Leipold, cattivo maestro

Alessandro Leipold (occhialini da studioso e abbigliamento da economista) non è un nome conosciuto dal grande pubblico, ma è lo stesso una persona importante: è il responsabile del Fondo monetario internazionale per l’Italia. Domenica Leipold ha mandato un massaggio chiaro al governo Prodi: «servono misure per risanare i conti pubblici e rilanciare la crescita». Poi ha aggiunto: «i mercati attendono un segnale: prima si fanno le cose, meglio è». Per il bene dell’Italia, Prodi non deve assolutamente dargli retta. Per un paio di buoni motivi.
Il primo è che il Fondo (ma vale anche la Banca mondiale) è un organismo screditato che negli ultimi anni ha fatto un mare di guai. In vari paesi asiatici, in Brasile, ma soprattutto in Argentina dove il Fmi andrebbe processato assieme a Menem e a Domingo Cavallo. La ricetta del fondo è come l’Aspirina: buona per tutte le occasioni, anche se le situazioni economiche non sono mai uguali. Da Washington chiedono sempre e comunque privatizzazioni, tagli al welfare state, flessibilità del lavoro e ovviamente, moderazione salariale. Solo in questo modo, ci dicono, i conti pubblici possono essere risanati e il paese interessato può attirare capitali dall’estero. Con questa ricette l’Argentina era stata trascinata nel baratro e solo aver capovolto totalmente l’impostazione della politica economica suggerita dal Fondo, Kirckner è riuscito a rilanciare l’economia.
L’Italia non è un paese sottosviluppato o in via di sviluppo, ma anche per Roma le ricette del Fondo non si discostano dalla prescrizione generale. In particolare si fa appello a Prodi perché metta mano a una manovra correttiva da 6-7 miliardi di euro, per correggere gli squilibri dei conti pubblici ereditati da Berlusconi (che per la verità non è mai stato tanto amato dell’Fmi). Il tutto finalizzato a ricondurre il rapporto deficit/pil (che attualmente si dovrebbe aggirare attorno al 4,0%-4,15%) al 3,5%, secondo quanto concordato in sede Ue. La filosofia del Fondo è che se i conti pubblici sono in ordine, cresce la fiducia, aumenta la domanda e quindi cresce lo sviluppo. Siamo alla banalità più assoluta che imporrebbe, quanto meno, che il Fondo Monetario, indicasse in che direzione operare i tagli o a chi far pagare le maggiori tasse necessarie per «correggere» l’andamento dei conti pubblici.
C’è da dire che in passato il Fondo monetario non ha mai lesinato suggerimenti in questa direzione sostenendo che andava riformato il sistema previdenziale, limata la spesa pubblica, in particolare quella sanitaria, ridotti i trasferimenti correnti e più in generale tutta la spesa corrente che in Italia è rappresentata soprattutto dai salari per i dipendenti della pubblica amministrazione. Oggi, il Fondo non da più indicazioni di questo tipo che imporrebbero anche spiegazioni sul comportamento del governo Berlusconi-Tremonti che ha fatto lievitare in maniera esponenziale la spesa pubblica (49,2% del pil, rispetto al 47,8% del 2004) senza che nessuno sappia dire con certezza dove questi soldi sono finiti.
In ogni caso, non è certo la reticenza del Fondo che preoccupa. C’è da essere terrorizzati dall’accondiscendenza del governo che potrebbe decidere di non inimicarsi l’Fmi e la Bce per dare all’Italia l’immagine di un paese che ha una fortissima attenzione ai conti pubblici. Ma sarebbe un errore: se l’extra deficit ereditato da Berlusconi fosse veramente del 4% converrebbe tenersi stretto lo splafonamento dello 0,5% e impiegare i fondi della manovra correttiva per dare maggior slancio all’economia italiana. Che, stando alle parole del governatore Mario Draghi appare in sicura ripresa.
Speriamo sia vero: quello che è certo è che la crescita italiana è molto più bassa di quella degli altri paesi Ue e va incrementata, anche per recuperare il terreno perduto negli ultimi 5 anni. Solo così, i conti pubblici torneranno a essere virtuosi. E, cosa non trascurabile, con la crescita del reddito potrà essere limitata anche l’abnorme, diseguale distribuzione del reddito.