L’ECONOMIA DELLA PAURA

SAN FRANCISCO – Trascinati in una guerra di cui ignoriamo tutto – la durata, l’esito finale, perfino l’ avversario – abbiamo cambiato vita. Viaggiamo meno, spendiamo meno, rinviamo investimenti e progetti. Il nostro atteggiamento verso il resto del mondo e verso gli immigrati è in crisi. Le multinazionali hanno paura. Gli Stati-nazione alzano il ponte levatoio ai confini. L’America è il centro di questa evoluzione – economica, politica, di costume – scatenata l’11 settembre. La sua classe dirigente si chiede: è uno shock da cui un giorno usciremo e tutto tornerà come prima? O la strage terroristica fa precipitare un cambiamento sistemico, irreversibile? Sotto le macerie delle Twin Towers sono finiti la globalizzazione, un modello consumistico, la centralità dei mercati? L’economista Paul Krugman scrive sul New York Times “The Economy of Fear”, l’Economia della Paura, per spiegare gli effetti strutturali e durevoli della vulnerabilità che sgomenta il paese più ricco del mondo.

«La globalizzazione è condannata?» Non è uno slogan degli antiglobal, è il titolo di una inchiesta dell’Economist, la Bibbia dei mercati finanziari. A mettere in discussione il sistema non sono più i movimenti di contestazione o qualche paese del Terzo mondo: il presentimento della fine di un’era nasce nel cuore dell’impero. I segnali si moltiplicano qui in America, investono il costume di vita, le regole sociali, i valori di civiltà. Partono dall’economia, arrivano al modello di democrazia e di libertà.
L’Economia della Paura: la prima settimana, paralizzati dal panico e incollati alla tv, i consumatori americani hanno speso il 20% in meno con le carte di credito. Ma a tre settimane di distanza la spesa è sempre sotto del 10%. Negli appelli di George Bush e Rudolph Giuliani («tornate a spendere, uscite a divertirvi, riprendete una vita normale») c’è il presagio che forse nulla sarà più come prima. L’Economia della Paura fa cancellare campagne pubblicitarie a Coca Cola, Ford e altre multinazionali. È una pausa nell’attesa di trovare i toni giusti per rivolgersi a un paese in lutto? O c’è qualcosa di più? Nei sondaggi ricorre una domanda ossessiva tra gli americani: «Perché nel mondo c’è tanto odio verso di noi?». Il capitalismo dei marchi globali ha la stessa angoscia. Per la prima volta in mezzo secolo di esportazione dell’American way of life, qui ci si interroga sull’opportunità di una ritirata. In una drammatica revisione strategica viene incorporato lo slogan «No Logo» degli avversari ideologici. La strage terroristica e l’incognita di una guerra infinita si innestano su tendenze precedenti: la crescita del movimento antiglobal; una recessione già in atto; l’esplosione della bolla di Borsa.
Il direttore di Business Week, Bruce Nussbaum, dedica un editoriale alla fine della «cultura azionaria». Non c’è solo la distruzione di ricchezza in Borsa. Ancora più grave è il fatto che siamo entrati nell’epoca dell’insicurezza indefinibile: non sappiamo quanto durerà il pericolo di attentati; quanto costerà difenderci; se alla fine riusciremo a debellare questa malattia. I mercati, prezioso meccanismo che regola l’uso della ricchezza sociale, hanno bisogno di orientare gli investimenti sulla base di rischi calcolati. Se il rischio diventa incalcolabile, la centralità dei mercati è minacciata. Il colpo è tremendo per un capitalismo che ha fatto delle azioni il metro di tutto: pagano gli stipendi dei manager e le pensioni dei dipendenti.
Il tentativo di ricondurre l’insicurezza entro limiti socialmente sopportabili, rilancia il ruolo dello Stato. Bush salva le compagnie aeree, nazionalizza la sicurezza negli aeroporti, aumenta la spesa pubblica. Il passaggio ad una economia di guerra potrà aiutare una ripresa, ma non sarà lo stesso tipo di crescita (deregolata, flessibile, competitiva) degli ultimi decenni. Per garantire sicurezza l’America è costretta a blindare le frontiere col Canada e il Messico distruggendo il mercato unico nordamericano (Nafta).
Trasporti e commerci internazionali vanno al rallentatore: invece della Tobin Tax, è la Bin Laden Tax il granello di sabbia che si è infilato negli ingranaggi della globalizzazione.
Gli Stati Uniti hanno reagito alle stragi con la moderazione di una grande democrazia liberale, ma per quanto tempo la paura è controllabile? Perfino la sinistra democratica propone leggi d’emergenza: un giro di vite sull’immigrazione, il congelamento dei visti per studenti stranieri. Il grande tema del rapporto fra Occidente e Islam qui viene affrontato – dalla classe dirigente e dalla maggioranza della popolazione – con civiltà e rispetto, ma il sospetto è un virus che penetra lentamente. Se l’America alza il ponte levatoio, il terrorismo sarà riuscito davvero a cambiarne la natura. La forza di questo paese, prima della sua ricchezza industriale e tecnologica, sta nella sua capacità di integrare etnìe e religioni dal mondo intero entro un sistema di tolleranza reciproca e di leggi democraticamente condivise. Oggi questo modello è sottoposto a una tensione formidabile.
Per la prima volta il centro del capitalismo mondiale ha paura di una globalizzazione che gli ha imposto un grado di apertura forse incompatibile con la sicurezza dei suoi cittadini e dei suoi affari. Il grande storico dell’economia Harold James ha pubblicato «The End of Globalization» poco prima della strage terroristica. In esso ricorda che ci fu un altro periodo in cui gli imperi occidentali ebbero paura della globalizzazione che essi stessi avevano costruito; cambiarono rotta e si chiusero nel protezionismo. Fu il periodo tra la prima guerra mondiale, il 1929 e la grande depressione, segnato dall’avvento dei totalitarismi. Oggi l’America s’interroga inquieta sulla durata della recessione e della crisi di Borsa, su come cambia la vita sotto la minaccia terroristica. Ma in gioco c’è molto di più.