di uscire dalla coalizione. Rafforzamento organizzativo del partito e riunificazione elettorale dietro IU non sarebbero in contraddizione.
– IU è presentata come risposta alla necessità di una dinamica unitaria. Le elezioni del 1982 hanno nutrito una pedagogia del declino: il partito sarebbe troppo debole per pesare da solo, per raccogliere voti. La dinamica unitaria si trasformerà in dinamica elettorale che permetterà di raggiungere una massa critica consentendo di orientare il centro di gravità della vita politica spagnola a sinistra. Poco importa che IU non abbia una definizione ideologica né scopo chiaro, l’importante è il movimento, andare avanti.
– L’indipendenza nei confronti del PS. IU, assicurano i suoi promotori, non sarà un’appendice del PS, né il suo appoggio a sinistra. Essa manterrà la sua autonomia, criticherà il PS a livello nazionale, quando ciò sarà necessario, rifiuterà di dipendere da esso a livello locale per conquistare posti istituzionali. Le uniche alleanze possibili saranno specifiche e basate su un contenuto.
Questo discorso rassicura, ma è già segnato dalla centralità della questione elettorale e dall’assenza totale di ogni riferimento alle lotte. Eredi in questo dell’eurocomunismo di Carrillo, i fondatori di IU incensano le loro mire istituzionali ed elettorali con una fraseologia radicale e anti PSOE.

Dalla coalizione elettorale alla creazione di una nuova organizzazione politica

Izquierda Unida è lanciata nelle elezioni del 1986, ma ottiene un cattivo risultato (4,63%). Nel 1986, Izquierda Unida è unitaria, essa può apparire radicale. Ma unita attorno ad un progetto di società chiaro e alternativo, non lo è e non lo sarà mai. Basta vedere la composizione stessa della coalizione: monarchici alternativi e repubblicani di sinistra, “marxisti-leninisti” che avevano lasciato il PCE e rinnovatori che vi sono rimasti, umanisti e socialdemocratici: Izquierda Unida è un guazzabuglio di organizzazioni gruppuscolari, tutto tranne un’organizzazione rivoluzionaria.
Nonostante il PCE rappresenti i 9/10 dei membri di Izquierda Unida, le altre organizzazioni servono da alibi alla partecipazione elettorale sotto bandiera diversa da quella del partito. L’illusione unitaria non durerà. Tra il 1987 e il 1989, quattro delle sette organizzazioni fondatrici lasciano la coalizione, temendo che questa porti danno alla loro autonomia. Esse vedono giusto, all’avvicinarsi delle legislative del 1989, Izquierda Unida è trasformata in “un movimento politico e sociale” e assomma l’insieme delle competenze politiche ed elettorali, di fatto tutte le competenze dei partiti fondatori. Un’organizzazione politica parallela al PCE è così creata. IU non ha già più nulla di una semplice coalizione elettorale.

Un motore esclusivamente elettorale e istituzionale

E il risultato elettorale ottenuto da IU spegne ogni contestazione in seno al PCE: più del 9,07% nel 1989 e 17 seggi, 9,55% nel 1993 e 18 seggi e infine 10,54% e 21 seggi nel 1996. Intanto il partito realizza un risultato storico alle europee del 1994 con il 13,44% dei voti.
Izquierda Unida è al suo apogeo, ma il suo successo, puramente elettorale, è dovuto – oltre all’attrattiva per il nuovo e l’illusione unitaria, alla congiunzione di due fattori congiunturali eccezionali: il livello della collera contro il governo social-liberale di Felipe Gonzalez e la personalità carismatica del leader di IU, Julio Anguita. Il sindaco di Cordoba parla bene e non ha peli sulla lingua, pesta contro i socialisti e sa adottare un linguaggio di lotta. Diventa così, all’epoca, la personalità politica preferita dagli spagnoli.
Su un punto, Anguita è inflessibile: l’indipendenza nei confronti del PS. IU non conquisterà nessuna municipalità se questo deve dipendere dal PS, essa non nasconderà la sua opposizione. Anguita riprende la teoria italiana del “sorpasso”. Secondo lui, esisterebbero due sinistre in Spagna: una socialdemocratica e riformista, l’altra radicale e rivoluzionaria. La dinamica di schieramenti anticapitalista condotto da IU permette di prendere in considerazione lo scavalcamento elettorale (sorpasso) della sinistra socialdemocratica da parte della sinistra radicale. Una volta che la sinistra radicale avrà preso la leadership della sinistra spagnola, essa imporrà il suo programma e le sue idee all’insieme della sinistra.
Ma quale programma di IU, quali idee? Uniti attorno al più piccolo denominatore comune ideologico (la sinistra) e galvanizzati da una prospettiva elettoralista e istituzionale (il sorpasso): IU non è né la sinistra radicale né la sinistra rivoluzionaria descritta da Anguita.

Un castello costruito sulla sabbia: demolizione dell’organizzazione del PCE e esaurimento della dinamica elettorale

Questa “età dell’oro” di Izquierda Unida nasconde la realtà più preoccupante. IU rompe il legame tra i comunisti e il movimento operaio e l’organizzazione comunista avvia la sua decomposizione.
I dirigenti comunisti storici sono emarginati dal sindacato delle CC.OO. e sono sostituiti da nuove teste apolitiche (riformisti). L’organizzazione del PCE scompare dalle imprese mentre gli effettivi del partito crollano (appena più di 50.000 militanti alla fine degli anni ’80). Destrutturando il PCE, IU scalza paradossalmente, le basi del suo successo. Il regresso del PCE, unica formazione di massa alla fondazione di IU, unica formazione restante all’inizio degli anni 2000, non può che condurre all’indebolimento elettorale di IU. IU si rivelerà essere un castello costruito sulla sabbia.
Anguita ha scientemente demolito l’organizzazione del PCE per meglio poter liquidare un partito che ostacolava il suo sogno di un nuovo movimento radicale e anticapitalista? Niente è meno sicuro diranno i suoi sostenitori. Tuttavia, nel 1994, è accertato che Anguita aveva preparato un discorso che annunciava la dissoluzione del PCE davanti ai militanti riuniti alla festa del PCE. Solo le reticenze espresse da una parte della direzione di IU e del PCE, temendo una rivolta della base, l’ha costretto a fare marcia indietro. Nello stesso tempo, l’opposizione manifesta di Anguita alle posizioni liquidatrici espresse dalla corrente Nuova Sinistra, i cui leaders raggiungeranno nel 1997 il PSOE, gli danno la legittimità di dirigente “comunista” di Izquierda Unida.
Nel periodo successivo, il re è nudo di fronte alla ripresa del PSOE e al rivolgimento dei media. Il PS si rifà una verginità politica all’opposizione a partire dal 1996 mentre i media accusano Anguita, con la sua retorica anti PSOE, di aver facilitato l’arrivo al potere di Aznar e del Partito Popolare. E’ la teoria della “pinza”, Gonzalez, il socialista, preso nella tenaglia di Anguita, il radicale di sinistra, e di Aznar, l’uomo di destra.
Izquierda unida non si riprenderà. Alle europee del 1999, il risultato è diviso per tre in confronto al 1994 (5,77%). Alle legislative del 2000, il risultato è catastrofico (5,45%). Indebolito anche da problemi di salute ricorrenti, Anguita cede la mano su una costante sconfitta. Egli lascia al suo successore, Gaspar Llamazares, il compito di ridefinire la strategia di IU.

Il ciclo è chiuso

L’illusione del “sorpasso” è svanita: IU non farà più concorrenza al PSOE sul suo terreno elettorale. Successo elettorale in fumo, PCE in rovina: IU non sopravvive che per il suo apparato di eletti, in pericolo. Di colpo Llamazares opera, logicamente, una svolta di 180 gradi. IU è strutturalmente condotta a schierarsi incondizionatamente dietro al PSOE: sostegno alle politiche social-liberali del governo Zapatero fin dal 2004, partecipazione agli esecutivi locali socialisti al fine di consolidare le sue posizioni istituzionali. Nello stesso tempo, Llamazares contrae alleanze regionali contro natura con formazioni ecologico-nazionaliste in Catalogna e nelle Asturie, sprofondato in calcoli opportunistici.
Il ciclo è chiuso, il discorso presentato ai militanti del PCE nel 1986 è contraddetto punto per punto. La dinamica è ansimante da lungo tempo. Di unità non c’è più traccia dopo la partenza di tutti i gruppi e gruppuscoli opportunisti (il PASOC e Sinistra Repubblicana lasciano IU nel 2001 e 2002). La coalizione elettorale è divenuta partito politico soppiantando il PCE. Infine, la concezione di IU si è rivelata condurre dall’indipendenza proclamata nei confronti del PSOE alla sottomissione incondizionata.
Questa ultima svolta non fa che screditare ulteriormente IU che cala ancora nel 2004 (4,96%) e nel 2008 (3,77%). Llamazares già indebolito dopo le “primarie” del 2007 dove non realizza che il 62% dei voti nei confronti della segretaria del Partito Comunista del Paese Valenciano, Marga Sanz, è rovesciato in occasione dell’Assemblea Federale del 2008 in cui la linea “Rafforziamo il Partito Comunista di Spagna” si afferma con il 44%. Cayo Lara che si inserisce piuttosto nel solco storico di Julio Anguita succede a colui che veniva percepito dai comunisti come un liquidatore e un anticomunista.
Ma questo cambiamento è ancora ben lontano dal segnare il “rafforzamento del PCE” tanto il bilancio è senza appello: 22 anni di IU hanno lasciato un deserto.

Come rafforzare il PCE nel deserto lasciato da IU?

Perché il PCE è, all’inizio degli anni 2000, più debole che mai. Appena 10.000 iscritti in tutto il paese (12.000 oggi), di cui la metà in Andalusia dove l’organizzazione ha sofferto meno grazie al mantenimento di una linea comunista.
IU ha tagliato il PCE dalle lotte sociali e dai luoghi di lavoro. Esempio estremo, i militanti comunisti non potevano neanche più partecipare alle manifestazioni con la bandiera del PCE pena l’esclusione. Il groviglio delle due organizzazioni parallele – PCE e IU ¬– ha creato situazioni inestricabili e strampalate, nocendo in ogni caso alla vitalità del partito comunista. In alcune regioni (Asturie e Castiglia-Leon ad esempio), le federazioni di IU sono giunte ad espellere le federazioni comuniste che esse stesse avevano creato!
Al XVII° Congresso del PCE, la direzione del partito prendeva atto della deriva socialdemocratica di IU e tirava il bilancio degli errori commessi in nome dell’unità. Il Partito ha portato il suo appoggio alle federazioni comuniste maltrattate dagli apparati di IU, annuncia il recupero dell’insieme delle competenze del PCE, ad eccezione delle elezioni. Un processo di ricostruzione del PCE è intrapreso.
Dopo il 2005, il PCE tenta di insediarsi di nuovo nelle imprese, sostiene e partecipa alle lotte dei lavoratori. Il lavoro svolto in alcune regioni (Andalusia, Paese Valenciano, Castiglia-Leon ecc.) porta i suoi frutti in termine di crescita degli effettivi militanti e di rivitalizzazione delle organizzazioni di base.
Il XVIII° Congresso che si è svolto nel novembre 2009 ha confermato questo orientamento ma sempre senza suonare l’ora dell’uscita da Izquierda Unida.
Ma finalmente il dibattito è aperto, condotto soprattutto da molti membri della direzione nazionale del PCE e dal giornale La Republica. Per quanto sia difficile, il bilancio di ventitre anni di demolizione dell’organizzazione comuniste comincia ad essere tratto. Vecchi compagni ritornano. La rottura con IU, e non la trasformazione di IU, la priorità assoluta da accordare alle lotte e al rafforzamento dell’organizzazione appaiono sempre più come delle necessità.
Oggi, mentre il modello liberale spagnolo, promosso dai governi socialisti e conservatori successivi, è in crisi e la rabbia dei lavoratori spagnoli sale di fronte alla massiccia disoccupazione, alla gelata salariale, alla rottura delle acquisizioni sociali, alla precarizzazione del lavoro, il movimento sociale è al livello più basso e la pace sociale è paradossalmente assicurata dai due sindacati, il socialista UGT, e il vecchio sindacato comunista passato nelle mani dei riformisti, le CC.OO.
I militanti del PCE tirano fuori le loro bandiere dalle tasche, riprendono il terreno delle lotte, riappaiono alle porte delle imprese. La direzione del PCE ha lanciato la campagna di massa “Perché i lavoratori non paghino la crisi” che ha permesso al partito di riannodare con il campo rivendicativo.
Esso ha organizzato una manifestazione nazionale a Madrid lo scorso 12 dicembre. I comunisti ci sono sempre, ma hanno perso 23 anni. Lo stato del movimento operaio e della lotta di classe in Spagna ne risentono duramente
Tutto questo nel nome di “Izquierda Unida” superando non il capitalismo, ma la lotta di classe e il partito comunista.