Le tasse, da Reagan alla spazzatura

Tutto finisce nella pattumiera, così anche Berlusconi dopo aver abolito – sullo schermo – una tassa dopo l’altra chiude promettendo di tagliare la tassa sui rifiuti. Nel 2001 fu il «meno tasse per tutti», nel 2006 un ventaglio di promesse attorno a un’unica convinzione: sul fisco si vinsero le scorse elezioni, sul fisco si può ancora recuperare – o perdere meno rovinosamente. Ma quanto contano oggi le tasse nell’urna, a 25 anni dalla rivoluzione reaganian-thatcheriana e a 6 dal primo «read-my-lips: no-more-taxes» (leggete le mie labbra: nessuna tassa in più) di Bush figlio?
Sondaggi non se ne possono più dare, ma le opinioni di quelli che li fanno sì. Secondo Roberto Weber, della Swg, il vento è cambiato e non da ieri: «la svolta è cominciata nel 2001, cioè proprio nell’anno del massimo trionfo di Berlusconi». Da quell’anno-spartiacque, ha cominciato a spostarsi anche l’equilibrio tra due opposte tendenze e pulsioni collettive: da un lato, la richiesta di meno tasse; dall’altro, il desiderio di protezione sociale. «Cinque anni fa le proporzioni erano più o meno 60 a 40, cioè in un ipotetico scambio tra pagare meno tasse e avere più protezione sociale il 60% era per la prima ipotesi; adesso il 66% preferisce avere più protezione sociale, anche a costo di pagare più tasse». Se questa è la tendenza generale, «ciò non vuol dire che le promesse sul fisco non abbiano un impatto sull’elettorato», precisa Weber. Non a caso Berlusconi ha piazzato in coda di campagna elettorale il blitz sull’Ici. Solo che «quest’effetto è oggi molto depotenziato rispetto al passato. Tra le preoccupazioni degli italiani sul dopo-voto, la paura della precarietà e dell’aumento dei prezzi pesa di più di quella delle tasse su Bot e successioni». Tra i timori espressi nelle risposte ai sondaggi italiani e le marce francesi contro il contratto di primo impiego Weber vede un nesso forte, «una tendenza planetaria: che non vuol dire uno spostamento a sinistra, ma un’ansia e un senso di smarrimento comuni». Timori ai quali il semplice «no more taxes» non fornisce risposta.
Vista dall’altra sponda dell’Atlantico, e da un fautore della politica del «meno tasse», la questione cambia ma le conclusioni non sono poi così lontane. Alberto Alesina, economista italiano che insegna ad Harvard, editorialista del Sole 24 ore, pensa che «anche in Europa, dove c’è un elettorato che per tradizione e cultura tollera le tasse molto più di quanto non faccia l’elettorato americano, sia cresciuta nel ceto medio-alto una sensibilità al messaggio della riduzione del peso fiscale». Sensibilità che a parere del professor Alesina non dovrebbe esser messa in discussione dalla crisi economica. «La protezione sociale, gli aiuti alle imprese sono solo una parte della spesa pubblica, e comunque non sono buone ricette anti-crisi». Il problema è un altro: «Per ridurre le tasse bisogna ridurre la spesa pubblica, e questo solo una vera destra liberista può farlo». Con il che Alesina mette il dito nell’altra piaga berlusconiana: quanto è credibile una destra che promette meno tasse ma non può realizzare il miraggio per incapacità di compiere il passo successivo, ossia tagliare le spese? E quanti voti invece perderebbe, fuori dalla «vera destra liberista», se fosse credibile?
«Bush ha ridotto le tasse dilapidando l’attivo di bilancio ereditato da Clinton, Berlusconi è riuscito a tagliarle molto meno aumentando il deficit e riducendo la spesa sociale attraverso i tagli agli enti locali». Laura Pennacchi, economista, ex sottosegretario e (ormai) ex deputata dei Ds,dà un bilancio un po’ diverso del «già fatto» dalla destra italiana sulle tasse. E dà qualche numero: il secondo modulo della riforma fiscale di Tremonti ha lasciato invariate le posizioni del 63% degli italiani e premiato gli altri. Ma tra i premiati, il solo 2% più ricco ha avuto il 40% dei vantaggi. «Un’ingiustizia evidente»: ma quanto percepita in giro per l’Italia? E quanto pesa ancora l’illusione di poter entrare nel club ristretto dei favoriti? Pennacchi risponde citando le indagini fatte prima delle elezioni in tutti i paesi europei, dalle quali per esempio Blair apprese che i suoi elettori erano disponibili a pagare più tasse per tornare ad avere trasporti funzionanti. «Quando poi ci si accorge che dietro l’ideologia della riduzione delle tasse c’è l’obiettivo di tagliare le spese, molti non ci stanno, soprattutto dopo aver visto che questa politica non ha portato crescita dell’economia né dell’occupazione». Questo non vuol dire che l’offensiva finale di Berlusconi sia stata del tutto inutile, soprattuto dopo l’insistenza («e le bugie») sul tema delle «tasse della sinistra»: «ma non credo che lo spostamento di voti sia stato rilevante».
Anche perché «non tutte le tasse sono uguali». Chi parla così è Piergiorgio Corbetta, ricercatore dell’Istituto Cattaneo, attento ai flussi elettorali e alle realtà territoriali. Secondo Corbetta, quello dell’Ici può essere stato addirittura un boomerang. «Lo slogan ‘Roma ladrona’ qui non vale. Quando si dice Ici, si pensa al bilancio del proprio comune. E allora, l’associazione con l’asilo nido che non ha più posti, o con altri fatti della vita quotidiana è immediata». Corbetta giudica invece inadeguata la reazione dell’Unione all’offensiva di Berlusconi sul fisco: «La percezione del rapporto tra tasse e servizi sociali è cambiata, la sinistra ha sbagliato a non difendere la moralità dell’equazione tra tasse e servizi». Su questo, la frase-simbolo della campagna l’ha detta ancora una volta Berlusconi, quando ha accusato la sinistra di volere usare le tasse per redistribuire il reddito, e «rendere uguali il figlio del professionista e quello dell’operaio». Altro che accusa, è un complimento. «Bisognava rivendicare, non difendersi», dice Corbetta. Anche Laura Pennacchi, che a «L’eguaglianza e le tasse» ha dedicato un libro e che precisa «le tasse restano un mezzo, non un fine», è saltata sulla sedia a quella frase: «Lui ha redistribuito dai figli degli operai ai figli dei benestanti. E questo è un fatto, non un proclama».