«Le tasse? Guardate le grandi imprese»

Continua la polemica sull’evasione fiscale, e contro i propositi del viceministro all’Economia Vincenzo Visco – che aveva parlato di un’anagrafe misurata sul contribuente – si scagliano addirittura parti della maggioranza, in difesa di un imprecisato «ceto medio». Il ministro della Giustizia Clemente Mastella gioca con il nome del collega, spiegando che «Visco fa rima con fisco», e mette in guardia il governo: «Non dobbiamo dare l’impressione di voler colpire i ceti che non ci hanno votato. Il fisco deve tenere un basso profilo, agire senza usare la grancassa, perché questo fa perdere voti alla coalizione di governo». Se il rappresentante dell’Udeur corre a rassicurare i moderati, ancora più sferzante è Daniele Capezzone, della Rosa nel Pugno, che bolla la politica di Visco, e le sue «interviste fiscali», di essere «vetero»: «L’establishment di centrosinistra – dice il radical-liberista – continua a parlare solo con la Confindustria e i sindacati, e non si rende conto che esistono 6,5 milioni di imprese, piccole o micro, che non sono iscritte a Confindustria. Il governo e il centrosinistra non riescono a cogliere i segnali di modernità che vengono da fette della Uil e della Cisl, dalla Confapi». Un inno agli autonomi, occhi doppiamente chiusi sui «furbetti» che evadono, e la riduzione del problema tasse a un conteggio di voti: «Nell’ultimo confronto elettorale – conclude Capezzone – il vantaggio dell’Unione è scemato quando il centrosinistra ha cominciato a parlare di tasse».
Dall’altro lato, gli artigiani della Cgia di Mestre continuano a produrre dati per difendere la categoria degli autonomi: se qualche giorno fa avevano additato i «dipendenti e pensionati in nero che fanno un doppio lavoro», ieri si sono scagliati contro le grandi imprese, facendo direttamente i nomi. Il presidente Cgia Giuseppe Bortolussi ha spiegato che il 41,3% delle grandi imprese dichiara di essere in perdita, l’8,5% registra un reddito pari a zero, mentre il 17% dichiara redditi inferiori ai 10 mila euro. «E poi ci si scandalizza – dice – se il 25% degli autonomi dichiara redditi inferiori ai 6 mila euro?». Ecco l’elenco diffuso dall’associazione, secondo le dichiarazioni 2004: la Fiat con un fatturato di 16 miliardi di euro, dichiara perdite di 1,649 miliardi; Trenitalia: fatturato 4,784 miliardi e perdita 327,6 milioni; Alitalia: fatturato 4 miliardi, perdita 810 milioni; Enel.it: fatturato 440 milioni, perdita 7 milioni; Wind: fatturato 4,2 miliardi e perdita 391 milioni; Ferrari: 512 milioni di fatturato e perdite 26 milioni.
Lo scaricabarile è solo all’inizio, pare, e intanto intervengono anche i consumatori. Elio Lannutti, dell’Adusbef, appoggia pienamente la politica annunciata da Visco e chiede anzi di introdurre, come negli Stati Uniti, il meccanismo del «conflitto di interessi»: ovvero rendere scaricabile qualsiasi fattura fiscale, in modo da obbligare (per sua stessa convenienza) il cittadino a chiedere sempre scontrini e fatture a commercianti e professionisti.
La Cgil, con il segretario Maurigia Maulucci, bolla come «squallido» il dibattito: «La politica deve starne fuori, pagare le tasse è un atto dovuto: per primi ne guadagnano le imprese virtuose, che possono avere incentivi, e dipendenti e pensionati, che potranno contare su un welfare migliore». «Abbiamo sempre detto che la riforma fiscale del governo Berlusconi era un obbrobrio – conclude Maulucci – Occorre rivedere tutto l’impianto e ripristinare trasparenza e progressività».
Dall’opposizione sono tornate a piovere le lamentele: il centrosinistra è «appassionato di vendette», secondo Luca Volontè (Udc); per Adolfo Urso (An), «il commissario politico della sinistra al ministero dell’Economia (Visco, ndr) delinea una repressione fiscale verso i nuovi nemici di classe, i kulaki dei giorni nostri». Silvio Berlusconi, dalle spiagge chic di Olbia, si vanta di essere «l’italiano che paga in assoluto più tasse: ogni giorno le mie aziende versano 4 miliardi di vecchie lire, compresa la tassa sul lusso, e ne sono fiero». L’ex premier grandeggia, come al solito: «Io pago tutto, più di quanto dovrei», spiega da cittadino iper-ligio, dimenticando per un attimo le tirate contro le tasse e gli inviti all’evasione fatti fino a ieri.
Si sviluppa anche il dibattito sul ritocco delle aliquote, Irpef e rendite finanziarie. Il sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi parla di una soglia unica, che farebbe incontrare lo scaglione dei redditi più bassi (fino a 26 mila euro lordi, oggi al 23%), con la tassazione sulle rendite (27% depositi, 12,5% transazioni): tutto verrebbe portato a un’aliquota unica, al 20%. Ma secondo Maurizio Leo (An) e Renato Brunetta (Forza Italia) sarebbe un obiettivo difficile da realizzare, per mancanza di copertura: «Non vorremmo che per riperire risorse si mettesse di nuovo mano agli studi di settore, perché si inciderebbe su categorie che possono fare da volano alla ripresa».