Legalità, Cofferati insiste Rifondazione non ci sta

All’ora di pranzo l’assessore al Traffico esce dalla sala riunioni con la faccia bianca, e non è la fame. Maurizio Zamboni, vecchio comunista con fama di mediatore, è l’unico membro di Rifondazione comunista in giunta. Si gira tra le mani il documento sulla legalità del sindaco, e se ne va con l’aria di chi prevede temporali, bofonchiando una citazione di Ho Chi Minh: «Al nemico bisogna lasciare sempre una via di fuga».
Quelle tre cartelle invece sono un vicolo cieco per il partito di Bertinotti.
Il sindaco ha fatto concessioni di facciata, le critiche di ordinanza alla
Bossi-Fini e alle politiche economiche del governo ci sono tutte, come da
previsioni della vigilia. Ma sul resto, Cofferati ha mantenuto le promesse, tirando dritto: «L’illegalità – scrive -, qualunque sia la ragione che la determina, non può trovare giustificazione. Politiche fondamentali per il futuro di Bologna, come quelle abitative, quelle per l’inclusione e l’accoglienza, quelle per il sostegno e lo sviluppo, sono tra le più condizionate dalle pratiche illegali». Gioco, partita, incontro. Perché è un modo per dire l’occupazione abusiva di immobili era e resta un reato: «Ad esempio, il bisogno abitativo e la regolarità dei rapporti di locazione vanno risolti con strumenti efficaci nel rispetto delle proprietà pubbliche e private come in quello dei diritti degli utenti».
A giugno, era nato tutto dall?arresto di tre no global che si erano appropriati di una casa privata e sfitta, con tanto di esternazioni a favore da parte di Fausto Bertinotti. Altra frase indigeribile riguarda le politiche di accoglienza, «che non devono essere attivate indistintamente, ma essere assicurate alle persone che ne hanno diritto, a chi accetta di entrare nei percorsi di regolarizzazione». Il mite Zamboni se ne va, preoccupato e furioso: «E’ una provocazione», dirà ai suoi. Al bar «La linea», il ritrovo dei rifondaroli bolognesi, sgranano gli occhi. Così, non se l’aspettavano. Il segretario cittadino Tiziano Loreti legge e rilegge, e più legge più si imbestialisce. «Inaccettabile», dice. E aggiunge una chiosa da cui molto traspare sugli stati d?animo, più di quello che poi sarà il comunicato ufficiale: «Se rimane così, non possiamo votarlo, ci facciamo una figura di m…». Gli altri assessori, e più tardi i segretari dei partiti della maggioranza, volano basso, quasi si defilano. Ma quelli di Rifondazione non possono farlo, significherebbe rimangiarsi mesi di dichiarazioni e dissenso. Alla fine il cerino è rimasto in mano a loro. Il capogruppo Roberto Sconciaforni fotografa bene la situazione: «Sia chiaro, non siamo noi che ce ne vogliamo andare, è lui che ci vuole buttare fuori». Nel pomeriggio uscirà un comunicato che giudica «palesemente ambigua» la proposta di Cofferati: «E’ impossibile per noi accettare l’idea di mettere sullo stesso piano situazioni di disagio e sofferenza sociale con comportamenti di carattere criminale». Il seguito, l’augurio di «un percorso programmatico di partecipazione che coinvolga pienamente tutti i soggetti politici e sociali della città», assomiglia alla richiesta della via di fuga alla Ho Chi Minh: fermati, parliamone. E’ un affanno non lenito da Bertinotti, che dice di essere «d’accordo» con la scelta presa dagli esponenti bolognesi del partito, ma aggiunge poco altro, una considerazione sulla «crisi delle periferie», seguita da un’avvertenza: «Ciò che sta accadendo a Parigi non è una cosa così lontana». Valerio Monteventi la sua scelta invece l’ha già fatta. L’uomo che fa da cerniera tra Rifondazione e il mondo dei movimenti si era già autosospeso. «Cofferati ha creato una dinamica di scontro che prevede una sola prospettiva, quella di inginocchiarsi davanti a lui». Lui non si inginocchia, ma ha altri problemi, le 34 persone messe sotto inchiesta dalla Procura di Bologna per gli scontri di lunedì scorso in piazza Maggiore.
C’era anche lui in corteo, quegli indagati sono gente «sua». Accusa i magistrati di agire all’unisono con Cofferati. Il procuratore capo Enrico De Nicola non lo rassicura: «Noi con il sindaco non abbiamo mai concordato nulla. Ci siamo trovati sempre d?accordo, il che è diverso». Ma non troppo, in fondo. Monteventi è preoccupato: «Là fuori – dice indicando la finestra sotto alla quale un centinaio di persone sta contestando il sindaco – c’è gente del movimento che rischia di prendere brutte strade». Sono parole sincere, dette da uno che il ’77 lo ha vissuto tutto sulla sua pelle. Ma è anche l’eterno richiamo alla piazza, annuncio di giornate poco tranquille.