Leningrado, i 900 giorni resistenti di una cittadinanza intera

La città sovietica nella morsa nazista. L’assedio più lungo di tutti i tempi, dall’agosto 1941 al gennaio 1944, nella ricostruzione del premio Pulitzer Harrison Salisbury

«Finalmente, con il 21, solstizio d’estate, comparve il sole e all’improvviso un limpido cielo azzurro salutò la città. E per tradizione il solstizio d’estate era una giornata speciale: il giorno più lungo dell’anno, un giorno che non aveva fine, la più bianca delle “notti bianche”, quando a mezzanotte è appena il crepuscolo e la notte non scende mai».

Fu l’ultima notte bianca di Leningrado, quel 21 giugno 1941, un sabato. La catastrofe stava per piombare sulla splendente città di Pushkin, la capitale della vita creativa russa, la culla della rivoluzione, nata lì allo Smonly, dove Lenin improvvisamente rientrato aveva lanciato il proclama “Tutto il potere ai soviet”.

La catastrofe si presenta con il volto terrificante dei carri armati e dei bombardieri nazisti. Le due armate al comando del feldmaresciallo Ritter von Leeb, il vincitore della linea Maginot, sono infatti alle porte, avanza una valanga di ferro e fuoco che si concretizza in 43 divisioni, di cui tre corazzate, 750mila uomini, 1.500 carri armati, 12.000 pezzi d’artiglieria, 1.200 aerei. In sostanza contro l’ex capitale degli Zar è scagliato il 30 per cento delle forze che Hitler aveva destinato all’intera Operazione Barbarossa (come era denominato, nei piani nazisti, l’assalto all’Urss). E Leningrado, secondo gli ordini dello stesso Hitler, doveva essere conquistata con un blitz, praticamente in quattro settimane, data prefissata il 21 luglio.

Di lì a poco sarebbe iniziato l’assedio più lungo di tutti i tempi, dall’agosto 1941 al gennaio 1944, i 900 giorni dell’epopea di Leningrado, l’inferno nel quale sarebbe perito un milione di persone, quasi la metà della popolazione. L’epopea di una città che i nazisti non sono riusciti a prendere. A questa gigantesca, tragica lotta Harrison Salisbury, il giornalista americano premio Pulitzer, ha dedicato un libro di 600 pagine (“I 900 giorni”, Il Saggiatore), dedicato semplicemente alla popolazione di Leningrado, un omaggio commosso alla resistenza e all’eroismo di “Piter” (così come gli abitanti familiarmente la chiamano). Il libro è quello di un autore che vede la vicenda con occhi “americani” e non è esente dal pregiudizio anticomunista. Ma la forza dei fatti è tale, che Salisbury ne è suo malgrado travolto; e le sue finiscono per essere pagine traboccanti di ammirazione e di verità, sorrette da una scrittura emozionata e da una ricerca sul campo che è durata più di vent’anni. Una narrazione drammatica che segue la vicenda di Leningrado giorno per giorno, con palpitante partecipazione. Come in un kolossal di amore e morte, il libro racconta l’intero assedio, la difesa all’ultimo sangue dell’Armata Rossa e delle centinaia di migliaia di volontari, la enorme pressione delle divisione tedesche, il coraggio e l’abnegazione, la carestia e le morti di fame e freddo, le disperate strategie per spezzare la morsa e tenere aperta l’unica via per i rifornimenti, attraverso la strada gelata del lago Ladoga. E racconta il giorno meraviglioso e terrificante che vide i nazisti disfatti e la città in salvo.

«Tutte le speranze di tenere la linea della Luga, lunga circa trecento chilometri, risiedevano nei Volontari del Popolo – scrive Salisbury, nel capitolo drammaticamente intitolato “L’Armata rossa si ritira” – Entro il 6 luglio avevano risposto all’appello in centomila. Il 7 luglio, il totale era salito a 160mila, di cui 32mila donne, oltre a 20mila membri del Partito e 18mila ragazzi della Gioventù Comunista».

Scrittori, poeti, professori, attori, tutta l’intellighentia della città risponde all’appello, compreso il direttore dell’Hermitage Orbeli, che ha già provveduto a far portare via oltre mezzo milione di oggetti e quadri tra i più preziosi al mondo. La Biblioteca Pubblica ha fatto sfollare 360mila dei suoi volumi più rari (su 9 milioni di libri). L’Università fornì ben 7 battaglioni. Entro il 1 ottobre erano mobilitate 431mila persone. «Tra i volontari c’era anche il compositore Dmitri Sciostakovic. Nella domanda di ammissione scrisse: «Finora ho conosciuto soltanto un lavoro pacifico. Ora sono pronto a imbracciare le armi». Bambini, anziani, famiglie intere sono evacuate a migliaia giorno per giorno, non meno di mezzo milione; drastici razionamenti di generi alimentari sono una delle prime misure che si rendono indispensabili per riuscire a sopravvivere.

Ma non c’erano ordini, né eroismo, né spargimento di sangue che potessero fermare i panzer nazisti, scrive Salisbury. Dopo una sanguinosa resistenza, è crollata la linea della Luga, quella che gli stessi tedeschi, per le gravi perdite subite, hanno ribattezzato la “strada della morte”, ora «il cuore della difesa di Leningrado è Smonly, il grande complesso sulla Neva, a un paio di chilometri appena dal Palazzo d’Inverno, sede del Partito dai tempi di Lenin». E Radio Berlino annuncia: «Mancano poche ore soltanto alla caduta di Leningrado, la roccaforte sovietica sul mare Baltico».

Quella caduta non avvenne. A un prezzo spaventoso. Lasciamo la parola ancora a Salisbury. I tedeschi continuano ad avanzare. La loro artiglieria a lunga gittata spara sulla città, un proiettile cade su Smonly.

L’8 settembre, 27 Junker si presentarono a mezzanotte nel cielo di Piter e sganciarono 6.825 bombe incendiarono, poi «una seconda ondata di bombardieri sganciò 48 bombe ad alto potenziale esplosivo da 250 a 500 chilogrammi». Colpiti e completamente distrutti i magazzini Badaiev, i più grandi della città. «Tutti sapevano che lì erano riposti il grano, lo zucchero, la carne, il lardo e il burro destinati ai consumi contadini. Ora erano andati tutti perduti».

Un pauroso tuffo verso la morte per fame. Intanto l’anello di ferro hitleriano si è saldato, «in effetti le truppe naziste stavano accerchiando Sc’lisselburg e saldando il cerchio già nelle ore in cui i magazzini Badaiev si erano dissolti in un mare di fiamme».

Le scorte di farina sono disponibili per 14 giorni, quelle di carne per 18, nessuna via di rifornimento resta aperta. Leningrado la splendida, comincia a morire. Nello stesso settembre, subì 23 grosse incursioni aeree e 250 cannoneggiamenti, in un solo giorno attaccarono 200 aerei.

Cominciavano i 900 giorni. Hitler ha ordinato lo sterminio di Leningrado, segretamente ha chiesto di respingere la resa della città, la popolazione deve morire. I tedeschi possono ormai penetrare da sud, i battaglioni Operai sono sulle barricate, tutta la città è in allarme, tutti i membri del partito, tutti gli attivisti non iscritti sono ai posti di combattimento; tutti i ponti sono minati, si scavano trincee.

I tedeschi non riuscirono mai a penetrarvi.

Il primo morto di fame è del 1 ottobre. «I bambini e chi non lavorava ricevevano un terzo di una pagnotta scadente al giorno… Fame e freddo avevano cominciato a imporre il loro duro dominio. Piovevano bombe e proiettili. I tedeschi sperimentarono su Leningrado i più grossi cannoni d’Europa.

L’inverno più lungo era cominciato, per rifornire Leningrado tagliata fuori da ogni comunicazione, si tenta di aprire un varco sulla Neva gelata. «Nel buio delle prime ore del mattino, il convoglio raggiunge la sponda di Leningrado; erano così giunte in città le prime tonnellate di viveri via ghiaccio. Era stata aperta l’Autostrada Militare n.101, la Strada della Vita. Era l’ottantatreesimo giorno dell’assedio».

Sulla strada di ghiaccio, l’unica via di salvezza per la città prigioniera, si compiono sforzi inenarrabili, ma i rifornimenti che riescono a pervenire sono una goccia. Il 39° capitolo del libro si intitola “La città della morte”. «Mai nella storia del mondo si è dato un esempio di tragedia pari a quella di Leningrado affamata». L’ultima centrale idroelettrica cessò di funzionare, il riscaldamento nelle case fu sospeso.

Secondo i calcoli ufficiali, morirono di fame tra gennaio e febbraio quasi 200mila persone. «La città era piena di cadaveri. Giacevano a migliaia per le strade, nel ghiaccio, nella neve, nei cortili, nelle cantine.

Il 15 aprile era il duecentoquarantottesimo giorno dell’assedio. La città era sopravvissuta. «Ma il prezzo pagato non aveva l’eguale in tempi moderni». La cifra ufficiale del governo sovietico è di 632mila 253 persone morte di fame nella sola città di Leningrado. Altre stime indicano non meno di 800mila decessi.

Poi la morsa d’acciaio fu spezzata. L’Operazione Iskra era pronta, dopo quattro tentativi falliti di porre fine all’assedio.

«L’offensiva iniziò alle nove e mezza del mattino del 12 gennaio. Più di 4.500 cannoni aprirono il fuoco contro i tedeschi. Lo sbarramento durò due ore e venti minuti sul fronte di Leningrado, un’ora e quarantacinque minuti su quello di Volchov. Il rombo infernale dei lanciarazzi a canne multiple, le Katijuscie, faceva tremare la terra coperta di ghiaccio».

Il 18 gennaio, poco prima delle undici di sera, l’annunciatore numero uno di Radio Mosca lesse il comunicato tanto atteso: il blocco di Leningrado è finito. «Questa notte tra il 18 e il 19 gennaio, con la neve illuminata dalla luna – disse Vera Inber, cronista di Radio Leningrado – non svanirà mai dal ricordo di chi l’ha vissuta. Tra noi ci sono giovani e vecchi. Tutti conosceremo la felicità e il dolore della vita. Ma questa felicità, la felicità di Leningrado liberata, non la scorderemo mai».

Ancora 15 giorni di guerra e martirio. Ma il giorno 27 gennaio sulle acque della Neva «rombò una pioggia di frecce d’oro, un fiume di razzi rossi, bianchi e blu. Erano i 324 cannoni che sparavano a salve per annunciare la liberazione di Leningrado».