L’economia arretrata di un paese che produce poco e male

Negli ultimi dieci anni l’economia italiana sembra aver imboccato il sentiero della «decrescita» perché ha depauperato (in senso tecnologico, prima che fisico) la propria capacità produttiva e ha compromesso le opportunità di competizione con i Paesi europei.
Il differenziale negativo tra la crescita del Pil della media dei paesi europei e l’Italia aumenta progressivamente a partire dal 1988 e si consolida negli anni a cavallo del nuovo millennio. Tale differenziale negli ultimi 5 anni è pari a 0,5 punti di Pil ovvero a risorse addizionali corrispondenti a circa 30 mld totali. Queste differenze sembrano quindi strutturali e non contingenti o comunque tali poter essere imputate soltanto all’integrazione monetaria. Sul banco degli imputati devono finire anche le politiche di smembramento e privatizzazione della struttura produttiva pubblica in settori trainanti lo sviluppo e, in qualche caso, la ricerca tecnologica. Tali politiche puntavano sul miracoloso effetto positivo dei meccanismi del mercato in settori in cui questo non funziona, nonostante le acrobatiche ingegnerie istituzionali e regolative inventate allo scopo di tutelare consumatori e pubblico interesse.
In questo senso la stabilizzazione del rapporto debito-Pil, e non la sua drastica riduzione, appare l’unico obiettivo possibile di una politica di bilancio orientata alla crescita e strettamente coordinata ad una politica economica e industriale necessariamente interventista. Tale politica industriale deve prendere di petto il problema cruciale: come mai in Italia abbiamo un tasso degli investimenti fissi lordi mediamente doppio rispetto a quello europeo e ciò nonostante cresciamo molto meno? Tra il 1999 e il 2000 il trend degli investimenti fissi lordi dell’Italia era più alto di quello europeo di 0,8 punti, tra il 2000 e il 2004 questo spread si allarga fino a 1,4 punti percentuali.
Sostanzialmente l’Italia investe più del doppio dei paesi comunitari. Il differenziale complessivo di crescita degli investimenti tra l’Italia e l’UE, tra il 2000 e il 2004, è stato di 6,7 punti. Cosa c’è di qualitativamente (leggi, tecnologicamente) sbagliato se le immense risorse finanziarie destinate agli investimenti fissi lordi non riescono a trasformarsi in «accumulazione» e reddito?
La bilancia commerciale offre una prima parziale risposta. Da un lato i tassi di crescita medi dell’export comunitario, come dell’import, sono significativamente più alti di quelli italiani, rispettivamente 4,8 punti per l’UE e 2,0 per l’Italia nel caso dell’export e 4,4 e il 2,5 nel caso dell’import. L’UE registra un saldo attivo della bilancia commerciale, mentre per l’Italia la domanda interna concorre, sostanzialmente, ad una bilancia commerciale negativa perché, mediamente, il sistema manifatturiero e dei servizi è incapace di soddisfare le nuove domande delle imprese e dei consumatori che negli ultimi anni si sono orientate su beni e servizi significativamente diversi da quelli dei primi anni novanta.
In secondo luogo occorre guardare alla destinazione della produzione con particolare riferimento ai beni di consumo, intermedi e strumentali. In questi ultimi 10 anni l’Italia ha perso terreno su tutti i fronti. Non è la Cina a competere con l’Italia sui beni di consumo; piuttosto, sono i Paesi europei. Nonostante i significativi investimenti fatti, la produzione industriale media dell’Ue è 3 volte più alta di quella nazionale, con uno spread di 1 punto tra i tassi di crescita tra il 2000 e il 2004. I dati sono più efficaci di qualsiasi commento. Tra il 2000 e il 2004 l’Ue ha fatto registrare tassi medi di crescita dei beni di consumo pari a 0,4, dei beni intermedi pari a 1,4, dei beni strumentali pari a 2,1. Nello stesso periodo l’Italia ha fatto registrare tassi di crescita medi sempre negativi, rispettivamente meno 0,3, meno 0,5 e meno 0,3.
Non solo il sistema industriale europeo si integrava verticalmente nei beni intermedi e strumentali, ma riusciva a guadagnare posizioni anche nei beni di consumo, fino ad «erodere» quote di mercato dei Paesi leader in questi beni e servizi. Per l’Italia, invece, si manifesta una sconfitta su tutti i fronti, con delle ripercussioni pesanti sulle prospettive stesse del Paese e sui diritti acquisiti del mondo del lavoro. Infatti, se lo stato sociale, così come i diritti, crescono al crescere del reddito disponibile, è altrettanto vero che queste conquiste si erodono nella misura in cui il Paese non riesce a stare al passo con i paesi Europei.
Non a caso, negli ultimi 10 anni si è realizzata una maggiore disuguaglianza nella distribuzione del reddito ante intervento pubblico, che fa il paio con la dinamica pro capite della spesa sociale tra l’Ue e l’Italia. Se la spesa pro capite per lo stato sociale dell’Italia era più alta del 7% nel 1993, oggi la stessa spesa è più bassa del 20% rispetto alla media dei paesi europei. Le politiche liberiste hanno inciso e condizionato anche le politiche pubbliche di tipo sociale.
In terzo luogo occorre rilevare che la minore capacità di produzione non è imputabile alla saturazione degli impianti. Il tasso di utilizzo degli impianti è, per tutti gli ultimi 10 anni, molto più basso della media europea, rispettivamente 82,3 per l’UE e 77,0 per l’Italia, e la stessa tendenza si manifesta per il tasso di attività lavorativa, 68,3 per la UE e 61,9 per l’Italia. Sostanzialmente non si osserva una «massa» produttiva quantitativamente inadeguata dal lato dell’offerta fronteggiata da una forte domanda che resta insoddisfatta, con inevitabili pressioni dal lato dei prezzi. Si osservano piuttosto inadeguatezze qualitative del sistema produttivo ed economico che appare incapace di utilizzare al meglio i fattori di produzione in ragione delle forti diseconomie di scala legati alla struttura produttiva e delle forti pressioni sulla crescita dei prezzi alla produzione.
Inoltre, qualora il sistema produttivo nazionale riuscisse a utilizzare al meglio i fattori di produzione, il sistema nel suo insieme, a causa della specializzazione produttiva, dovrebbe fare i conti con l’inadeguata offerta dal lato del contenuto di innovazione tecnologica dei prodotti che non soddisfa la domanda delle imprese e dei consumatori. Lo stesso fenomeno del lavoro povero per l’Italia rischia di ampliarsi in ragione della struttura produttiva arretrata.
Per intervenire efficacemente sull’arretratezza industriale italiana e sulla crescita occorrono tempo e risorse. E’ necessario mettersi nelle condizioni di disporre dell’uno e delle altre. Per questo ritorniamo sulla questione della politica di bilancio e dei gradi di libertà con cui gestirla. Se scartiamo la tesi che affida al mercato la guida dell’innovazione e del cambiamento dobbiamo necessariamente indicare nel settore pubblico il soggetto capace di operare efficacemente in un orizzonte di medio-lungo periodo. Ciò non sarà possibile se la futura politica di bilancio sarà inchiodata all’obiettivo di una drastica riduzione salvifica del rapporto debito/pil. Il centrosinistra deve affrontare questi problemi.