Le scatole cinesi dei servizi segreti americani

Si moltiplicano, in Iraq e non solo, le «operazioni coperte» delle quali spesso sono all’oscuro i Servizi ufficiali

Il Pentagono sta promovendo un «piano globale di controterrorismo che permette a forze delle Operazioni speciali di entrare in un paese straniero per condurvi operazioni militari senza il consenso dell’ambasciatore statunitense»: la notizia, riportata in questi giorni dal Washington Post, conferma quanto sosteneva William Arkin nell’ottobre 2002, ossia che «il Dipartimento della difesa sta costruendo un esercito segreto di élite con a disposizione risorse che comprendono l’intera gamma delle capacità necessarie a condurre operazioni coperte». Un anno dopo, nel novembre 2003, il Pentagono confermava che «una forza coperta sta dando la caccia a Saddam Hussein». Nel maggio 2004, una inchiesta di The New Yorker rivelava l’esistenza di «un programma altamente segreto del Pentagono, che autorizza in anticipo l’uccisione o la cattura e, se possibile, l’interrogatorio di obiettivi “di alto valore” nella guerra al terrorismo». Sono stati reclutati a tale scopo commandos e agenti segreti, autorizzati a operare sotto falsa identità così che non siano rintracciabili. Successivamente, nel gennaio 2005, un’inchiesta del Washington Post confermava l’esistenza di una nuova branca del Pentagono, la Strategic Support Branch, che, composta di piccole squadre, opera segretamente in Iraq, Afghanistan e altri paesi sotto il diretto controllo del segretario alla difesa. Tali rivelazioni non sono frutto di eccezionali capacità giornalistiche, ma di informazioni fatte volutamente filtrare da altri settori governativi che vengono scavalcati dalle iniziative di Rumsfeld. Il Dipartimento di stato, riporta The Washington Post, ritiene pericoloso indebolire l’autorità degli ambasciatori statunitensi, i massimi rappresentanti del presidente all’estero, in quanto operazioni segrete condotte senza il loro consenso o a loro insaputa possono «complicare lo spionaggio Usa all’estero», condotto dall’apposito servizio segreto del Dipartimento di stato. Dello stesso parere è la Cia, che teme un indebolimento del ruolo dei suoi capi missione all’estero. La Cia però non sta con le mani in mano. Essa ha ricevuto dal presidente Bush una «autorità eccezionalmente espansa» che le permette di «operare in modo indipendente». Rientra in tale quadro un «programma segreto» che le dà modo di «trasferire sospetti terroristi in altri paesi per interrogarli senza l’approvazione della Casa bianca, del Dipartimento di stato o di quello della giustizia» (The New York Times, 6 marzo).

Tutto ciò complica enormemente il quadro già complesso della «Comunità dell’intelligence» statunitense, di cui fanno parte ufficialmente 17 settori statali. Non solo il Dipartimento di stato ma anche altri dipartimenti, tra cui quelli della sicurezza della patria e dell’energia, hanno propri servizi segreti. Oltre alla Cia c’è la Dia, l’agenzia di intelligence della difesa. E, oltre alla Dia, ci sono i servizi segreti dell’esercito, della marina, dell’aeronautica e del corpo dei marines. Si aggiungono a questi due agenzie di intelligence geospaziale, che raccolgono informazioni con i satelliti-spia, e l’Agenzia della sicurezza nazionale con un organico di almeno 30mila agenti. Vi è inoltre la «supersquadra» creata dall’Fbi con il compito non solo di investigare ma di catturare ovunque nel mondo coloro che sono ritenuti terroristi, o comunque pericolosi per gli Stati uniti, e di tradurli a Guantanamo e in altri luoghi di detenzione sotto giurisdizione statunitense.

Poiché all’interno di questi servizi segreti vi sono altri settori ancora più segreti, e poiché essi sono in competizione o in lotta l’uno con l’altro, può avvenire che una determinata operazione sia effettuata a insaputa degli altri o volutamente per metterli in difficoltà. Può così avvenire che perfino un ambasciatore, il massimo rappresentante del presidente all’estero, ignori le ragioni e la dinamica di una determinata «operazione speciale» condotta in nome della «guerra globale al terrorismo».