L’esempio francese. L’occasione americana

La storia dell’immigrazione nel mondo moderno è ormai una storia lunga e che tende a ripetersi. Le persone emigrano, legalmente o illegalmente, per ragioni ovvie. Le due principali sono il miglioramento economico e la fuga dalla persecuzione. Le persone emigrano dove possono, e dove le prospettive economiche e politiche per loro sono migliori. Si tratta di un importantissimo processo mondiale, specialmente se si aggiungono le migrazioni da aree rurali ad aree urbane all’interno di uno stesso stato.
I paesi/aree destinatari sono sempre stati ambivalenti verso questi immigrati. Da una parte possono soddisfare necessità di forza lavoro aggiuntiva, a un livello relativamente non qualificato o in particolari nicchie qualificate. D’altra parte, gli immigrati introducono abitudini culturali diverse da quelli dell’area in cui emigrano, e a volte sono restii a rinunciarvi.

Così, abbastanza spesso nei luoghi di destinazione si registra una reazione negativa. Gli immigrati sono accusati di molti peccati. Alcuni sono economici, come sottrarre posti di lavoro alle popolazioni autoctone oppure far diminuire i livelli retributivi. Alcuni sono sociali, come dedicarsi a pratiche culturali viste come abominevoli dai “nativi”. Fino ad accusarli di far accrescere il livello di criminalità.

Quando la situazione mondiale o locale è in genere di accresciuta disoccupazione per via della stagnazione dell’economia mondiale, allora i presunti peccati diventano più un problema pubblico. C’è una pressione popolare (o populista) perché si approvino leggi che limitino in qualche modo l’ingresso all’area/paese, criminalizzeranno l’immigrazione illegale, e in qualche modo espelleranno gli immigrati (o una loro gran parte).

E’ quanto sta accadendo adesso negli Stati Uniti, ma non solo negli Stati Uniti. Questa reazione è stata un fenomeno politico in buona parte dell’Europa, ed anche in altre aree di destinazione nel resto del mondo, come per esempio il Sudafrica. Quando accade, come ora negli Stati Uniti, le due parti contrapposte sono facili da distinguere.

Chi è a favore di una rigorosa azione dello Stato contro gli immigranti (e non solo contro gli immigranti illegali). Si esprime con un linguaggio xenofobo e trova sostegno su un generalizzato senso di insicurezza economica e sociale tra le classi medie e fra i lavoratori. Questo gruppo tende a favorire l’erezione di muri ed espulsioni di vario genere. Di solito è localizzato in forze politiche tendenzialmente conservatrici ma attrae anche alcuni gruppi che normalmente appoggiano partiti tendenzialmente a sinistra.

Chi contrasta una rigorosa azione dello Stato in realtà è diviso in due gruppi piuttosto diversi. Ci sono le élite economiche che accolgono con piacere gli immigranti nella convinzione che ciò permetta loro di mantenere bassi i salari. E fino a un certo punto hanno ragione.

Vogliono che gli immigranti abbiano il diritto di entrare e lavorare. Ma non sono ansiosi che gli immigranti abbiano i diritti politici, che permetterebbero loro di lottare per remunerazioni più alte. Il secondo gruppo è totalmente opposto. E’ composto dai gruppi e associazioni che si occupano di migrazione, coloocati a sinistra, che sono favorevoli all’aumento, non alla diminuzione, dei diritti sociali e politici per gli immigrati.
Come ho detto questa è una vecchia storia nel mondo moderno. Quello che oggi potrebbe essere diverso è che assistiamo all’inizio di una reazione alla reazione. In Francia, lo scorso novembre, c’è stata un’importante “ribellione dei sottoproletari” – giovani nei ghetti che insorgono per chiedere il loro posto al sole. La ribellione, mentre ha scosso il governo, che ha potuto contenerla solo dopo un mese di sforzi, non ha suscitato un vasto appoggio fra la sinistra francese, che la ha osservata ma non vi ha aderito.

Negli Stati Uniti, l’approvazione di una legislazione molto repressiva ad opera della Camera dei rappresentanti ha provocato la più grande dimostrazione che si sia mai verificata su questo problema. Mezzo milione di latinoamericani ha marciato a Los Angeles (e numeri minori in altre città) per protesta. Finora, la sinistra statunitense ha osservato ma non ha aderito.

Ma poi, guardate cos’è successo in Francia nel marzo di quest’anno. Il governo ha introdotto senza consultare nessuno una misura che adotta il cosiddetto Contrat Première Embauche (Cpe o “Contratto di prima occupazione”), che autorizza le imprese ad assumere giovani con meno di 26 anni e permette loro di licenziarli senza giustificazioni entro i primi due anni di lavoro. Questo ha creato un’importante eccezione al droit du travail (diritto al lavoro), una delle maggiori conquiste dei lavoratori francesi negli anni successivi al 1945. Dal punto di vista del governo, questa era, in parte, una risposta alla rivolta di novembre, che elencava fra le sue ragioni l’alto tasso di disoccupazione giovanile nelle periferie. Ma, naturalmente, rendere più flessibile il droit du travail è da molto tempo una delle primarie richieste della Confindustria francese (Medef). Questa legge è stata vista da loro (come alcuni hanno pubblicamente riconosciuto) come il primo passo per la completa eliminazione delle garanzie occupazionali in genere.

Appena il Cpe è stato adottato, c’è stata un’importantissima reazione – dagli studenti, dai sindacati, e, sì, dai ghetti. Le dimostrazioni pubbliche sono state massicce.

Ciò che è veramente importante di quanto è accaduto in Francia è che una reazione relativa ai diritti e alle opportunità economiche degli immigranti si è allargata a una reazione al neoliberalismo e al suo impatto sul complesso della popolazione. Questo significa che il problema che riguarda principalmente una minoranza della popolazione è stato trasformato in un problema che riguarda la maggioranza della popolazione. Quel che è accaduto in Francia potrebbe ben accadere negli Stati Uniti.