Le regole della convivenza dentro Rifondazione

Le polemiche dopo il Congresso

Al di là dei differenti giudizi che possiamo darne, la critica di Rossanda al congresso di Rifondazione – “Un brutto congresso” ha titolato il manifesto mercoledì scorso – in particolare sull’approvazione a maggioranza dello statuto e sulla composizione “maggioritaria” degli organismi dirigenti, pone a tutti noi una questione più rilevante: le ragioni del nostro stare insieme. Un partito è una forma liberamente organizzata – una porzione di società: se si fosse seguito questo principio si sarebbe potuta evitare la sovrapposizione tra partito e Stato, evidentemente fondata su altre esigenze – e un partito comunista è un’organizzazione strutturata per dare corpo ad alcuni valori di base: l’emancipazione degli oppressi e delle oppresse, la lotta per la democrazia, la rivoluzione come processo – il “rivoluzionamento” dei rapporti sociali di cui parlava Rosa Luxembourg – il socialismo non come dogma ma come transizione dialettica e critica. L’insieme di questi valori condivisi fanno dell’appartenenza al partito un elemento che trascende le sue fasi parziali, i cambiamenti di linea, gli aggiustamenti tattici. Ed è questo che dà valore a uno Statuto.
Lo statuto è un po’ come la Costituzione, dà conto e rende ragione delle motivazioni fondamentali dello stare insieme, del partecipare al medesimo progetto in forma organizzata, del partito come comunità che si riconosce a prescindere dalle divergenze. Per questo lo Statuto ha sempre bisogno del più largo consenso, mentre alla linea politica è sufficiente la maggioranza dei voti. L’approvazione a maggioranza dello statuto di Rifondazione, avvenuta al congresso, ha violato questo principio di base e rischia di incrinare le ragioni dello stare insieme. Questo è il dato negativo. Nella sua risposta a Rossanda, Rina Gagliardi dice che la responsabilità di ciò non può essere fatta ricadere sulla maggioranza, e sul suo segretario, ma anche sulla determinazioni delle opposizioni a fare dello Statuto un elemento di scontro. Ma se lo Statuto è un elemento così vitale, è logico che se ne faccia un punto di battaglia decisivo. Lo scontro, tuttavia, è dipeso dal fatto che il dibattito sulla riforma delle regole e degli organismi dirigenti non è stato messo a disposizione dei congressi di circoli, di un dibattito esteso nel corpo del partito che pure è durato mesi e che solo negli ultimi, decisivi, giorni ha scoperto un “dossier” con il quale non credeva, e non sapeva, di doversi cimentare. Anche questo ha prodotto un’impennata delle polemiche e della tensione.

Ma la discussione sullo Statuto non si può ridurre solo a fatto formale, in quanto ha implicazioni sostanziali sul partito, sulla concezione che ne abbiamo e sulla sua utilità a un processo di rifondazione comunista (il bello di questo termine, infatti, non è tanto il suo cristallizzarsi in forma organizzata ma la sua processualità). Se lo Statuto è il “restato” (per usare l’immagine di Nichi) dello stare insieme lo è perché il partito è il luogo che riteniamo più utile in cui far avanzare la nostra ipotesi di trasformazione sociale. E fino a quando non valutiamo che le divergenze politiche facciano venire meno quelle ragioni, fino a quando riteniamo di dover compiere lo stesso viaggio, fino ad allora sarà normale che ognuno, ognuna di noi si occupi dell’insieme della macchina: ci sarà chi guida ma gli altri non possono fare solo da spettatori. Nessuno chiede più nel partito al segretario di “fare sintesi” – anche questo è un avanzamento. Il segretario ha il diritto di portare avanti le sue convinzioni; ma ha anche il dovere di essere segretario di tutto il partito e non solo della sua maggioranza. Per questo non ha il diritto di attaccare pubblicamente una parte del suo partito e di ridicolizzarla.

Gestione unitaria e sintesi non sono sinonimi. Per questo non condivido la “gestione maggioritaria”. Personalmente non l’ho mai concepita come possibile. Conosco partiti, come la Lcr francese, in cui, nel passato, a una tendenza è stata affidata la tesoreria del partito e a un’altra minoranza, oggi, la direzione del giornale. Piccolo partito, si dirà. Ma si guardi all’esperienza del Pt brasiliano e al grado di convivenza tra le sue diverse tendenze (nel passato quel partito ne ha contate ben dieci). Esempi che dimostrano sempre la stessa cosa: il grado di “solidarietà” interna a un partito ha la meglio sulla divergenza di linea. E se la linea politica può essere di maggioranza – che ha tutto il diritto di andare avanti sulla propria ipotesi di lavoro e di applicare la propria indicazione – il partito è di tutti per la semplice ragione che altrimenti non esisterebbe, cesserebbe di essere quello che è. Per questo credo che una minoranza possa avanzare il diritto di dirigere un settore di lavoro: magari non quello più funzionale alla linea vincente (tipo il capogruppo parlamentare) ma un settore di lavoro che valorizzi le convinzioni e i valori di base del partito. A condizione, certo, di renderne conto e di mettersi a verifica, cosa che comunque vale sempre per tutti.

Questa soluzione, del resto, è l’unica che permetta di affrontare il pericolo delle “cristallizzazioni interne” come le chiama Rina Gagliardi, pericolo a mio avviso aggravato da una gestione che esclude le minoranze condannate, così, a perpetuare il proprio ruolo di opposizione. La presenza di tendenze, di aree, di anime o sensibilità all’interno del Prc, come in altri partiti, non è tanto il risultato di una concezione atavica del partito o di uno strascico residuale. Fare in questo caso una discussione sulla bontà delle “correnti” (termine che deriva dalla vulgata socialdemocratica) o magari delle “frazioni”, non serve a nulla. Semplicemente, perché siamo in una particolare fase politica in cui la ricostruzione di un movimento operaio adeguato alle sfide del presente, e dunque la ricerca teorica e pratica, investe storie e culture diverse e sollecita tutti e tutte a uno sforzo supplementare. In assenza di fluidificazioni è logico che le “storie” particolari abbiano la meglio e antiche appartenenze possono apparire come le più adeguate ad affrontare le domande attuali. Piuttosto, questa realtà – che ha animato anche il congresso dei Ds, non a caso svoltosi con quattro mozioni – mette in luce il limite del Prc che non è riuscito a spostare in avanti il terreno del confronto – per quanto in questa direzione molti di noi si sono cimentati, registrando una sconfitta. Oggi non è possibile risolvere questo limite, recidendolo. Né scomunicando le tendenze interne – cosa che nessuno fa, evidentemente – ma nemmeno teorizzando le “mani libere” per la maggioranza. Il punto – che vale per l’intero processo di rifondazione e non solo per Rifondazione comunista – è come costruire un incrocio in cui la condivisione dei valori di fondo e la gestione della politica quotidiana si incontrino. La condivisione di esperienze comuni rimane l’unico strumento per potersi fluidificare o, per lo meno, per evitare la cristallizzazione e la ripetizione delle proprie appartenenze. E’ un passaggio difficile e forse sono molti quelli che desiderano farne a meno. Ma se c’è una cosa che il movimento di questi anni ci ha insegnato è stata proprio la possibilità di mettere a valore le differenze. Il movimento lo ha fatto con un metodo rivoluzionario, e forse non sempre applicabile, quello del “consenso”. Niente maggioranze e minoranze, niente votazioni, niente assemblee decisive. Si decide per consenso e il consenso lo si cerca fino allo stremo, perché i valori di fondo sono più forti di possibili divergenze momentanee. Non penso che sia un modello “esportabile” ma indica un approccio, un metodo di lavoro la cui fonte stava, e sta, nella consapevolezza che viviamo una fase di transizione e di ricerca, di accumulo delle forze, di avanzamenti anche lenti ma importantissimi se paragonati alle sconfitte degli ultimi trent’anni.

La vita interna al Prc, e più in generale la vita interna a un partito che si voglia sintonizzare con quei problemi e con quel tipo di lettura della fase, non può che essere analoga. Non è vero che la gestione unitaria è stata già applicata e non ha funzionato. Quella degli anni scorsi è stata una gestione unanimistica che, un po’ ipocritamente, faceva finta di non vedere e nascondeva le divergenze ammettendole in una maggioranza che non esisteva. Oggi le divergenze sono chiare ed espresse alla luce del sole. Se guardiamo alla storia passata è un risultato di cui andare fieri. Ma vivere in un partito in cui, nonostante le differenze, si contribuisce al suo rafforzamento, sarebbe un’acquisizione ancora più rilevante e permetterebbe di offrire un bell’esempio a quella nuova generazione che vogliamo, tutti, alla testa del nostro cammino.

Salvatore Cannavò – Vicedirettore di “Liberazione”