LE TENTAZIONI DELL’ORTODOSSIA

È già politicamente importante e di grande significato che il congresso di un partito di sinistra nel duemila sappia suscitare un dibattito teorico, ritornando alle grandi categorie interpretative della cultura marxiana. E trovo meritorio che la «rivista del manifesto» concorra a questa rinascita del ‘classico’ e apra questo confronto utile a Rifondazione e alla «rivista» stessa. Già nella fase di preparazione delle Tesi congressuali del Prc una vera e propria consultazione con intellettuali, ricercatori e luoghi diversi di esperienze politiche e culturali ha portato alla luce questa necessità e possibilità. Sull’ultimo numero della «rivista» un intellettuale del valore di Luigi Cavallaro ha aperto la riflessione prendendo molto sul serio la tesi di un congresso di partito proprio sul piano teorico.
Non si poteva chiedere di meglio. Per di più lo fa con cognizione di causa e manifestando una reale e approfondita conoscenza del lavoro contenuto nelle Tesi. Bene, molto bene. Ma sarebbe bene altresì che questa meritoria ripresa del classico si liberasse di un peso che ai classici stessi purtroppo risale: la tentazione di risolvere il confronto con l’annientamento ideologico dell’interlocutore. Kautsky può aver avuto torto in parte, può avere avuto torto allora e qualche ragione oggi, può persino aver avuto torto e basta ma in ogni caso non è il ‘rinnegato’. Lafargue, Languet e gli altri potevano avere torto sul tema decisivo della nazionalità ma non sono un ‘cricca proudhoniana’, né Proudhon è un capo-cricca. Occorre – credo – imparare a coniugare le armi della critica con un reale spirito di ricerca in una comunità allargata, considerando compagno di viaggio anche chi, lungo una diversa propensione culturale, si interroga sullo stesso nocciolo duro, quello della critica della società capitalistica.
Proporrei di bandire l’uso di ‘idola’ negativi che uccidono chiunque li tocchi. È successo di recente, e ancora ora, a intellettuali come Marco Revelli o come Toni Negri. Quale che possa essere il grado di dissenso, va considerata la dignità di una ricerca e l’utilità di un confronto cosicché di ognuno, come di ogni tendenza, all’interno di un campo largo di ricerca teorica quale è quello della critica del capitalismo del nostro tempo, si possano, anche attraverso conflitti sulle divergenze, apprezzare i punti di convergenza. Non è solo una clausola di buone maniere, né un requisito di eleganza intellettuale. È, soprattutto, l’idea che le ricerche debbano oggi porsi la finalità della costruzione di un comune sapere critico, di un ‘sapere sociale generale’ capace di dare luogo a un nuovo senso comune anticapitalistico.
Perciò mi pare indispensabile lavorare a un punto di riavvio della critica comunemente condiviso. Perciò mi pare necessario deporre le armi intellettualmente distruttive. Al contrario, ne può fare le spese persino Marx. Si può discutere su quale rapporto corra tra i Grundrisse e il Capitale (primo e terzo capitolo), ma non si può ignorare che la lezione dei Grundrisse è servita negli anni sessanta a mettere in discussione l’imprigionamento della più generale lezione marxiana dentro quella curvatura idealistica che, anche in Italia, ne aveva così pesantemente limitato la carica eversiva e liberatrice. La fondamentale riscoperta della pratica sociale dell’inchiesta, più esplicitamente riferita al Marx dell’inchiesta sulla classe operaia ne è profondamente debitrice
Non possiamo non sapere di essere nani seduti sulle spalle di giganti e di venire tutti da una grande sconfitta storica, quella del Novecento. Dunque le saccenterie proprio non sono consentite e a nessuno è dato di risalire su qualche cattedra di marxismo.

L’errore dell’ortodossia

Sento anch’io, che pure sono stato attratto da correnti eretiche quando non scismatiche nel movimento operaio, il profumo dell’ortodossia. La sbornia di nuovismi, di disinvolte svolte, di irresponsabili rotture dalla propria storia, di fuga verso un ignoto, che altro non era se non l’accettazione del capitalismo come ordine sociale naturale, possono indurre al desiderio di un sistema organico di critica capace di configurare completamente e perfettamente la traiettoria del suo superamento. Si può sentire il profumo dell’ortodossia, ma non piegarsi ad essa, quasi a configurarne una scolastica. La fissità di uno schema seppur forte, in un mondo capitalistico che cambia, produce uno spiazzamento della schema stesso e, soprattutto, non consente di acciuffare il soggetto della trasformazione possibile, il nuovo proletariato, o, se vogliamo, la nuova configurazione socio-culturale del medesimo. Ha scritto Claudio Napoleoni a proposito della ricerca di Sraffa sulla teoria del valore in Marx e nei classici che «l’immagine del processo economico viene offerta dai classici in modo logicamente insostenibile ma storicamente significante e da Sraffa in modo logicamente rigoroso, ma storicamente muto». Credo si possano usare questi termini, per analogia, per descrivere la differenza tra il procedimento di chi si propone l’uso della critica marxiana sul nuovo capitalismo facendo altresì retroagire la ricerca sull’impianto teorico stesso e quello di chi lavora sulla realtà al fine del consolidamento della tenuta logica interna al pensiero di Marx. La pura conferma è muta. Come solo a partire da Marx si può comprendere la globalizzazione capitalistica, così solo un impianto marxiano aperto può ‘prendere la parola’.
La dialettica, la ricerca dei nessi, delle connessioni ci paiono oggi particolarmente necessarie alla ricerca stessa. Vale anche nel rapporto tra ricerca teorica e proposta politica. Fa male Cavallaro a ignorare, nelle Tesi, la seconda. Quando eccezionalmente la fa, nel post scriptum, questo gli basta per considerare non irreversibile ciò che gli sembra sbagliato nell’approdo teorico. Soprattutto in un documento politico, pur senza meccanicismi, la relazione tra i due piani è ricercata, voluta, fa parte integrante del progetto. La connessione c’è, è cercata e va considerata anche perché può consentire di leggere meglio la linea di ricerca, illuminando zone, altrimenti, d’ombra. Come nel primo caso non si trattava di buone maniere, così, in questo caso, non si tratta di metodologia, bensì di una certa idea di sviluppo della ricerca e della proposta politica avanzata nelle Tesi.

Il nuovo capitalismo

Questo sviluppo è proposto a partire dalla dialettica tra i due poli. Uno muove dalla critica al modo di produzione capitalistico e al concreto farsi della società capitalistica del nostro tempo; l’altro parte dell’inchiesta sulle nuove condizioni di sfruttamento e di alienazione, dalla dinamica concreta del conflitto di classe e dalla dinamica delle forze sociali. Perciò il movimento no-global diventa il terreno privilegiato della nostra ricerca. Passa da qui, infatti, la possibilità di vincere la sfida del nostro tempo, quella della ricostruzione della politica come trasformazione della società capitalistica, come inveramento della prassi del cambiamento, come componente, se ci si intende, del processo rivoluzionario. Si potrebbe dire, in un certo senso, che la differenza tra le Tesi e le posizioni di Cavallaro nasce da una preposizione articolata. Cavallaro sembra interpretare un ‘nel’ (che ha un significato limitativo) come un ‘del’ (che ha, invece, un significato generale).
Le Tesi parlano di «una modificazione nel processo di valorizzazione del capitale» non di una modificazione ‘del’ processo. Fuori da pignolerie linguistiche, le Tesi parlano di un cambiamento che non muta la natura capitalistica della formazione economico-sociale, ma le sue caratteristiche interne. Che il capitalismo abbia il suo punto di forza nella capacità di innovarsi è persino una banalità. Il capitalismo si innova sempre. Ma, a volte, produce un balzo, un’innovazione profonda e diffusa che segna, per decenni, la sua stessa storia rendendola così diversa da tutte quelle precedenti. E, con essa, segna le caratteristiche dello scontro di classe, dell’organizzazione statuale e politica della società, della cultura delle classi dominanti e di quelle subalterne. L’innovazione della rivoluzione capitalistica restauratrice che chiamiamo globalizzazione è una di queste. Credo che il nostro dissenso riguardi la natura e la consistenza di questo salto. Non riguarda la questione se esso tocca la natura capitalistica della società (almeno non per noi).
Cavallaro scrive: «secondo Marx, la natura è fonte di ricchezza (cioè di valori d’uso), il lavoro astratto è fonte di valore, il processo lavorativo è processo di valorizzazione quando assume forma capitalistica e il consumo dei salariati e dei capitalisti realizza il plusvalore oggettivato nelle merci. Il resto per usare parole marxiane è olla podrida». Siamo, senza condizioni, d’accordo con questo Marx, ma non con la possibilità di fare ricorso, nel caso in questione, a parole usate altrove da Marx. Il resto, lo dice Cavallaro, è «olla podrida». No, il resto è proprio il cuore della ricerca, una volta assunto e declinato un preciso punto di vista con il quale effettuarla. Appunto, quello proposto da Marx. Penso che si possa dire con Hanna Arendt che, in generale, si tratta di portare sulla teoria l’attrito conoscitivo e politico dell’esperienza e che, ancora più specificamente, proprio l’ambizione di Marx di superare la filosofia nella prassi della trasformazione richieda questo approdo.
Del resto, tutta la storia del movimento operaio è storia, se pure spesso non riuscita, di questa ricerca. Perché, se non per segnare una differenza rispetto a un ciclo precedente, si parlò dell’imperialismo come «fase suprema del capitalismo»? E, altrimenti, perché tanto insistere sul passaggio dalla prima alla seconda rivoluzione industriale e, ancora, negli anni ’60, sul neocapitalismo? O, forse, dovremmo considerare inutile il lavoro di Braveman su Lavoro e capitale monopolistico e gli studi di Kalecki sulla teoria della domanda effettiva e sul modello di un ciclo politico o quelli di Baran sul surplus e ancora quelli della Scuola di Francoforte sulla società capitalistica contemporanea? Tutto ciò di cui disponiamo come sapere critico nasce dalla ricerca su ciò che è organico al modo di produzione capitalistica e ciò che connota una specifica fase del suo sviluppo. Il concreto sviluppo della lotta di classe dipende, anche, da questa ricerca. Se il resto fosse solo «olla podrida» perché scrivere Americanismo e fordismo?
Dopo l’esperienza del ciclo di lotta anticapitalistica, caratterizzata dalla centralità dell’operaio comune di serie e dello studente di massa, e incardinata sulla contestazione dell’organizzazione capitalistica del lavoro e della sua scientificità il punto di vista di Gramsci sul taylorismo risulta criticabile, ma la lezione di quella ricerca resta forte. Resta il bisogno di cogliere la discontinuità tra una fase e un’altra dello sviluppo capitalistico e di definire il carattere saliente di quella determinata fase. Scrive Gramsci: «Si può dire genericamente che l’americanismo e il fordismo risultino dalla necessità immanente di giungere all’organizzazione di un’economia programmatica e che i vari problemi esaminati dovrebbero essere gli anelli della catena che segnano il passaggio appunto dal vecchio individualismo economico all’economia programmatica».
Resta il bisogno di indagare quale esito può avere quella determinata fase dello sviluppo capitalistico. Scrive poi Gramsci che occorre esaminare la «questione se l’americanismo possa costituire un ‘epoca’ storica, se cioè possa determinare uno svolgimento graduale del tipo, altrove esaminato, delle ‘rivoluzioni passive’ proprie del secolo scorso o se invece rappresenti solo l’accumularsi molecolare di elementi destinati a produrre un’‘esplosione’ cioè un rivolgimento di tipo francese».
Resta il problema decisivo nella trasformazione e, rispetto al concreto dispiegarsi della lotta anticapitalistica, della individuazione, nella nuova fase, delle forze motrici del cambiamento. Scrive ancora Gramsci: «Non è dai gruppi sociali ‘condannati’ dal nuovo ordine che si può attendere la ricostruzione, ma da quelli che stanno creando, per imposizione e con la propria sofferenza, le basi materiali di questo nuovo ordine: essi ‘devono’ trovare il sistema di una vita ‘originale’ e non di marca americana, per far diventare ‘libertà’ ciò che oggi è ‘necessità’».
Avendo chiara tutta l’inadeguatezza dei nostri mezzi (siamo nani sulle spalle dei giganti) non è diverso il compito che abbiamo di fronte: indagare la grande mutazione che è in corso ‘nel’ capitalismo e, in particolare, rispetto al lungo ciclo fordista che l’ha preceduta e a cui questa globalizzazione subentra, aprendo una nuova fase dello sviluppo capitalistico. Essa interviene nella composizione del capitale, nella composizione sociale del lavoro, nell’organizzazione statuale e della società civile; investe la sovranità e la rappresentanza, muta il rapporto tra pace e guerra, ci mette di fronte ai segni di una crisi di civiltà.

Il pericolo di una crisi di civiltà

L’accrescimento del processo di finanziarizzazione, l’accelerazione della velocità nel movimento dei capitali, la loro compenetrazione e riorganizzazione su scala mondiale sono tanto rilevanti che in una società dalle forti radici nazionali e repubblicane, come quella francese, vengono pressoché generalmente considerati i fattori determinanti di una frattura della coesione sociale. E questa frattura è individuata quale punto cruciale che può portare la società in cui viviamo al rischio di una vera e propria crisi di civiltà. Il nanismo politico dell’Europa della moneta unica è certo determinato dalle sue classi dirigenti ma è, indubbiamente, co-determinato da quei processi transnazionali.
È difficile negare il nesso tra l’accrescimento del processo di finanziarizzazione e la crescente instabilità di questa modernizzazione capitalistica, la natura del suo andamento ciclico, l’esplosione devastante di crisi economiche là dove si era prospettata una crescita accelerata, il ritorno della crisi economica là dove la particolare, e particolarmente prolungata crescita, si illudeva di averla espulsa. La lunga crisi giapponese, la caduta del mito delle ‘tigri asiatiche’, l’Argentina, fino alla crisi negli Usa non si spiegano se non indagando anche la nuova composizione del capitale e il suo rapporto con le modifiche intervenute nella relazione con gli Stati e fra gli Stati. Non c’è un nesso particolare tra la politica del Fondo monetario e le crisi in grandi aree economiche del mondo? La questione del mutamento del rapporto tra Stato ed economia è oggetto spesso di un curioso fraintendimento che si ripropone anche nei confronti delle Tesi. Non c’è, in noi, alcuna sottovalutazione o, peggio, annullamento del ruolo dello Stato e del governo. Ne fa fede la pratica politica concreta. Se non avessimo attribuito alla volontà soggettiva di un governo e delle forze politiche che lo sostengono un peso forte nella determinazione dei processi economici e sociali, non avremmo dato luogo a uno scontro politico sullo schema ‘svolta o rottura’. Scontro che ci ha portato a rompere con il governo Prodi, pagando persino il prezzo di una scissione. Tutta la nostra critica radicale al centro-sinistra da Clinton a Blair, passando per D’Alema, è stata fondata sulla concreta possibilità di un’alternativa alla guerra e alle politiche neoliberiste; possibilità che, invece, è stata negata dalle scelte soggettive del centrosinistra che ha scelto una posizione organicamente neocentrista, caratterizzata dalla candidatura al governo sulla base di una adesione proprio alla guerra e al neoliberismo. La politica non muore, si mimetizza e, sulla base di una politicizzazione forte dei processi materiali che fondano nuove istituzioni politiche a essi più funzionali, tende a oggettivarsi, trasformando a questo scopo le organizzazioni statuali e le forze politiche. A meno che… A meno che un movimento di contestazione del nuovo ordine ne faccia esplodere, o almeno ne porti in primo piano, le contraddizioni interne. Esattamente ciò che è accaduto con la crescita del movimento no-global.
Il processo di finanziarizzazione ha accompagnato, non sostituito, una ristrutturazione il cui motore è stato la riorganizzazione su scala planetaria della forza lavoro, da un lato raggiungendola nei punti dove essa si compra al suo prezzo più basso e, dall’altro, precarizzandola, flessibilizzandola e segmentandola. La liberalizzazione del mercato del lavoro e la privatizzazione dell’economia non sono state solo una operazione di riduzione dei costi diretti e indiretti del lavoro, funzionale all’assolutizzazione della competitività, ma anche un ridisegno neoconservatore e restauratore della società. Il ruolo dello Stato nel corso della rivoluzione restauratrice ha subito un rovesciamento. Era stato, in Europa, dopo la vittoria contro il nazifascismo, l’architetto del compromesso sociale e democratico, quel compromesso determinato dalla lotta di classe. È diventato, nella globalizzazione capitalistica e con la rivincita di classe, l’agente della cancellazione dell’intervento pubblico diretto nell’economia, della destrutturazione dello Stato sociale, mentre concorre ad abbattere il potere contrattuale dei lavoratori. Nuovi ordinamenti internazionali (es. Maastricht) nuove istituzioni sovranazionali senza sovranità e democrazia, nuove regole internazionali, sollecitano e consolidano il rovesciamento di ruolo e trasferiscono poteri.

La nuova instabilità

La crisi dello Stato nazionale nell’Europa che lo aveva visto nascere è sotto gli occhi di tutti. Il ruolo dominante degli Usa è ridefinito in questo stesso processo: modello sociale preferito dalla globalizzazione capitalistica, locomotiva della crescita, potenza militare che pretende, a nome di tutti, il potere di intervento militare e di guerra. Le alleanze internazionali, invece che stabili, a geometria variabile parlano di una fase dei rapporti fra gli Stati e tra lo Stato e l’economia completamente diversa da quella precedente. Non è un nuovo ordine stabile e pacificato; è un processo instabile e contraddittorio in cui le straordinarie dinamicità impresse dall’innovazione non sanno rispondere né alle domande di senso né alle contraddizioni che esso acutizza. O, almeno, non lo sanno fare seguendo la via della democrazia, del consenso e dello sviluppo di civiltà. Così prende le mosse la seconda globalizzazione, quella del tempo della crisi. In essa la guerra da ‘costituente’ può diventare ‘indefinita’ e le stesse politiche economiche possono dover cercare vie diverse da quelle della generalizzazione delle politiche neoliberiste, che pure erano quelle preferite o reclamate dalla globalizzazione capitalistica allo stato nascente.

§

La contesa del lavoro era è resta decisiva. Perciò, indagarne i cambiamenti è, per noi, questione di vita o di morte. L’osservazione empirica, l’inchiesta ci hanno parlato di trasformazioni profonde e radicali nel lavoro dipendente, nel lavoro autonomo eterodiretto e nel rapporto tra loro. Cosa c’è da capire? Molto. C’è da capire la direzione di marcia del cambiamento nella composizione del lavoro salariato e c’è da capire qual è il bandolo da tirare per la sua ricomposizione nel conflitto. Penso che il problema dell’incontro tra la classe operaia tradizionale e le nuove realtà del mondo del lavoro sia comparabile a quello che, nella fase precedente, è stato il tema del rapporto tra operaio professionalizzato e operaio comune. Forse più grande ancora per il modo in cui quell’incontro si incrocia oggi con la questione della soggettività e della cultura di genere. C’è da capire che rapporto si venga a stabilire tra il tempo di lavoro in cui viene estratto il plusvalore e la capacità del capitale di sottomettere al mercato e alla produzione l’intera vita in una società che non vede la fine del lavoro bensì l’avvento di un lavoro senza fine.
Riccardo Bellofiore ha fornito, io credo, un eccellente punto teorico di partenza: «Nella lettura della teoria marxiana, che siamo andati proponendo – ha scritto – lo sfruttamento non va inteso tanto come l’appropriazione di un plus-prodotto o di un plus lavoro, fenomeni ampiamente presenti anche nelle formazioni sociali precapitalistiche, ma va piuttosto visto come l’imposizione e il controllo diretto e indiretto che gravano su tutto il lavoro per ottenere il plus-lavoro. Il lavoro è sfruttato perché è lavoro forzato ed eterodiretto già nel momento della produzione. Si tratta di una circostanza peculiare del capitalismo, in qualche modo la sua differenza specifica».
Ora, se è vero che per affermare che il lavoro astratto è la forma sociale del sistema di relazioni capitalistiche non c’è bisogno di appoggiarsi al concreto determinarsi delle forme di organizzazione del lavoro, io credo che, persino la ricerca teorica sul valore, come ha dimostrato la sua stessa storia, sia attraversata dall’analisi della composizione concreta della forza lavoro. Ma, soprattutto, credo che il conflitto di classe, il suo concreto dispiegasi in una fase dello sviluppo capitalistico siano incomprensibili senza questa esplorazione e che, in una nuova fase, non si possa contribuire alla loro crescita quantitativa e qualitativa senza una ricerca sulle modificazioni dell’organizzazione capitalistica del lavoro e sulla composizione sociale del lavoro. Più in generale passa di qua la ricerca e l’individuazione del soggetto della trasformazione del capitalismo, del soggetto rivoluzionario nella sua concreta determinazione storica. La crescita di criticità anticapitalistica si lega alla critica alle forme concrete dello sfruttamento, non solo dei lavoratori, ma della natura. Come non vedere nel movimento no-global il rispecchiarsi di una critica alle nuove forme di sfruttamento della natura? Come non vedere il salto di qualità che muta nel profondo un rapporto tra produzione capitalistica e natura che fin ora aveva sfruttato la materia inerte e che ora investe direttamente ‘il vivente’? Il superamento di questa soglia (nel nostro discorso conta qualcosa la clonazione?) dentro i rapporti capitalistici, in una società ordinata dal mercato e caratterizzata dalla diffusione della mercificazione può aprire la strada alla barbarie. Questo problema deve o no interessare la nostra ricerca e la stessa teoria da cui pure muoviamo? Arrighi e Hobsbawm facevano notare che la globalizzazione tende ad investire tutto l’esistente mentre l’organizzazione della politica risulta decisamente limitata. La crisi della democrazia si manifesta anche così, in uno scarto drammatico ulteriormente sottolineato dal carattere economico-corporativo delle nuove istituzioni senza sovranità perché deprivate dalla capacità-possibilità di proporsi interessi generali. Dunque persino per la democrazia non si può parlare più in termini di difesa o di ritorno a un ordine leso. Essa chiede una reinvenzione e nuove forze per progettarla in modo da sfidare la propensione del nuovo tipo di sviluppo capitalistico a farne a meno. Olla podrida?