L’eredità velenosa di George Bush

Noi dobbiamo distinguere tra il tramonto di Bush e la politica degli Stati uniti. Abbiamo letto i commenti americani e non americani al suo penultimo discorso sullo «Stato dell’Unione» e sono quasi tutti critici: da destra, perché non ha fatto più tanto il bullo; da sinistra, perché non si è cosparso il capo di cenere per il disastro iracheno. Intanto, però, il big business ha il fiato sospeso in attesa che il parlamento di Baghdad, messo in piedi con tanti sforzi, vari la legge che darà democraticamente il controllo sul petrolio iracheno alle compagnie straniere.
La legge tapperebbe la bocca ai critici e il peso dei soldati morti e il costo dell’avventura bellica quasi si dissolverebbero dinanzi al sospirato obiettivo di una maggiore autonomia dal petrolio saudita. E Bush verrebbe perdonato per quello che non è stato capace di fare presto e bene in Medio Oriente e sostenuto per quello che ha fatto in politica interna e in politica estera.
In politica interna ha approvato con entusiasmo la costruzione delle basi legali per una gestione conservatrice della società, mai nel passato così compiutamente realizzata. Dai giudici scelti per la Corte Suprema al controllo tecnologico sul comportamento quotidiano del singolo, in soli sei anni è stata spazzata via la secolare mitologia sulle libertà infinite del cittadino americano.
In politica estera i risultati concreti si sono avuti soprattutto in Europa sul terreno mai abbandonato della guerra fredda. L’ultimo successo è il benestare di Praga e Budapest all’installazione di rampe di missilli-scudo stellare. In teoria saranno installate a difesa dagli «stati canaglia» sostenitori del terrorismo, in realtà sembrano piuttosto l’ultima risposta alle pretese della Russia di Putin di tornare a muoversi sulla scena internazionale come grande potenza.
Sono pretese, quelle di Putin, che sono contrastate con l’aiuto in primo luogo di paesi come la Polonia e i Paesi Baltici, cavallo di Troia made in Usa dentro l’Unione Europea. E in secondo luogo con strategie di delegittimazione (e di covert action) nei confronti del governo russo, proprio come negli anni dell’Urss. Dopo tutto la Russia – ex Urss – rimane la sola potenza nucleare che s’immagina stia direttamente o indirettamente dietro le pretese nucleari dell’Iran e della Cina. Una potenza che sta risorgendo politicamente ed economicamente dopo che per tutti gli anni novanta, nell’epoca Clinton, ci si era convinti fosse stata azzerata per sempre. Sembrava fosse divenuta semplice terra di saccheggio del capitalismo finanziario sovranazionale. E invece oggi sulla scena internazionale è quasi un ago della bilancia tra i paesi europei che dipendono dal suo gas e dal suo petrolio e le nuove potenze che aspirano alla sua tecnologia nucleare.
Le strategie Usa verso il Pakistan, l’India, l’Egitto, il solito Giappone sono in chiave anti-Russia e anti-Cina: con la differenza che mentre Putin può essere messo in difficoltà grazie alla Polonia e anche all’Unione europea, la Cina è in grado di ricattare il Tesoro Usa con la valanga di dollari depositati. Il quadro delle relazioni internazionali non è stato mai così chiaro e la mancanza di ipocrisie diplomatiche si deve a Bush, alla sua divisione del mondo in amici e nemici dell’America, in complici e avversari, fedeli e infedeli. Anche la questione della base di Vicenza, una piccolissima questione, è stata affrontata così: «siete amici o nemici dell’America?». E chi ha il coraggio di resistere al ricatto dell’aut-aut? Non un paese europeo, purtroppo.
Solo chi entrerà alla Casa bianca dopo Bush avrà il potere di cambiare stile. Almeno quello.