Legge 30, Bonanni ri-attacca la Cgil

Nel giorno del suo passaggio ufficiale a guida della Cisl come successore di Savino Pezzotta, Raffaele Bonanni torna a sparare a zero sulla Cgil e sul suo segretario Guglielmo Epifani, tramite l’edizione on-line di Famiglia Cristiana, e lo spunto è sempre la legge 30: «Non è opportuno nei primi giorni di legislatura aprire una simile contesa: la maggioranza è troppo risicata per assecondare le richieste della Cgil. E poi la legge Biagi porta avanti dei disegni che, in molti casi, sono benefici per i lavoratori. La Cgil è contro per partito preso. Il sindacato di Epifani vedeva il Governo Berlusconi come nemico da abbattere e qualunque proposta venisse da quell’esecutivo era da rispedire al mittente». A Bonanni Epifani non risponde, ma riserva invece una replica a quanto scritto da Pietro Ichino sul Corriere della Sera, ossia che dal 2001 al 2005 «il numero dei precari non è aumentato» (salvo poi ricordare egli stesso che fra i nuovi assunti nell’anno scorso quasi la metà ha avuto un contratto a termine): «Rispetto le opinioni di tutti ma penso che la legge Biagi vada riscritta. Ne sono sempre più convinto e non solo dal punto di vista di chi pensa che bisogna ridurre la precarietà, ma anche dal punto di vista interpretativo delle imprese. E sono sicuro – conclude il leader della Cgil – che il tempo mi darà ragione». Anche Cesare Damiano, responsabile lavoro dei Ds, smentisce la tesi di Ichino: «Mentre nel 2001 i nuovi assunti stabili rappresentavano l’80%, i dati del 2005 indicano che nelle nuove assunzioni la precarietà è pari al 70%, con un sostanziale ribaltamento della situazione» e secondo Damiano questo è causato anche dall’abrogazione nel 2001 del credito d’imposta «cioè l’incentivo a vantaggio delle imprese che assumevano stabilmente. Ma questo Ichino sembra ignorarlo».
Nel dibattito legge 30 sì/legge 30 no ieri si è inserita, tramite il blog di Beppe Grillo, la voce autorevole del Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz che scrive una lettera al comico genovese che inizia così: «Dall’Italia mi giungono notizie allarmanti: la legge sul primo impiego viene ritirata in Francia dopo poche settimane e da voi la legge 30 resiste senza opponenti dopo anni». Stiglitz parla poi della situazione dei lavoratori italiani: «In Italia un precario ha una probabilità di essere licenziato 9 volte maggiore di un lavoratore regolare, una probabilità di trovare un nuovo impiego, dopo la fine del contratto, 5 volte minore e il 40% dei lavoratori precari è laureato» quindi «i salari pagati ai lavoratori flessibili devono essere più alti e non più bassi, proprio perché più alta è la loro probabilità di licenziamento. Ma se li mettete a servire patatine fritte o nei call center – chiude così la sua lettera Stiglitz – perché spendere tanto per istruirli?».

L’esperienza degli studenti francesi è stata anche oggetto di un incontro con il comitato “precariare stanca” di cui fanno parte esponenti della sinistra Ds, l’Udu (unione degli universitari) e esponenti della società civile. I ragazzi dell’Unef (il più grande sindacato degli universitari francesi) hanno raccontato come abbiano ottenuto la loro vittoria «grazie alla mobilitazione di studenti e lavoratori dipendenti ed è la dimostrazione che battendosi uniti si può vincere. Questo è motivo di speranza non solo per la Francia, ma per l’Europa intera» tanto che le organizzazioni studentesche di entrambi i Paesi hanno lanciato l’appello per un “manifesto contro la precarietà e per l’accesso al sapere» da far firmare agli studenti di tutta Europa. Perché la politica, secondo gli studenti «ha una grande responsabilità verso i giovani: affermare un modello europeo che si fondi sui diritti sociali e sindacali e su una buona e stabile piena occupazione».