L’Eni in Iraq, affari sporchi di sangue

Mozione di Rifondazione comunista al Senato: ritirare le truppe e no all’archiviazione del caso Calipari

Con ogni probabilità l’Iraq è in assoluto il primo paese al mondo per riserve petrolifere, accrescendo gli appetiti di sempre dei paesi industrializzati. L’italiana Eni, che nel 1998 ha avviato un accordo con il regime di Saddam Hussein per lo sfruttamento dei giacimenti di Nassiriya e Halsaya, ha tentato in seguito un riposizionamento per concordare con il governatore Usa Bremer il perfezionamento di quell’accordo, dopo l’occupazione militare anglo-americana e grazie all’invio delle truppe italiane guardacaso proprio a Nassiriya.
Ma dei sette contratti formalizzati per la gestione del settore petrolifero, come risulta da un documento del ministero delle Attività produttive del 5 aprile 2004, cinque sono andati agli americani e due ai britannici. Senza contare che la pacificazione della provincia irachena amministrata dall’Italia, è lungi dall’essere realizzata, nonostante che, dopo la battaglia dei ponti in cui, con un’azione di guerra esplicita, i carabinieri hanno ammazzato decine di iracheni innocenti, una tregua sia stata concordata con gli uomini di Moqtada Al Sadr.

L’esercito americano, infatti, interviene militarmente nella zona dove sventola il tricolore, incurante degli equilibri ricercate dai comandi italiani, e la messa in funzione degli impianti è ostacolata da ragioni di sicurezza. Alle numerose interpellanze di Rifondazione comunista lo scorso anno, contemporanee alla data dei documenti oggi scoperti, il governo rispose con delle volgari menzogne, negando persino qualsiasi interesse dell’Eni in zona e qualunque relazione tra la scelta di Nassiriya per lo stanziamento dei carabinieri e i giacimenti lì esistenti.

Il servizio di Sigfrido Ranucci per RaiNews24, frutto del lavoro di mesi per recuperare materiali e testimonianze di cui eravamo a conoscenza, ma di cui era difficile entrare in possesso, restituisce la verità sulle ragioni dell’impiego dei militari italiani in Iraq. E le successive smentite del governo non convincono giustamente nessuno.

Ciò aggiunge ancora più ragioni alla richiesta di ritiro immediato del nostro contingente militare dall’Iraq, ma non assolve affatto chi pensa – magari con un altro governo – ad “affari puliti”, partecipando al saccheggio economico di quel paese senza avere direttamente le mani sporche di sangue. Quelle risorse energetiche, sarà bene ricordarlo, appartengono al popolo iracheno, così come le decisioni sul modello economico da instaurare: l’esatto contrario di ciò che la “progressista” amministrazione di Barbara Contini ha realizzato nella provincia di Nassiriya, con la privatizzazione delle aziende pubbliche per garantirne l’acquisizione a multinazionali straniere.

Un serio lavoro parlamentare e di inchiesta diretta sul terreno è oggi in condizione di disvelare anche altre bugie connesse alla guerra. La battaglia dei ponti è stata tutt’altro che “difensiva”, ma un’azione di attacco vero e proprio e chi ha ammazzato quei civili deve essere condannato come criminale di guerra.

Le munizioni all’uranio impoverito sono presenti nel nostro territorio e prendono quotidianamente la strada per Nassiriya, causando disastri tra la popolazione civile e vittime tra gli stessi militari: il ministro Martino può essere sbugiardato.

Le testate atomiche sono presenti nei nostri porti e aeroporti sotto stretto controllo americano, mentre le basi, come Sigonella, vengono potenziate senza contrasto; è giunta l’ora di farla finita con trattati atlantici più o meno segreti, che impediscono di esercitare un minimo di sovranità nazionale.

L’assassinio di Nicola Calipari non può essere archiviato, come decretato dagli Usa; ma, per evitarlo, bisogna risalire al contrasto tra la linea della trattativa, obbligatoria per l’Italia, e linea della fermezza, imposta in Iraq dall’ambasciatore John Negroponte: solo così la magistratura italiana potrà tentare di sollevare la pietra tombale con cui il governo Berlusconi ha voluto seppellire, oltre all’agente del Sismi, anche la verità. Questo è, in nuce, anche un programma di azione per il movimento che si riunisce oggi in assemblea a Roma e un avvertimento per chi si candida a governare questo paese in futuro.

Su questi temi, il Prc al Senato ha presentato una mozione, sottoscritta anche da altre forze della sinistra, cercando di rompere il tentativo del governo di bloccare qualsiasi voto parlamentare sulla guerra, sulle basi e sull’inchiesta Calipari.