Le truppe libanesi riprendono il Libano

E adesso c’è lui, lo sceicco Hassan Nasrallah, nelle foto sui muri e sulle t-short dei ragazzi libanesi. In trenta giorni di resistenza ai bombardamenti il leader del Partito di Dio libanese ha soppiantato nientemeno che il Che Guevara, classico inossidabile del magliettismo e del posterismo rivoluzionario anche nei paesi arabi. Potenza di una vittoria contro l’imbattibile esercito israeliano, laddove vittoria vuol dire essere sopravvissuto. E’ sopravvissuto talmente bene, lo sceicco, che il presidente filo-siriano del Libano Emile Lahoud rifiuta anche solo di parlaree di disarmare le sue milizie. «E’ vergognoso chiederci di disarmare hezbollah mentre il sangue dei martiri è ancora caldo», ha tuonato Lahoud. «Come possono chiederci di disarmare l’unica forza in grado di contrastare Israele nel mondo arabo?».
L’unica forza, appunto. Mentre le armi tacciono per il terzo giorno (tre soli «incidenti» segnalati dalla vecchia missione Onu: per Israele quattro miliziani hezbollah «si avvicinavano minacciosamente», i loro corpi sono stati ritrovati nel villaggio di Haddatah da una pattuglia dell’Unifil) il fronte si è spostato al Palazzo di vetro, la sede newyorkese delle Nazioni unite in cui si discute la composizione della forza internazionale, le date della partenza e soprattutto le sue regole di ingaggio. Di disarmo dei miliziani nemmeno parlarne: lo dice la Francia che guiderà la missione libanese, lo ammette persino Condoleezza Rice che ha trattato in nome di Israele, la risoluzione che sancisce la tregua non lo chiede esplicitamente – vi allude molto, una delle tante pericolose ambiguità contenute nel dispositivo che per ora ha fatto tacere i cannoni. E’ nato un nuovo mito arabo, sensazionale risultato di un mese di durissima offensiva militare israeliana. Chiunque metta piede nella regione dovrà farci i conti.
In Libano, il capo del governo Fouad Siniora ha ordinato a quindicimila soldati di varcare il fiume Litani, entrando nel Libano del Sud per cominciare ad attestarsi nelle postazioni così duramente e infruttuosamente bombardate da Israele. I soldati libanesi cominceranno oggi a sostituire quelli israeliani nella zona (interamente in Libano) destinata a separare i due paesi. «Non andremo al sud per togliere le armi a Hezbollah e fare il lavoro che Israele non ha fatto», ha precisato subito il ministro della difesa libanese Elias Murr. Israele lo vorrebbe, ma per l’esercito del Libano sarà praticamente impossibile mettere mano alle armi hezbollah: durante la guerra gli unici a «difendere il paeese» sono stati proprio i miliziani del Partito di Dio. Molto imbarazzante in questo senso il video diffuso in Libano dalla tv hezbollah Al Manar, in cui si vedr il generale Adnan Daud, capo dei regolari libanesi di una città, scherzare amabilmente prendendo il tè con ufficiali e soldati della colonna corazzata israeliana che il 10 agosto conquistò la stessa cittadina, e ordinare ai suoi uomini di disarmare.
Dopo l’annuncio del movimento di truppe libanesi, la Francia ha sbloccato le sue ultime remore e ha fratto sapere di essere disponibile a guidare la forza multinazionale. Molto si discute sulla data del suo invio e sulla sua composizione. Il segretario generale dell’Onu Kofi Annan ha fatto sapere che i caschi blu saranno pronti a schierarsi «in dieci giorni», e ha chiesto di poterne schierare subito almeno tremila. Altre condizioni da Israele: ce ne andremo solo all’arrivo delle truppe Onu, ha detto il ministro della difesa di Tel Aviv, Tzipi Livni, aggiungendo che «la guerra non è ancora finita». «Potremmo restare per mesi», ha dichiarato il capo di stato maggiore Dan Halutz. Il generale è nell’occhio del ciclone come nessun altro in Israele, ma evidentemente ha ancora il peso sufficiente per cercare di togliere quante più spine può dalla sconfitta militare rimediata in Libano.
Nonostante le intimazioni israeliane, giunte a mezzo di migliaia di volantini, che vietano ai profughi libanesi di fare ritorno alle proprie case, questi ultimi stanno invece facendo rotta verso casa. Centinaia di migliaia di persone attraversano strade e ponti disastrati per arrivare a ciò che resta delle loro città, spesso sfidando i posti di blocco israeliani. Non è un bello spettacolo, ed è altra benzina nel già capace serbatoio di malcontento di cui può disporre Hezbollah. Difficilmente i caschi blu potranno mai impedire ai profughi di tornare a casa (a quel che rimane di casa) una volta che gli israeliani avranno smobilitato. Se effettivamente lo faranno.