L’economia a somma zero

Marcia indietro per l’industria; crescita zero per l’economia; falso movimento per l’occupazione. I numeri sull’Italia diffusi ieri dal Rapporto congiunturale dell’Ires, il centro studi della Cgil, hanno la tempestività di un bilancio di fine legislatura, aprendo metaforicamente la settimana che si chiuderà con lo scioglimento delle camere. Leggendo dati già noti – quelli della produzione industriale, del Pil, dell’inflazione – ed elaborando numeri altrimenti criptici, come quelli dell’occupazione, la ricerca dell’Ires, curata da Aldo Carra, certifica lo stato della malattia italiana: declino industriale, economia ferma. L’anno appena trascorso, si legge nel Rapporto, si è chiuso con un tondo zero: quello della variazione del prodotto interno lordo, che è rimasto sostanzialmente fermo. Si tratta di una stagnazione lunghissima, dice l’Ires, che data almeno dal 2001 e che mette l’Italia in posizione anomala sia rispetto alla ripresa americana che riguardo alla più debole – ma pur presente – «ripresina» europea. Un fenomeno allarmante, non perché la decrescita sia in sé una tragedia – scrive l’Ires citando le teorie più avanzate in proposito – ma perché questa «non crescita», lungi dal preservare patrimonio pubblico, lo dissipa; non è una scelta consapevole, frutto di una politica sostenibile, ma deriva tutta dai problemi di quello che, sia pur ridotto in peso percentuale, resta dovunque il motore dell’economia: il settore della produzione industriale, senza il cui avvio anche gli altri sono destinati a stare fermi. Da noi la produzione industriale è in costante calo da cinque anni, con una crisi manifestatasi a ogni livello ma in particolare nella grande industria, dove dal 2002 al 2005 gli occupati sono crollati dell’8,4%.

Quanto ai settori, sono in calo – in termini di produzione – quasi tutti: dal 2000 al 2005 hanno perso colpi settori tradizionali come il tessile e le calzature (rispettivamente meno 18,7 e meno 33,6%) ma anche gli apparecchi elettronici e di precisione (meno 29,3%); i mezzi di trasporto (meno 21,9%) e la gomma e plastica (meno 10%). In controtendenza, le cosiddette «utilities» dei monopoli ex-pubblici (energia elettrica, gas e acqua: più 11,2%), le raffinerie di petrolio (più 9,4%), l’estrazione di minerali (più 16,9%). Non proprio settori leggeri e innovativi, insomma (a questi va aggiunto un sorprendente più 5,6% dell’industria di carta, stampa ed editoria: frutto della trasformazione dei giornali in veicoli di vendita di altri prodotti stampati). Il fatto che mentre la produzione scende i profitti spesso salgano, scrive l’Ires Cgil, dovrebbe far riflettere: «la crisi non colpisce tutti nella stessa misura», e in particolare non colpisce «i settori protetti» dalla concorrenza nei quali i capitalisti italiani si sono rifugiati.

Ma in questi anni non abbiamo assistito solo al lento declino dell’industria italiana; abbiamo anche assistito a una potente redistribuzione del reddito e della ricchezza. La riduzione dell’inflazione è da attribuirsi più alla crisi dei consumi che a comportamenti virtuosi da parte di chi fa i prezzi; e i «premiati» dall’ultima fase sono proprio coloro che fanno i prezzi, imprenditori, liberi professionisti e altri autonomi, i cui redditi, i cui consumi e la cui ricchezza mostrano un andamento positivo. L’Ires Cgil cita i dati dell’ultima indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia, dalla quale emergono guadagni di ricchezza per gli autonomi che arrivano ad aumenti del 50% in quattro anni, laddove quelli degli operai e degli impiegati sono sotto il 10%.

Infine, il Rapporto congiunturale dell’Ires rifà i conti del lavoro, cercando di rispondere alla domanda: come mai, se l’economia è così in crisi, l’occupazione aumenta? La risposta intuitiva data da tempo dalla stessa Ires e da altri istituti legava l’andamento dei numeri del lavoro all’emersione ufficiale del lavoro clandestino degli immigrati, regolarizzati con la sanatoria contestuale alla Bossi-Fini. Adesso è possibili fare un bilancio preciso dell’accaduto: il numero degli stranieri che si sono regolarizzati è di 642.000, l’aumento dell’occupazione è di 465.000 unità. Dunque, si è avuta di fatto una riduzione dell’occupazione: gli oltre 600mila stranieri che hanno regolarizzato la loro posizione infatti lavoravano già, solo che non potevano risultare all’indagine Istat sulle forze di lavoro, che per definizione è fatta sui «residenti». In realtà, conclude l’Ires-Cgil, il dato sintetito a cui guardare per capire l’andamento dell’occupazione è il tasso di attività, ossia la percentuale di popolazione in età attiva che lavora o cerca lavoro, rispetto alla popolazione in età lavorativa totale. Questo indice ha toccato il record negativo alla fine del 2005, si mantiene lontano dagli obiettivi dati dall’Europa nella strategia di Lisbona e – dato più allarmante – riflette «l’effetto scoraggiamento»: la rinuncia a cercare lavoro, derivante dalla caduta di aspettative sulla possibilità di ottenere un lavoro soddisfacente, che colpisce soprattutto le donne e al Sud.