Le vere ragioni della mezza vittoria

La constatazione di un Italia «spaccata in due» fa parte dell’inconsistenza del dibattito politico; un sistema bipolare fornisce in genere risultati risicati (se ne hanno esempi numerosi), il che sollecita l’accusa di brogli, errori, irregolarità ecc. Qualora fornisse risultati molti distanti (da 60 a 40 per cento, come per esempio in Toscana) si ripeterebbero le accuse di brogli, errori e irregolarità per un «risultato coreano» (l’insulto politico si aggiorna, prima la Bulgaria ora la Corea). Ma lasciamo stare queste vacuità e guardiamo ai risultati.
Il Polo ha perso per pochissimo, un dato di fatto non discutibile. Come mai una sconfitta di misura mentre era annunziato un tracollo? Come mai una divergenza così forte tra il convincimento generale di una vittoria certa e consistente per l’Unione e il misero risultato? Come mai una differenza così marcata tra i risultati amministrativi e quelli politici?
Ciascuno ha da portare qualche punto di riflessione poiché si tratta di questione non priva di implicazioni sulla tenuta del governo e sulla possibilità di portare avanti il programma dell’Unione (e non ci si riferisce agli scarsi margini del Senato, ma al rapporto con la società).
Il risultato è tutto attribuibile alla grande capacità di Berlusconi? Ma Prodi non ha sempre vinto nei confronti? E poi l’errore madornale dei «coglioni per chi vota l’Unione», dove lo mettiamo? Sono gli astenuti che hanno determinato il risultato? Non credo. Tutta colpa di una sbagliata e non coordinata comunicazione dell’Unione agli elettori? Certo la questione delle tasse così maldestramente gestita ha influito. Ma la questione credo sia ancora un’altra.
Il convincimento di una vittoria ampia e secca nasceva da un errore di fondo: la non percezione della mutazione antropologica che ha investito il paese; ci siamo voluti illudere che il berlusconismo fosse argomento di sociologia politica e non radicamento nelle coscienze della gente. Il veleno sociale seminato dal Polo ha inquinato le coscienze di molti e un po’ di tutti. Un paese che ragiona con lo stomaco; che si sente colpito quando sente parlare di aumento delle tasse, coinvolto o meno che sia; che ha sentito «giustificata» l’evasione fiscale; premiato chi non rispetta le regole; spinto a negare ogni valenza di convivenza regolata. Un paese corrotto dalla televisione in attesa del colpo di fortuna spacciata per abilità (quale è la principale città del Giappone tra Tokyo, Mosca e Sidney? Mmm… Tokyo. Bene ha vinto 100 mila euro), abbrutito da spettacoli che fanno della volgarità e dell’aggressività lo loro cifra di successo. Un paese clericale e, ovviamente, satanista, ma si crogiola nei peccati e vizi privati e pubblici, tanto un perdono e un condono non si nega a nessuno. Un paese così non può votare a sinistra.
In un paese così il Polo ha fatto il miracolo di perdere e l’Unione quello di vincere. È solo il malgoverno portato all’eccesso della destra, l’impoverimento di fasce consistenti di popolazione, la mancanza di prospettiva dei giovani, l’emergere che la “flessibilità” non era un’opportunità ma una fregatura, cioè il rifiuto di Berlusconi non l’adesione al centro sinistra e una certa e sempre più risicata fedeltà politica, hanno spinto un po’ le vele dell’Unione, con pochi meriti dell’equipaggio. E questo senza dimenticare dell’appoggio di cui ha goduto l’Unione da parte dell’intellighenzia (ma chi l’ascolta), dei maggiori giornali (ma chi li legge), di settori consistenti del potere economico (ma quale potere). In una paese immerso in questo brodo di coltura la sinistra (anche se di centro) non avrebbe dovuto vincere, a meno che non si aiutasse la gente a riflettere, a svegliarsi dal sonno della ragione. La gente è avvelenata, frastornata, ma può tornare a ragionare, può tornare con i piedi per terra, può tornare ad aspirare al meglio come costruzione faticosa, può smitizzare speranze infondate. Ma come? Questo è il punto.
È possibile partire dallo scarto tra i risultati delle elezioni amministrative e politiche; si tratta di un indizio importante. Si rifletta che la differenza più rilevante tra la campagna elettorale delle amministrative e quella delle politiche sta tutta nell’uso della tv e nel coinvolgimento delle persone. Gli aspiranti sindaci si sono mossi nel tessuto sociale, hanno dialogato con le persone, hanno cercato di convincere i singoli, i partiti sono stati costretti a curare gli elettori, i singoli elettori, non solo i convinti. Insomma, per le elezioni amministrative, per lo più, si è fatto quello che un tempo si chiamava lavoro politico di base. L’intervento attraverso la tv è stato modesto, per ovvie ragioni. Insomma la campagna per le amministrative è stata radicata tra la gente, partecipata; il confronto ravvicinato è stato lo strumento per svelenire le coscienze, per aiutare a ragionare a guardare la realtà.
Tutto diverso per le elezioni politiche dove la tv è stata non lo strumento principale, ma l’unico strumento. Le riunioni pubbliche, poche, sono state tra i convinti; nessun lavoro politico di base. Con la tv vincono gli ideali, si fa per dire, di Berlusconi. E adesso siamo a fare i conti con una risicata maggioranza, non tanto in parlamento, ma, e la cosa è più preoccupante, tra la gente.
Se si volesse che il «programma del centro sinistra» trovasse un tessuto sociale di accettazione (anche se non unanime) allora bisognerebbe rimboccarsi le maniche e ricominciare a fare lavoro politico di base, il che non esclude l’utilizzo parsimonioso della tv. Solo con un radicamento nel tessuto delle città, tra le diverse categorie sociali, tra i giovani e gli anziani, sarebbe possibile ricostruire un ambito di riflessione comune, non tanto un’omologazione, quanto una disponibilità raziocinante, il rifiuto delle mitologie, la presa di coscienza che l’impegno collettivo è il fondamento di una società sana e la possibilità di affermare l’individualità. Ci arrovella il dubbio che i partiti non siano più in grado di un lavoro politico di base, che non ripeta i riti antichi, ma rinnovi le modalità di un’esperienza fondamentale.