L’egemonia asiatica – E nella corsa dei “Cervelli ” Pechino già supera Harvard

Entro dieci anni la Cina guiderà il mondo anche nella scienza e il ricercatore di Pechino farà licenziare i suoi colleghi di Harvard e Ginevra La notizia, frutto di un indagine dell’istituto Thomson Reuters, ha lasciato scettici i centri di ricerca occidentali. Sotto accusa i parametri dello studio, che ha preso in esame il trend delle pubblicazioni internazionali tra le nazioni considerate in via di sviluppo. Allargando il campo a investimenti nella ricerca scientifica, ritorno dei «cervelli» in patria, brevetti, classifica di qualità delle università, numero di scienziati e di istituti hi-tech, il risultato cambia. Con un’ analisi complessiva emerge che la Cina otterrà la leadership globale del sapere non nel 2020, ma già nel 2015. E uno studio dell’agenzia The web of science rivela: «La produzione scientifica dell’Asia è cresciuta del 155% in 30 anni e nel 2009 il continente ha sorpassato gli Usa in termini di pubblicazioni su riviste qualificate».

I1 prossimo presidente cinese, 1’attuale vicepremier Xi Jinping ha spiegato le ragioni di uno sforzo economico senza precedenti: «Nella nuova era finanza e industria seguiranno la rotta dell’avanzamento nell’alta tecnologia. La dimensione di ogni nazione sarà definita dai giacimenti di conoscenza». Dietro la crescita delle pubblicazioni scientifiche, di per sé scarsamente indicativa, la nuova generazione del potere di Pechino brucia in realtà i tempi del doppio sorpasso storico sugli Stati Uniti. L’obiettivo, ben prima della scadenza del decennio, è conquistare la vetta sia delle teste che delle tasche. Sbaglia chi pensa che i nipoti di Mao siano affetti dall’ebbrezza per la prodigiosa collezione di sorpassi aperta con la crisi del 2008. «Per consolidare manifattura, consumi interni ed export – dice Jia Wei, capo dell’istituto di ricerche farmacologiche di Shanghai – dovremo abbassare ancora i costi. Acquistare ricerca e tecnologia in Occidente non ha più senso. Presto dovremo arrangiarci e iniziare a vendere anche progresso».

La rincorsa cinese corrisponde ad una scelta politica. Thomson Reuters, spulciando i documenti scientifici apparsi negli ultimi trent’anni su oltre 10 mila riviste internazionali, ha scoperto che gli articoli della Cina sono aumentati di 64 volte. Nel 2008 le pubblicazioni sono state 112 mila, seconde solo alle 304 mila degli Usa.

La Cina, fino all’anno scorso, investiva in ricerca l’1,5% del Pil. Nel 2010 è passata al 2%. Gli Stati Uniti sono scesi dal 2,7% al 2,5%. La quota cinese, considerato il debito Usa, non è solo la più alta delle nazioni emergenti, ma anche in termini di valore assoluto. Anche il Brasile sta producendo uno sforzo formidabile, in particolare in agricoltura e biologia, mentre l’India avanza lentamente e la Russia, dipendente dal prezzo di petrolio e gas, è stata costretta a sospendere la ricostruzione del proprio sistema della ricerca. Il passo di Pechino ha per tutt’altra velocità. Tra i primi venti enti di ricerca mondiali, quattro si trovano ormai in Cina (nessuno in Italia). Tra le trenta università top del pianeta, dieci formano studenti tra Shanghai e Hong Kong. Il 9% dei documenti scientifici cinesi hanno ormai almeno un co-autore negli Usa e il 24% in Occidente, segno di un’apertura inedita. La Cina è già al primo posto per scoperte in chimica, scienza dei materiali, ingegneria elettronica e fisica nucleare. Tre i fattori principali del boom: investimenti governativi, collegamento tra conoscenze scientifiche e applicazioni commerciali, attrazione in patria della diaspora scientifica riparata in Europa e Nord America. Grazie al «Programma dei mille talenti», il governo cinese offre ai suoi scienziati stipendi tra 150 mila e 300 mila dollari all’anno, una casa, e 1 milione di dollari per avviare un laboratorio e finanziamenti adeguati a sviluppare gruppi di ricerca all’avanguardia nell’arco di vent’anni.

Secondo i dati ufficiali, tra il 1994 e il 2006 erano rientrate in Cina circa mille “tartarughe di mare”, come vengono chiamati i “cervelli” che tornano in patria. Negli ultimi tre anni però il flusso è diventato una piena: 150 mila, 69.300 solo nel 2009. Nel 2008, per tornare da Princeton alla Tsinghua di Pechino, il biologo molecolare Shi Yigong ha rifiutato una borsa di ricerca da 10 milioni di dollari. «Pensavano fossi impazzito – dice oggi – poi hanno visto i piani cinesi nella ricerca contro il cancro. Abbiamo superato i 5 mila scienziati impegnati nelle sperimentazioni». La differenza, rispetto a Giappone, Europa e India, è che i cervelli che rimpatriano in Cina restano nei laboratori e non si riciclano nel business. Una condizione del partito, assieme alla rinuncia alla nazionalità straniera.

Per cogliere la dimensione dell’inversione di rotta del sapere, basta entrare nel campus della South China University of Technology, o girare per Zhongguancun, il quartiere della capitale dove si concentrano gli scienziati. L’ex villaggio dove venivano sepolti gli eunuchi di corte, nel 2009 ha presentato 717.000 domande di brevetto nelle nanotecnologie, con un aumento annuo del 27%. In America ed Europa l’élite della ricerca lotta per trovare fondi nel privato. In Cina lo Stato non fa più mancare nulla.

«Quantità e qualità – dice però Teddy Zhang, rientrato a Shanghai dalla Wharton School – non sempre coincidono. A nessun cinese è mai stato assegnato il Nobel per ricerche condotte in Cina, siamo solo al decimo posto per brevetti applicati e 180 mila studenti cinesi emigrano ogni anno. Solo uno su quattro, tra chi ottiene un dottorato all’estero, ritorna. Ma dal 2006, ogni anno, recuperiamo produzione scientifica come nei dieci precedenti». La missione è chiara: scuotere la cultura e l’istruzione nazionale dal cancro che le ha corrose per mezzo secolo. «I ricercatori – dice Jimmy Zhu, luminare di ingegneria elettronica reduce dalla Carnegie University – accettano di studiare in Cina a patto di vedere smantellato il sistema di corruzione, clientelismo e nepotismo che ancora domina in scuole e università. Il comitato centrale del partito si è convinto che, a questo punto, la lotta conviene anche sotto l’aspetto ideologico. Una scienza nuova influenza l’industria, ma cambia anche la società, introducendo la regola del merito».

La Cina oggi è il secondo investitore in energie rinnovabili, il primo azionista della green economy, il primo acquirente di uranio, il primo produttore di energia nucleare e di tecnologia per lo sfruttamento delle terre rare, il quinto di scoperte in campo medico. A Ordos, nella Mongolia in- terna, ha inaugurato la più grande centrale solare del pianeta. Nel 2018 è in programma l’invio dei primi astronauti cinesi sulla luna, proprio mentre gli Usa non hanno più fondi per le missioni spaziali. Un passaggio di consegne che, come nel dopoguerra del Novecento, fissa lo spostamento del centro da cui l’umanità muove la propria evoluzione. Non solo i nostri figli lavoreranno per multinazionali basate in Cina, spendendo lo stipendio per acquistare prodotti cinesi. Per la prima volta cresceranno grazie al sapere made in China. «Una svolta – avverte Fred Simon, sociologo a Berkley – che schiude prospettive inesplorate».