Le università devono essere “ancelle” dell’impresa?

Non c’è soltanto la rissa elettorale scatenata dalla destra a caratterizzare questi ultimi giorni prima del voto. Ci sono anche – nascosti tra le pieghe di un dibattito esasperato – confronti sul merito di questioni destinate a rivelarsi cruciali nel prossimo futuro, quando si saranno delineati gli assetti della maggioranza destinata a governare il Paese.
Una di queste questioni è la politica universitaria. Se ne parla poco, troppo poco, contraddicendo l’affermazione – a parole da tutti condivisa – della funzione strategica della formazione, dei saperi e delle competenze. Conviene dunque soffermarsi sul tema, anche perché non c’è di mezzo soltanto lo scempio perpetrato dalla Casa delle Libertà e dalla signora Moratti né soltanto il progetto confindustriale di trasformare l’Università in un’articolazione dell’impresa. C’è anche, inopinatamente, la propensione di una parte dell’Unione a concepire il ruolo dell’Università secondo un’ottica molto vicina – se non coincidente – a quella di Confindustria. Ma andiamo con ordine.

Qualche giorno fa su Liberazione Domenico Jervolino ha giustamente stigmatizzato la proposta presentata dagli imprenditori in materia universitaria. Ricapitoliamo brevemente di cosa si tratta. Confindustria ha messo a punto in rapida sequenza due testi: un primo Documento comune sull’Università, firmato da 18 organizzazioni imprenditoriali, e un secondo Piano d’azione di Confindustria sull’Università – più snello e operativo – che individua all’interno del primo documento alcune priorità “da adottare con urgenza nell’ambito di un programma biennale nel corso della prossima legislatura”. Insomma: più che una “proposta”, un preciso avvertimento.

Le linee-guida del Piano d’azione di Confindustria sono cristalline: privatizzazione, competitività, produttività.

Non c’è soltanto la rissa elettorale scatenata dalla destra a caratterizzare questi ultimi giorni prima del voto. Ci sono anche – nascosti tra le pieghe di un dibattito esasperato – confronti sul merito di questioni destinate a rivelarsi cruciali nel prossimo futuro, quando si saranno delineati gli assetti della maggioranza destinata a governare il Paese.
Una di queste questioni è la politica universitaria. Se ne parla poco, troppo poco, contraddicendo l’affermazione – a parole da tutti condivisa – della funzione strategica della formazione, dei saperi e delle competenze. Conviene dunque soffermarsi sul tema, anche perché non c’è di mezzo soltanto lo scempio perpetrato dalla Casa delle Libertà e dalla signora Moratti né soltanto il progetto confindustriale di trasformare l’Università in un’articolazione dell’impresa. C’è anche, inopinatamente, la propensione di una parte dell’Unione a concepire il ruolo dell’Università secondo un’ottica molto vicina – se non coincidente – a quella di Confindustria. Ma andiamo con ordine.

Qualche giorno fa su Liberazione Domenico Jervolino ha giustamente stigmatizzato la proposta presentata dagli imprenditori in materia universitaria. Ricapitoliamo brevemente di cosa si tratta. Confindustria ha messo a punto in rapida sequenza due testi: un primo Documento comune sull’Università, firmato da 18 organizzazioni imprenditoriali, e un secondo Piano d’azione di Confindustria sull’Università – più snello e operativo – che individua all’interno del primo documento alcune priorità “da adottare con urgenza nell’ambito di un programma biennale nel corso della prossima legislatura”. Insomma: più che una “proposta”, un preciso avvertimento.

Le linee-guida del Piano d’azione di Confindustria sono cristalline: privatizzazione, competitività, produttività.