«Le truppe Onu potranno sparare sugli Hezbollah»

«Le truppe Onu nel Sud del Libano saranno autorizzate ad aprire il fuoco sui miliziani Hezbollah. Se i militari della forza multinazionale si imbattono in uomini armati che rifiutano di deporre le armi, hanno il permesso di usare la forza». Poche parole di Stéphane Dujarric, portavoce del segretario generale Kofi Annan, sentito dal quotidiano Haaretz. Poche parole che rischiano di avere un grande peso. Dujarric si è affrettato a precisare che il giornalista israeliano lo ha male interpretato e di non aver detto nulla di più rispetto a Mark Mallock Brown, vice di Annan, quando ha annunciato di aver inviato il documento con le regole d’ ingaggio ai Paesi disposti a partecipare. Ma le sue dichiarazioni sembrano delineare una missione in cui i soldati italiani e delle altre nazioni si potrebbero trovare a dover disarmare gli estremisti sciiti. Anche una fonte diplomatica a Gerusalemme – citata dal sito del giornale Yedioth Ahronoth, il più venduto nel Paese – è convinta che il mandato Onu garantirà ai Caschi Blu «il diritto di aprire il fuoco». «Stiamo definendo le regole d’ ingaggio – spiega Vijay Nambiar, consigliere speciale di Annan – e credo che i dettagli verranno fuori nei prossimi giorni». Nambiar, che ieri è arrivato in Medio Oriente, spera che un mandato per l’ operazione ben chiaro e regole precise «spingeranno le nazioni che hanno dato la loro disponibilità a impegnarsi più concretamente». Il governo israeliano preme perché la forza internazionale abbia un mandato «robusto» e le parole di Dujarric sembrerebbero andare in quella direzione. Il dossier ricevuto dal ministero della Difesa italiano – raccontato ieri dal Corriere – descrive i compiti dei militari come una sorta di azione di polizia, ma parla di reazione con la forza solo in presenza di atti ostili. Il problema degli armamenti dei miliziani fondamentalisti dovrebbe essere lasciato all’ esercito regolare libanese, che sta continuando a dispiegarsi nelle zone abbandonate dagli israeliani. Il premier Fouad Siniora aveva annunciato nei giorni scorsi di avere ottenuto dai leader Hezbollah l’ assicurazione di non far girare uomini armati per le strade. Il documento ricevuto da Roma mantiene i limiti del mandato nella definizione di «peace keeping», le frasi del portavoce di Annan ad Haaretz la sposterebbero verso il «peace enforcing». Una distinzione che gli analisti militari, e il governo italiano, considerano fondamentale. Tammy Farrenkopf, esperto del Royal United Services Institute for Defense Studies, importante centro studi britannico, ricorda che la missione a Beirut del 1983 era stata chiamata di «mantenimento della pace». «Il comando americano aveva deciso all’ inizio delle regole d’ ingaggio molto restrittive – spiega – e l’ uso della forza era previsto solo per autodifesa e in risposta ad atti ostili. In sostanza, ai marines era stato detto che per rispondere al fuoco prima qualcuno doveva sparargli contro». Progressivamente – continua l’ analista britannico – i militari americani si ritrovarono coinvolti, vittime di imboscate degli Hezbollah, senza che le regole d’ ingaggio venissero modificate. «La situazione sul terreno divenne precaria, dopo l’ attentato all’ ambasciata Usa che uccise oltre 60 persone. Solo allora i comandanti sembrarono capire che gli ordini andavano cambiati». La lezione da trarre, secondo Farrenkopf: «Senza regole d’ ingaggio chiare, robuste e modificabili in fretta, la forza multinazionale nel Sud del Libano rischia di incorrere in numerose perdite tra i suoi uomini».